Oggi siamo in compagnia di una delle psichiatre più eminenti della scena italiana, la dottoressa Donatella Marazziti, medica in psichiatria e autrice di saggi, libri scientifici e poesie. Conosciuta in tutto il mondo per i suoi studi nella terapia di numerosi disturbi mentali, è considerata dalla rivista Class tra i dieci più importanti professionisti del settore in Italia.
In occasione del 10 Ottobre, la Giornata dedicata alla Salute Mentale, faremo un emozionante viaggio all’interno del mondo della medicina e della psichiatria! Dalle doti per essere una buona psichiatra, al cambiamento della visione dell’organo cerebrale dal passato ad oggi, dalle dipendenze più diffuse ai farmaci di cura maggiormente utilizzati, dalla modulazione di stress e sistema immunitario alla medicina del futuro.
E infine dal diritto di ogni bambino ad avere un’infanzia serena fino ad arrivare alla scoperta di quali siano le chiavi della felicità.
Dottoressa, cosa l'ha spinta a scegliere il ramo della psichiatria?
«È abbastanza facile rispondere.
Mi sono innamorata del cervello studiando l'anatomia, studiando come era fatto. Mi sembrava l'organo più affascinante fra tutti quelli che stavamo approfondendo.
Mi sono innamorata del cervello e poi l'ho amato ancor di più successivamente con lo studio della fisiologia e della clinica neurologica e psichiatrica.
Eravamo alla fine degli anni settanta, era un momento un po' particolare, poiché con la legge Basaglia che aveva sancito la liberazione delle pazienti e dei pazienti dagli ospedali psichiatrici, era nato un nuovo approccio alla malattia mentale.
Inoltre si cominciava a parlare di nuovi farmaci (introdotti poi nel campo nella clinica qualche anno dopo) che hanno veramente rivoluzionato l'approccio alla cura. Anche gli ospedali psichiatrici avevano cambiato faccia proprio perché in questo periodo c'era una grande attenzione alla ricerca del cervello e allo sviluppo delle neuroscienze.
Tra l’altro ricordo che, durante i miei studi di anatomia, c'era questa dottoressa, Rita Levi Montalcini, che aveva fatto delle scoperte straordinarie nell’ambito psichiatrico, che contraddicevano quanto si sapeva fino ad allora sul cervello, considerato un organo statico e immutabile, che non si poteva cambiare.
Insomma, una serie di convergenze che mi hanno portato a scegliere di diventare psichiatra.»
Qual è la dote che secondo lei deve avere una psichiatra?
«Debbo dire, come per qualunque altra professione, la passione. È fondamentale amare ciò che si fa.
Credo che la psichiatra o lo psichiatra non debba avere pregiudizi di sorta, e credo che tutti noi non dovremmo averli.
Lo psichiatra si deve confrontare con pazienti che soffrono molto, quindi come per tutti i medici, bisogna essere empatici per apportare il nostro aiuto.
La dote principale è quindi un'apertura mentale senza pregiudizi: i pazienti raccontano già dalla prima visita aspetti anche imbarazzanti della loro vita, cioè si aprono molto, e lo psichiatra deve essere pronto a non lasciarsi invadere dallo tsunami di informazioni e di dolore del paziente.»
Durante la sua carriera ha incontrato delle difficoltà nell’affermarsi professionalmente legate all'appartenenza al genere femminile?
«No. Devo dire sinceramente di no. Anche se non è facile affermarsi quando si è una donna.
Per esempio ricordo, quando mi ero specializzata da poco, che durante uno dei turni in reparto, i pazienti avevano chiesto al professore di chiamare la signorina, indicandomi, e che il professore aveva risposto: “La signorina è una dottoressa psichiatrica!”.
Insomma vi erano molti luoghi comuni tipo questo, che da un lato facevano anche un po' piacere (a livello di vanità personale) perché evidentemente non ero così "matura" da sembrare una medica. Però diciamo che bisogna lavorare di più su questo aspetto e credo che questo sia sempre un un fattore problematico che resta anche oggi: noi donne dobbiamo ancora lavorare più degli uomini per affermarci allo stesso livello.
