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Tempo di lettura: 6 minuti

Franco Frabboni, professore emerito di Pedagogia Generale e sociale dell'Alma Mater Studiorum-Università di Bologna: «Se dovessero scomparire la cultura e la memoria di giochi del passato, dei repertori ludici di marca antropologica strettamente legati ai linguaggi, alle culture, alle assiologie delle singole comunità sociali, allora si potrebbero suonare le “campane a morto” per il pianeta dell’infanzia.» 

Perché con la cultura del gioco scomparirebbe anche il bambino, sempre più espropriato, derubato, scorticato del suo mondo di cose e di valori e costretto a specchiarsi in culture non sue: prefabbricate, surgelate, imposte surrettiziamente dal mercato industriale.‭ 

Il valore del gioco nel tempo: da ieri ad oggi

Il gioco è un’attività che ritroviamo in tutta la storia dell’umanità e accanto all’elemento ricreativo, nella sua dimensione, dimora un profondo valore pedagogico e culturale.

Vi siete mai chiesti come si divertissero i bambini di ieri? O, andando ancor più a ritroso, come giocassero i bambini greci o romani? Facciamo un breve excursus sulle modalità di gioco degli infanti dal passato ai giorni nostri.

I bambini greci giocavano all’interno della famiglia, le bambine con le bambole e i maschietti con la palla. Non mancavano poi il cerchio, l’altalena, il tiro della fune, e la trottola, chiamata strombos.

I Greci non consideravano però il gioco un’attività importante; era un’attività marginale così come era considerato il bambino fino all’età di sette anni.

Molti autori, al contrario, sostennero l’importanza della pratica ludica, tra cui Platone, il quale riteneva che il gioco fosse utilissimo allo sviluppo infantile, soprattutto le attività che prediligevano il movimento fisico.

I bambini romani invece, praticavano tanti giochi che sono poi pervenuti a noi, quali Par imparar (Pari o Dispari), Caput et Navis (Testa o Croce), moscacieca, birilli, nascondino, tiro della fune, girotondo e Micare Digitis (gioco della morra).

Nel Medioevo i giochi erano visti come attività pericolose, soprattutto dalla Chiesa, che distoglievano l'attenzione del credente da Dio (Il gioco e il giocare, G. Straccioli).

I giochi praticati erano semplici, rudimentali e costruiti dai bambini stessi. Molti di questi consistevano nel rappresentare animali e uomini.

Verso la fine del Quattrocento si comincia ad intravedere una visione nuova e più tollerante verso le attività ludiche, le quali però dovevano avvenire sempre sotto il controllo degli adulti che dovevano rendere il gioco “morale”.

Solo con l’avvento del Rinascimento, un’epoca aperta al rinnovamento, comincia a svilupparsi una pedagogia orientata ai valori sociali e civili e si comincia ad abbandonare un po’ di più quella cultura intrisa di morale religiosa. 

Da allora si inizia a sottolineare l'importanza del gioco come attività che facilita l’apprendimento e che contribuisce al benessere fisico, psicologico, sociale ed emotivo.

Nasce così l’idea del gioco educativo, che aiuta cioè a sviluppare abilità e competenze.

Il gioco come strumento pedagogico

Ad oggi al gioco viene riconosciuto un ruolo fondamentale come strumento pedagogico vero e proprio.

Alcuni studi hanno dimostrato che esiste una correlazione tra esercizio fisico, sviluppo del cervello infantile e rendimento scolastico.

Una ricerca dell’Università dell'Illinois del 2010 (Chaddock, Erickson, Prakash, Kim, Voss, Van Patter, Pontifex, Rine, Konkel e Hillman) ha analizzato immagini di risonanza magnetica raffiguranti l’ippocampo di bambini che erano in forma fisica e bambini che non lo erano.

L’ippocampo è una struttura cerebrale importantissima per l’apprendimento e la memoria.

I bambini con una forma fisica più prestante avevano un ippocampo dalle dimensioni più sviluppate rispetto ai coetanei non in forma e conseguivano risultati migliori nei test di memoria (Science Daily,  2010).

Alcuni studi di laboratorio condotti dall’Università di Western Australia, hanno rivelato che la comprensione di un testo migliora dopo venti minuti di attività aerobica.

‭ ‭«Il gioco è il lavoro del bambino» diceva Maria Montessori.

I bambini hanno un ingente bisogno di esercizio fisico. Per esercizio fisico si intende tutto ciò che comporti movimenti corporei: correre, arrampicarsi, saltare, dondolare, fare sport come danza, calcio, basket, pallavolo.

Ma quali sono i vantaggi dell'esercizio aerobico nei bambini?

Citiamo solo alcuni dei benefici effetti che il movimento ha su corpo e mente:

  • Miglioramento dello stato d’animo dovuto all’aumento di endorfine;
  • Riduzione dell’iperattività;
  • Miglioramento del sonno;
  • Rafforzamento muscolare e osseo;
  • Riduzione della possibilità di andare incontro a malattie come obesità e diabete.

Portare i bambini al parco è un’attività benefica sotto tantissimi punti di vista: oltre allo sviluppo di competenze motorie, contribuisce a sviluppare abilità sociali in quanto favorisce la socializzazione, il confronto tra coetanei e mette in gioco le sfere dell’autostima e della fiducia in se stessi.

