Un virus si sta trasmettendo tra i mammiferi, circola indisturbato in allevamenti e fattorie e minaccia di compiere il salto di specie verso l’uomo. Potrebbe sembrare l’inizio di una storia già vista, se non fosse che non siamo nel 2019, ma nel 2025, e il protagonista non è un virus sconosciuto, bensì una vecchia conoscenza che sta evolvendo in qualcosa di nuovo e pericoloso.
Il sorvegliato speciale è l’influenza aviaria H5N1, che da oltre un anno ha iniziato a diffondersi negli allevamenti di bovini negli Stati Uniti, infettando anche decine di persone.
Sebbene non sia ancora stata osservata una trasmissione tra esseri umani, il virus – originariamente confinato agli uccelli – continua ad accumulare mutazioni che ne aumentano l’affinità per le cellule dei mammiferi.
E potrebbe essere solo questione di tempo prima che compia il grande balzo nella nostra specie, scatenando una nuova pandemia. Ma una nuova generazione di vaccini sta cercando di anticiparlo.
I ricercatori dell’Università di Hong Kong hanno appena presentato su Nature Communications un vaccino spray nasale contro H5N1, capace di attivare le difese immunitarie esattamente dove il virus colpisce per primo: le mucose respiratorie.
Nei test preclinici, una singola somministrazione ha dimostrato un’efficacia duratura contro l’infezione, suggerendo che un vaccino di questo tipo potrebbe limitare rapidamente i contagi sin dalle prime fasi di una potenziale pandemia.
La minaccia silenziosa dell’influenza aviaria
Il virus H5N1 non è nuovo: il primo caso umano risale al 1997, proprio a Hong Kong. Da allora, ha fatto il giro del mondo, infettando uccelli, mammiferi e, occasionalmente, anche esseri umani. Oggi, però, il rischio di una pandemia imminente è sempre più concreto.
Dal 2024, il virus ha colpito duramente gli allevamenti di bovini negli Stati Uniti, causando decine di contagi tra gli esseri umani. I dati genetici più recenti indicano che H5N1 sta acquisendo affinità con i recettori delle cellule respiratorie umane, un segnale che potrebbe precedere un salto di specie.
Ma facciamo un passo indietro. A partire dal 2003, il virus si è diffuso in Europa, Asia e Africa, continuando a evolversi a una velocità preoccupante, fino all’emergere della variante 2.3.4.4b nel 2020, particolarmente severa e con una mortalità senza precedenti tra gli uccelli selvatici.
La trasmissione mammifero-mammifero è stata documentata per la prima volta nel 2022, in un allevamento di visoni in Spagna.
Nei due anni successivi, sono aumentati i casi tra mammiferi marini e terrestri in Europa e negli Stati Uniti. Proprio qui, a marzo 2024, il virus ha infettato per la prima volta gli allevamenti di bovini in Texas. Nel mese successivo, è stato confermato il primo caso di trasmissione bovino-uomo, preoccupando ricercatori e autorità sanitarie.
A dicembre 2024, si registravano già 61 casi di contagio umano, oltre a più di 700 casi tra il bestiame. Anche nei primi mesi del 2025, le notizie non sono state affatto rassicuranti: nel Regno Unito è stato confermato un caso di infezione in una pecora, mentre in Italia sono emersi nuovi focolai tra i mammiferi selvatici.
A ogni mese che passa, le preoccupazioni aumentano, perché H5N1 sta continuando a evolversi, aumentando la sua affinità con le cellule umane delle vie respiratorie superiori.
Gli esperti sono d’accordo: il rischio di una pandemia è ormai concreto. Addirittura, uno studio pubblicato su Science a dicembre 2024 dimostra che al virus manca una sola mutazione per compiere il salto di specie e diventare trasmissibile tra gli esseri umani.
Una lezione dal COVID
Di fronte a un potenziale scenario pandemico, la rapidità di risposta è fondamentale. Ma i vaccini tradizionali, iniettati per via intramuscolare, presentano due grandi limiti: richiedono più dosi per conferire una protezione adeguata e generalmente non impediscono la trasmissione del virus, ma solo la manifestazione dei sintomi più gravi. Proteggono i polmoni e gli organi interni, ma lasciano scoperta la prima linea: le mucose del naso e delle vie aeree superiori, che sono il principale punto di ingresso dei virus respiratori.
Durante la pandemia da COVID-19, diversi studi hanno dimostrato che una immunità mucosale robusta – ovvero localizzata nelle mucose respiratorie – è essenziale per bloccare il contagio alla radice. Per ottenere questo risultato, il principio attivo — che può essere un virus attenuato, un vettore virale o frammenti del patogeno — deve essere incapsulato in un liquido nebulizzabile, stabile e sicuro per i tessuti nasali.
Seguendo questo principio, le ricercatrici e i ricercatori dell’Università di Hong Kong avevano già contribuito allo sviluppo del primo vaccino nasale contro il COVID, approvato in Cina nel 2022: un aerosol basato sull’Ad5-nCoV, un vettore virale non replicante progettato per trasportare il materiale genetico del coronavirus direttamente nelle mucose.
Lo spray nasale contro H5N1
Una tecnologia simile è ora in via di sperimentazione dallo stesso gruppo di Hong Kong per il vaccino contro H5N1. In questo caso, il vettore utilizzato è un virus influenzale attenuato, ingegnerizzato per esprimere le proteine dell’H5N1. I risultati dei test preclinici sono stati pubblicati ad aprile su Nature Communications.
Una volta somministrato nei topi, il vaccino ha stimolato una tripla risposta immunitaria: anticorpi neutralizzanti, linfociti T e, soprattutto, immunità mucosale. Le cellule T e B residenti in questi tessuti funzionano diversamente da quelle che circolano nel sangue: producono immunoglobuline di tipo A (IgA), anticorpi molto efficaci nel bloccare l’ingresso del virus a livello delle mucose, difficili da stimolare con i vaccini intramuscolari.
I risultati preclinici sono promettenti: il vaccino non ha causato effetti collaterali nei topi e una sola dose ha fornito una protezione robusta e duratura contro l’infezione, con attivazione della memoria immunologica.
Questo tipo di vaccino, se confermato anche negli studi clinici, potrebbe diventare uno strumento cruciale in caso di nuova pandemia influenzale: rapido da produrre, facile da somministrare, e capace di contenere i contagi sin dalle prime fasi.
Fermare l’infezione alla porta
A cinque anni dall’inizio della pandemia da coronavirus, la prossima non è più una questione di “se”, ma di “quando”. Esistono oltre un milione di virus sconosciuti che potrebbero causarla, ma anche alcuni “sorvegliati speciali”, come l’H5N1, già noti alla comunità scientifica e su cui è possibile giocare d’anticipo. È per questo che la ricerca sui vaccini resta fondamentale, soprattutto su quelli capaci non solo di prevenire la malattia grave, ma anche di bloccare il contagio alla radice.
I vaccini tradizionali, pur efficaci nel ridurre decessi e complicanze, hanno mostrato limiti nella prevenzione della trasmissione virale. Un vaccino spray, che agisce esattamente nel punto d’ingresso del virus, potrebbe cambiare le carte in tavola.
Se gli studi clinici confermeranno i risultati preclinici, questo vaccino potrebbe essere pronto in tempi rapidi per un uso d’emergenza, diventando una risorsa strategica per contenere i focolai prima che sfuggano di mano.