Io ho più di sessant'anni: mi sono laureata a 24 anni e ho conseguito la specialistica quattro anni dopo e spesso sentivo frasi che mi sminuivano come professionista, tipo: Tu sei giovane, sei carina! C’erano inevitabilmente I colleghi che facevano degli apprezzamenti "estetici" su di me, quindi il superare tutto questo richiede di essere molto solide e soprattutto dimostrare che oltre l'aspetto fisico, come mi pare dica una famosa canzone, c'è di più.
Alla fine le statistiche dicono che ci sono più medici donne che uomini in Italia (e nel mondo) ma, nonostante questo, poche donne raggiungono le posizioni apicali.
Ma ritengo che, forse, ormai non ci interessi poi così tanto arrivare a vertici quanto lavorare bene.»
Qual è la differenza tra lo psicologo, lo psicoterapeuta e la figura dello psichiatra?
«Sono figure che collaborano molto insieme. Lo psicologo ha una formazione diversa, ha una laurea in psicologia. Io tra l'altro insegno anche psicobiologia e fisiologia.
Lo psichiatra è un medico ed ha una formazione medica quindi, rispetto allo psicologo, può prescrivere farmaci e può effettuare diagnosi.
Molti psichiatri e psicologi sono anche psicoterapeuti, quindi sono formazioni diverse ma complementari.»
E quando ci si rivolge all'uno piuttosto che all'altra figura?
«Ma io credo che di base non si possa dire a priori. Di fronte ad un disturbo chiaro, facciamo un esempio: una psicosi, cioè un paziente che pensa cose deliranti e chiaramente lontane dalla realtà, in quel caso spesso si va dal medico psichiatra.
In altri casi meno eclatanti, come una depressione, a volte non si va dal medico e spesso si ritardano (purtroppo) le cure opportune.
L'importante è che sia il medico che lo psicologo che lo psichiatra siano in grado di distinguere quando c'è bisogno di un certo tipo di approccio piuttosto che di un altro.
Alle volte ci sono delle sofferenze o problematiche che vanno per esempio risolte dallo psicologo, quindi bisogna essere preparati con umiltà a comunicare al paziente non hai bisogno di me, oppure tu hai bisogno di me ma anche di una figura diversa.»
Cos'è una dipendenza? Cioè che cosa accade a livello neurologico quando il nostro cervello non può fare a meno di qualcosa? Che sia una relazione affettiva, una sostanza, il gioco, la tecnologia, ecc… E perché alcune persone sono più predisposte ad essere prede di queste dipendenze rispetto ad altre?
«Beh, l'ultima parte della domanda è quella più difficile. Perché io possa diventare dipendente oppure no può dipendere da una vulnerabilità genetica o anche ambientale.
Mi permetto di dire che, ahimè, figli di tossicodipendenti purtroppo in molti casi diventano dipendenti essi stessi, quindi non dimentichiamo che adesso si sa che c'è sempre una vulnerabilità individuale di base ma che c'è un ambiente sia fisico, che sociale e culturale che influenza o predispone.
Questa è la bella notizia! Perché se mi sposto da un ambiente ad un altro e quindi imparo a comportarmi in un certo modo posso cambiare il mio destino.
Quindi il DNA nel nostro cervello dipendente funziona un po’ alla stessa maniera dei cervelli di pazienti con dipendenze. C'è un'alterazione di un neurotrasmettitore che si chiama dopamina.
Questi circuiti cerebrali che usano la dopamina, col tempo, mal funzionando, hanno bisogno di continui stimoli per cercare di aumentarla sempre più.
Il problema è che sia le sostanze sia le dipendenze comportamentali che ricordava lei (la dipendenza affettiva, quella da gioco o quella da shopping che molto spesso ci riguarda) finiscono per non far funzionare bene questo sistema, che si indebolisce.