Ogni gioco, al parco, ha un obiettivo principale atto a favorire una sfera motoria (Come stimolare il cervello del tuo bambino, Liliana Jaramillo).

Facciamo una panoramica dei giochi più diffusi nei parchi delle città e delle loro funzioni sullo sviluppo cerebrale e corporeo dei nostri figli. Ci avete mai pensato?

Lo scivolo, ad esempio, stimola il sistema vestibolare, l’apparato dedito alla postura, al coordinamento della vista con il movimento, alla lettura e all’equilibrio.

La rete verticale favorisce la comunicazione e il coordinamento tra i due emisferi cerebrali, dovendo lavorare simultaneamente con entrambe le parti del corpo. Ciò favorisce l’apprendimento matematico e la lettura.

L’altalena sviluppa il sistema vestibolare, la capacità di tollerare diverse velocità e la presa manuale.

La casetta è un ambiente magico per il bambino, il quale è stimolato ad immaginare un mondo personale mettendo in campo la creatività, la fantasia e il role-play.

La rete orizzontale o il tubo favoriscono l'orientamento, il senso dell’equilibrio e lo spostamento in spazi stretti. Per esempio l’attività del gattonare obbliga il bambino ad utilizzare sia le braccia che le gambe in direzione contraria; ciò favorisce i collegamenti tra i due emisferi cerebrali destro e sinistro rafforzando il corpo calloso, ossia la struttura che collega le due parti del cervello umano.

Le scale favoriscono il coordinamento tra vista e movimento, l’equilibrio e il movimento, oltre a rafforzare la muscolatura delle gambe.

La parola d’ordine quindi è: muoversi! 

Oggi la pedagogia del gioco è divenuta una vera e propria materia di studio. Per comprendere appieno la sua essenza e approfondire la conoscenza ci sono due testi cardine: Homo ludens di Joan Huizinga e I giochi e gli uomini di Roger Caillois.

La biofilia: il benessere nel contatto con la natura

Un altro elemento fondamentale che può generare effetti positivi sullo sviluppo emotivo del bambino a lungo termine è passeggiare o giocare regolarmente all’aria aperta. Oltre a favorire diversi stimoli e sensazioni, a rafforzare il sistema immunitario, e a sviluppare sentimenti positivi verso l’altro sfavorendo invece comportamenti legati al bullismo (Malone e Tranterm, 2003), favorisce il contatto con la natura, la cosiddetta biofilia.

Il termine biofilia è stato coniato per la prima volta da Edward O.Wilson, professore dell’Università di Harvard.

La parola deriva dal greco, dove bìos vuol dire vita/natura e filìa amore e si riferisce proprio alla connessione dell’uomo con la natura e le sue forme di vita.

Kellert, nel 2011, definisce la biofilia essenziale per la salute fisica e mentale delle persone.

In passato gli uomini primitivi erano consapevoli del forte legame con la natura. Le culture primitive del Sud America riconoscevano alla natura un carattere divino e l’uomo non era superiore ad essa, ma un essere integrato e in simbiosi con essa.

Tutti gli dei avevano a che fare con il mondo della natura: Ah Mun era il dio del mais, Ahau Kin era il dio del sole, Chac era il dio della pioggia, e così via.

La biofilia ha un vero e proprio potere curativo: camminare nei boschi, passeggiare sulla spiaggia, mettere i piedi nelle pozzanghere, raccogliere le foglie colorate, odorare i fiori di campo, camminare a piedi nudi tra i ciuffi d’erba, ascoltare il cinguettio degli uccelli o il suono della pioggia sono attività dagli effetti benefici e curativi, non solo per i bambini ma anche per gli adulti.

Il Forest Bathing: connessione con la natura e ri-connessione con se stessi.

È proprio a questo proposito che in Giappone è nata una pratica chiamata Shirin-yoku, ossia Bagno di foresta. Si tratta di passare del tempo completamente immersi in una foresta o nei boschi, concentrandosi solo su se stessi e sulle connessioni con la natura circostante, dimenticandosi dell’orologio e dei ritmi frenetici della city. 

Ann Tilman, responsabile del personale per diverse aziende e prima guida di Forest Bathing in Belgio nel 2018, racconta le 5 regole fondamentali per godere al meglio dell’esperienza:

  • Silence (silenzio);
  • Slowing down (rallentare);
  • Sharing (condividere);
  • Safety (sicurezza);
  • Ascoltare i rumori del bosco, stare seduti in cerchio, provare gratitudine, meditare vicino ad un ruscello, guardare le stelle di notte, queste le attività principali per ri-connettersi con la propria anima.

La pratica del Forest Bathing si è diffusa ormai anche in Italia, dalla Basilicata al Trentino, dalle Marche alla Sicilia. 

‭«Nasce tutto da una necessità personale», afferma Rocco Perrone, fondatore in Lucania di Ivy Tour, un’agenzia di viaggi green, che dopo aver beneficiato dell’esperienza da Tilman in prima persona, ha cominciato ad inserire nella sua offerta viaggi il Forest Bathing, dopo aver riconosciuto i sintomi del burnout dovuti a troppo stress lavorativo e da prestazione. «Scalando una montagna un occidentale si spingerà oltre le sue forze pur di arrivare in vetta. Un orientale a un passo dalla vetta tornerà indietro soddisfatto.‭», dice la Tilman, racchiudendo in questa frase tutta l’essenza del Forest Bathing e della vita, vista come un viaggio e non come una destinazione.

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