Ci sono delle immagini drammatiche in cui si vede che c'è un cervello acceso e normale e successivamente un cervello con i circuiti della dopamina iperattivati - spento. Questo accade perché il soggetto dipendente mette in atto strategie per aumentare i livelli di dopamina aumentando le quantità della sostanza o reiterando quel comportamento per cercare di mantenere più o meno il il sistema cerebrale attivo ma poi, ad un certo punto il cervello con i suoi circuiti si spegne completamente, e quindi diveniamo completamente prede della dipendenza.»
E invece cosa ne pensa della dipendenza soprattutto dei giovanissimi dagli strumenti tecnologici e in particolare dai social network?
«Penso sia un dramma. Già nel 2013, undici anni fa, abbiamo avuto un finanziamento dal governo per valutare questo fenomeno nelle scuole. La ricerca si è focalizzata su tutte le università del Nord e del Centro Italia: 5000 studenti o più avevano il cellulare. Molti avevano il PC.
Questo sottolinea che ieri e ancor più oggi la comunicazione avviene tramite la tecnologia, in particolare attraverso il telefonino, che io chiamo il fratellino, il genitore adottivo o l’amico. E il fenomeno rispetto al 2013 è ingravescente.
Nella nostra ricerca abbiamo dimostrato che già un trenta percento di studenti usava il computer e il cellulare in maniera esagerata tale da configurare una vera e propria dipendenza.
Negli anni seguenti, con l’avvento della pandemia da Covid-19, il problema si è acuito ancora di più. Oggi sono i social media che ci fanno un po' paura.
I social media esercitano una specie di "lavaggio del cervello" di cui forse non ci rendiamo neanche conto. Basti pensare agli acquisti online: se mi collego online per acquistare una maglia rossa e questa risulta esaurita, alla fine arrivo a comprarla del colore che mi viene “promosso” maggiormente dal sito.
Dobbiamo un po' interrogarci su cosa possa avvenire in futuro. Io, in una maniera abbastanza estrema, penso che alla fine quello che succederà con l'uso esagerato dei social media è che non saremo in grado - soprattutto i giovani - di distinguere quello che è falso da quello che è vero e che le nostre scelte saranno completamente sabotate. Noi medici lo vediamo nei pazienti che arrivano da noi con una diagnosi e una terapia precostituita. Chi controlla la veridicità delle informazioni?
Quello che è più preoccupante è la perdita, a cui già stiamo assistendo, della capacità di dialogare, di incontrarci, di confrontarci nelle nostre diversità di pensiero e magari di incontrarci sperimentando soluzioni. Invece ciò a cui si assiste è l’unicità e l’omologazione del pensiero, l'ingiuria e il cyberbullismo e la perdita della capacità di incontrarsi e di guardarsi negli occhi.
È quello che ha poi permesso alla nostra specie di progredire: il collaborare insieme. Infatti anche le ricerche di studi evoluzionistici dimostrano che chi ha vinto non è stato l'uomo più forte o più aggressivo, ma quello più altruista e l'altruismo si sviluppa con lo stare insieme, con il dialogare, con lo "scontrarsi" civilmente per poi fare pace.
Ultimamente da me è venuto un giovane ragazzo che mi diceva di essersi fidanzato al quale ho detto: Hai una fidanzata? Bene, e dove vive?
E lui mi ha risposto: In Australia dottoressa! Al che io gli ho chiesto: E quando vi baciate, scusami?
Tutte queste relazioni virtuali portano poi a fenomeni drammatici e atti aggressivi che riempiono le cronache. Ci si incontra online e poi di persona con tutti i rischi del caso poiché non possiamo sapere chi c’è dall’altra parte del pc e quindi è possibile poi incontrare persone aggressive o malintenzionate. Per esempio è recente la notizia della signora di quarantadue anni che è stata uccisa da un diciassettenne e quella della ragazzina che in una scuola di Roma è stata presa di mira al secondo giorno.
Quello a cui si assiste è un’aggressività gratuita sempre più diffusa che si sviluppa quando si perdono le emozioni morali che sono insite nel nostro cervello.
Quindi c'è una assuefazione alle immagini violente, alle ingiurie, al trattar male il compagno di classe più fragile, ecc.
Oltre all’aggressione fisica è anche e soprattutto l’aggressione verbale che è drammatica. Non dimentichiamo che il cyberbullismo è la prima causa di suicidio tra i giovani.
Riconoscendo anche il valore dei social network, in qualità di medici e di psichiatri è importante sottolineare anche il dark side dell’abuso dei social stessi.
Come poter arginare il problema? Sottolineando e sanzionando tali fenomeni laddove si verifichino.»
Che consiglio dà ad una mamma per far crescere un bambino sicuro di sé e che abbia un pensiero indipendente da ciò che dicono i suoi "follower"?
«Il consiglio che mi sento di dare è di limitare l’eccesso di influenza dei social fin da subito. Quando una ragazzina viene da me e mi dice che il suo sogno è diventare una influencer le dico: ok, troviamo un’altra soluzione, c’è molto altro.
Ad una madre consiglio di non regalare il telefonino fino ad una certa età, almeno fino alla prima o terza media. Lo so, bisogna resistere, perché i ragazzi sbraitano e piangono ma… Offriamo altro!
Diamo il nostro tempo ai ragazzi, anche se tutti lavoriamo!
Ricordiamoci che se usato fin da piccoli il cellulare uccide i neuroni. Quando sono bambini, regaliamo ai nostri figli giochi in legno e costruzioni, e poi facciamogli fare sport di squadra.
In Italia si assiste ad un fenomeno drammatico: fino ai dodici anni le bambine e i bambini praticano sport. Dai dodici anni in poi non fanno più sport di squadra. Si innesca un circuito: stanno al computer o al telefonino, magari anche tutta la notte, sono inattivi fisicamente, mangiano male con conseguenti problemi di peso e di obesità.
Inoltre non dormono, a scuola non sono produttivi e gli insegnanti si spaventano poiché lo spam attenzionale non supera i dieci minuti. Come genitori bisogna lavorarci e impegnarsi. È facile mettere il bambino davanti ai cartoni animati ma vanno regolamentati.
L’altro giorno ero sul treno, tornavo da Roma e c’era una bambina che piangeva. La mamma le ha messo davanti il cellulare e io mi sono permessa di consigliarle un libro.
L’altra volta è venuta da me una paziente dalle Marche con due bambine dall’età prescolare che si sono messe nella sala d’aspetto con libri e blocchi da disegno. Ho fatto i complimenti alla mamma dicendole che tutto ciò le facesse onore perché era una delle poche che ancora intrattenesse le figlie con dei libri.»
Quali sono ad oggi i disturbi mentali più diffusi?
«Più o meno sono sempre gli stessi. A parte le dipendenze dalle nuove tecnologie, la depressione, il disturbo d’ansia e quello post-traumatico rimangono i disturbi più comuni.
Pensiamo alle guerre e ai disturbi delle persone che vivono situazioni drammatiche nei loro paesi d’origine o nel percorso per arrivare alla salvezza.
Rimangono poi diffuse le dipendenze comportamentali da droghe e le psicosi da sostanze d’abuso o da cannabis.»
Quali sono le conseguenze dell'utilizzo della cannabis?
«Innanzitutto la cannabis di oggi è un prodotto adattato e non naturale. Premetto che non sono qui a dire cannabis sì o cannabis no, siamo qui a parlare di problemi di tipo medico.
Dobbiamo distinguere tra uso sporadico e uso continuativo.
Al primo spinello se sei fortunato non ti succede nulla, ma assistiamo a fenomeni psicotici gravi anche già al primo uso di cannabis. Chi poi è sfortunato viene assalito da un bell’attacco di panico e poi dallo spavento non fuma più.
Per quanto riguarda l’uso cronico viene utilizzata da persone adulte, anche cinquantenni, soggetti ansiosi che la usano per rilassarsi innescando una vera e propria dipendenza.
Come conseguenze si riscontrano: apatia, ritiro sociale, situazioni di assenza sia di gioie che di dolori, quello che i ragazzi giapponesi chiamano Hikikomori, il ritiro sociale, dove preferiscono stare a casa a chattare o giocare alla PlayStation piuttosto che andare a rompersi un ginocchio nel campetto da calcio con gli amici. Drammatico!»
Lei ha scritto anche un libro titolato "Psicofarmacoterapia clinica".
«Siamo alla settima edizione e sto riguardando le bozze. È quello che faccio in treno quando mi sposto per lavoro da una città all’altra.»
Quali sono i farmaci più utilizzati ad oggi per trattare I disturbi mentali?
«Sono tanti fortunatamente rispetto a settant'anni fa quando furono scoperti gli psicofarmaci.
Io sono stata una giovane studentessa specializzanda negli anni ottanta, anni che rappresentano la vera rivoluzione in campo psichiatrico. Nelle decadi seguenti, e tuttora, c'è un grande sviluppo nella ricerca: ci sono antidepressivi di prima, seconda e terza generazione e antipsicotici di terza generazione, quindi abbiamo assistito ad un progressivo affinarsi delle strategie terapeutiche in parallelo a quelle che sono le ricerche neurofarmacologiche delle neuroscienze.
C’è un grande legame con la neurobiologia poiché è interessante sapere che i primi farmaci sono stati scoperti per caso, come spesso avviene, e da lì poi c'è stato un fiorire di ricerche biologiche e viceversa.
C’è un rapporto causale tra biologia e sviluppo di nuovi farmaci, nuovi farmaci e nascita di nuovi quesiti, nuovi quesiti e sviluppo di nuove ricerche neuroscientifiche.
La cosa bella adesso è che il cervello non è più considerato un organo statico, una scatola nera immutabile. L’essere umano è legato all'ambiente. Ad oggi sono tanti tanti fattori che riconosciamo per la salute mentale.
Il 10 Ottobre è la Giornata della Salute Mentale e, mi permetto di dire, anche per la Pace nel Mondo: che ogni bambino possa avere un'infanzia serena.
Pensiamo ai bambini che nascono e crescono in zona di guerra. Che adulti saranno?
Per permettere lo sviluppo di un adulto sano e una crescita armonica è importante avere un ambiente sereno, del cibo sano e soprattutto un caregiver presente, un adulto che si occupi del bambino con amore.
Sappiamo bene che un bambino abusato, trascurato e abbandonato sarà un adulto con grandi problematiche psichiatriche. La neurobiologia l'ha già detto: è importante attuare un cambiamento dell’attenzione avuta fino ad ora all’infanzia.
E non ci sarà mai pace, finché ci saranno dei bambini che soffrono e questo è un messaggio molto importante che i politici dovrebbero raccogliere.
Esiste un protocollo, un progetto dell'ONU e dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sulla salvaguardia dei diritti dell’infanzia ma in certi paesi è molto difficile applicarlo, basti pensare ai paesi nei quali la donna è ancora subalterna all'uomo.
Una mia allieva fatto una tesi di specializzazione sui bambini di strada in Colombia, una bellissima tesi in cui si parla di questi bambini che a vent'anni sono già in prigione, bambini abbandonati o senza famiglie che hanno cominciato a usare droghe all’età media di dieci anni, e a dodici anni erano già dei killer professionisti. Persone poi diventate anaffettive che ammazzavano per dieci dollari e ora sono all’interno di un progetto di riabilitazione.
Se abbiamo a cuore la sanità mentale partiamo dai bambini.»
Ci cita, se esiste, una delle ultime scoperte, una delle più interessanti nel campo delle malattie mentali e della psichiatria, che abbia magari ribaltato una solida teoria del passato portando alla luce dei nuovi risvolti?
«La scoperta più grande è che il cervello non è un organo statico ma plasmabile, è un organo che si modifica con l’ambiente e con le parole. Ecco perché si dà grande valore alla psicoterapia oltre che ai farmaci.
Anche un’infanzia drammatica non è per sempre se si torna in un ambiente carico d'amore e di cultura. Il cervello può “guarire”.
Le cose più importanti e belle che si stanno studiando ora nella psichiatria sono che, oltre ad i farmaci, ogni individuo ha dentro di sé la capacità di superare i problemi poiché ci sono meccanismi che fanno ammalare ma anche meccanismi che ci mantengono sani e ci proteggono. Questa è la medicina naturale.
Una delle teorie più interessanti che si stanno approfondendo è proprio questa, quella che riguarda le infiammazioni: ci sono molecole, compresi i neurotrasmettitori, che ci proteggono perché attivano processi infiammatori positivi.
Ad esempio, una sostanza che ci protegge, è l'ossitocina tanto che, nel 2020, all’inizio della pandemia, l’avevamo proposta, insieme ad alcuni colleghi stranieri, per fare uno studio su pazienti affetti da forme molto gravi di Covid-19, proposta che poi non è stata accettata.
Tutto quello che riduce il sistema dello stress e potenzia il sistema immunitario sarà uno dei candidati per i farmaci naturali per il futuro: la modulazione di questi due grandi sistemi: lo stress e il sistema immunitario.
Sappiamo infatti che i pazienti depressi o soli (il genere maschile è più soggetto ad ammalarsi, perché le donne sole ci sanno stare, i maschi meno) sono più soggetti ad ammalarsi, anche di tumori, quindi c’è tutto uno studio di questi sistemi.
Cade a pennello una delle frasi più conosciute di Socrate: conosci te stesso. Il corpo va considerato come un’unica entità. E questo vale anche dal punto di vista biologico, non solo neurologico, poiché è tutto dentro di noi, non solo nel cervello, ma in tutto il corpo.
Per esempio l'insulina che è nel sangue arriva fin su nel cervello. Abbiamo dimostrato che un eccesso di zuccheri provoca meno serotonina e quindi aumenta la possibilità di diventare depressi.
C’è un collegamento corpo-cervello-intestino, meraviglioso.
Vorrei vivere altri cento anni per capire cosa la medicina scoprirà in futuro!»
In passato ci sono stati tantissimi studi sullo Split Brain (agenesia del corpo calloso) nei quali la totale mancanza del corpo calloso era associata ad una diagnosi grave.
Oggi invece, nella maggior parte dei casi dove non ci siano alterazioni genetiche o sindromi associate, è considerata addirittura una condizione asintomatica...
«È vero, siamo a questo livello. Il corpo calloso c’è ma non è poi così necessario. Va detto però che la connessione interemisferica è maggiore nelle donne rispetto agli uomini, ecco perchè il genere femminile riesce a fare cento cose insieme: si guarda il bambino, si cucina, si risponde al telefono.
È anche una questione culturale probabilmente, ma l’anatomia sostiene noi donne in questo senso!»
Il disturbo ossessivo-compulsivo: lei è autrice, insieme ad altri professionisti del settore (Hollander, Zohar e Oliver) del libro “Current Insights in Obsessive Compulsive Disorder”, un libro scientifico che tratta di fisiopatologia, diagnosi e terapia di questo disturbo.
Che cos’è il disturbo ossessivo-compulsivo? Quali sono i primi segnali di riconoscimento?
«È il secondo disturbo mentale dopo la depressione, ed è molto facile da diagnosticare.
La diagnosi si fa o sulle ossessioni o sulle compulsioni o su tutte e due. Le ossessioni sono spesso un pensiero o un’immagine. Facciamo un esempio: è come quando le piace una canzone e questa entra nel suo cervello anche non volendo; oppure uno è innamorato e pensa sempre al suo compagno. E ci piace anche pensare alla canzone o alla persona di cui siamo innamorati. Nel caso del paziente ossessivo avere questo pensiero crea grande sofferenza, definita ego-distonica, drammatica.
Pensiamo ad una mamma che pensa ad uccidere il figlio (molto comune nel post-partum), oppure di sentirsi sporche nonostante una doccia prolungata.
Le compulsioni sono messe in atto spesso in conseguenza di un’ossessione: mi sento contaminato/sporco allora lavo le mani in maniera continua; oppure sono ossessionata dall’ordine e dalla simmetria e quindi riordino continuamente.
Spesso i pazienti si vergognano di questa patologia: è questo il motivo della tardiva diagnosi di questo disturbo. Passano in media fino a diciassette anni tra insorgenza del disturbo e diagnosi, quest’ultima molto semplice e immediata.
Faccia conto che nel Medioevo la maggior parte delle donne considerate "streghe" erano pazienti di questo genere, soprattutto ossessive, che andavano dal sacerdote e dicevano: guardi, non sono io, ho dei pensieri che invadono la mia mente e mi ossessionano (dal latino obsedere, ossia assediare).»
Tra i tanti contenuti che sono presenti sul suo sito, c’è un video in cui lei partecipa alla presentazione, insieme agli autori, del libro “Lettera ad una bambina molestata”.
Cosa ne pensa del problema della pedofilia: quali meccanismi sono alla base di questo disturbo? E soprattutto come proteggere i più piccoli fin da subito?
«Come ho già detto prima innanzitutto amarli, seguirli, stargli vicino.
Il pedofilo, oggi, generalmente agisce su internet, quindi bisognerebbe potenziare maggiormente la polizia postale, anch’essa ridotta all’osso, con personale specializzato e attento ai siti.
È da quando faccio la psichiatra che vorrei avere un dialogo "clinico" con qualcuno di loro: purtroppo non li vediamo mai in tempo come pazienti, prima che commettano i crimini, solo nelle perizie quando ormai è stato già compiuto il crimine. E soprattutto mi rivolgo ai familiari, che di solito conoscono o intuiscono la loro patologia, sottolineando che devono portare subito questi pazienti da noi!
Un solo pedofilo che ho incontrato nella mia vita è stato un bambino abusato: questo è un altro predittore. La maggior parte dei pedofili sono individui che da piccoli hanno subito una violenza.»
Quindi se vogliamo prevenire, perché il nostro sogno è prevenire e non curare, curiamoci noi in prima persona e abbiamo cura dell’infanzia.
Un’ultima domanda: ho sempre pensato, fin da giovanissima, con ammirazione, che le figure professionali dello psichiatra e dello psicologo, conoscendo a fondo gli affascinanti meccanismi cerebrali, avessero in mano le “chiavi della felicità”, o meglio “della serenità”: quali sono gli ingredienti per essere felici oggi?
«Beh, per arrivare alla serenità o alla felicità bisogna lavorare tanto. Credo che, conoscendo le sofferenze altrui il medico pensi: beh, come sono fortunato!
Una delle chiavi della felicità è l’amore: fin da piccoli essere amati ed amare.
E poi, bisogna considerare che la vita è molto semplice anche se la realtà ci spinge verso uno sfrenato materialismo, di cui, per carità, non possiamo farne a meno in tante cose, ma poi, alla fine, quello che conta sono i rapporti umani e il contatto con la natura perché, ricordiamolo, siamo "animali" sociali.
Ci tengo a sottolineare quanto sia importante il rispetto della natura nei suoi aspetti animali e non animali, perché vogliamo bene al cane ma poi tagliamo l’albero.
Siamo legati in una maniera inestricabile al mondo della natura.
E poi l’amore che vuol dire altruismo, ma quello vero, non solo verso chi ci ama ma anche verso chi non ci ama.
Alla base della felicità c’è anche il perdono: si porta rancore verso il vicino o il proprio fratello e poi si va a salvare la foca monaca: insomma, credo sia molto chiaro il senso di ciò che voglio esprimere.
Amare non solo chi ci ha amato in fasce ma anche quelli lontani, amare anche chi non ci ama e perdonare chi ci fa del male, perché quello salva e ci leva dal cuore quella pietra che ci impedisce di essere felici.
E poi io dico sempre: siamo bipedi terrestri spiaggiati su questo pianeta, per cui conosciamolo, camminiamo, esploriamo il nostro mondo.
Siamo un popolo che cammina poco, ed il moto è molto importante per mettere in azione il cervello ed aumentare l’ossitocina e l’endorfina che ci rendono felici.
Ed in ultimo, ricordiamo e coltiviamo sempre l’importanza delle relazioni con gli altri che sono fondamentali.»
