«Ciò che conosciamo delle piante è molto poco e, spesso, sbagliato. Siamo convinti che non siano in grado di percepire l’ambiente, che non parlino e che non intrattengano nessun tipo di relazione: invece sono più sensibili degli animali, grandi comunicatrici e organismi prettamente sociali. Siamo, soprattutto, certissimi che le piante siano immobili. Anche in questo caso sbagliamo: si muovono molto, ma con tempi più lunghi.»
Queste parole tratte dal saggio Verde brillante di Stefano Mancuso, autore e studioso di neurobiologica vegetale, ci costringono a riconsiderare radicalmente il mondo vegetale, per secoli relegato in fondo alla scala della vita perché ritenuto erroneamente passivo, silenzioso, privo di volontà e comportamento.
E invece, le piante vedono, reagiscono, imparano. E oggi scopriamo che quando sono stressate o ferite possono persino… Emettere suoni.
Uno studio pubblicato sulla rivista Cell, a firma della biologa evoluzionista Lilach Hadany e del suo team all’Università di Tel Aviv, ha registrato suoni ultrasonici provenienti da piante di pomodoro e tabacco sottoposte a stress – come la disidratazione o il taglio del fusto. Si tratta di piccoli clic ad alta frequenza, non udibili dall’orecchio umano, che aumentano quando la pianta è in difficoltà. Un “grido silenzioso”, che riecheggia nell’ambiente circostante e forse potrebbe essere percepito da altri esseri viventi.
Le piante sono davvero passive?
Chi ha detto che le piante sono ferme, mute e cieche? Pur non possedendo un sistema nervoso centrale, si muovono, comunicano e percepiscono l’ambiente circostante — anche se lo fanno in modo radicalmente diverso dagli animali.
Non hanno gli occhi, ma “vedono” grazie a recettori della luce distribuiti su tutta la superficie del corpo: distinguono il giorno dalla notte, percepiscono l’ombra di una pianta vicina e orientano di conseguenza foglie e radici. Non hanno gli arti, ma si muovono, solo che lo fanno lentamente: per questo ci sembrano immobili. Ma le radici crescono verso l’acqua e i nutrienti, le foglie si aprono e si chiudono in risposta alla luce, le liane esplorano lo spazio circostante alla ricerca di un appiglio.
Non hanno nemmeno bocca e orecchie, ma comunicano attraverso sostanze chimiche volatili e segnali elettrici: quando vengono attaccate, possono alterare forme e colori e rilasciare molecole che avvertono le vicine del pericolo o attraggono predatori dei loro aggressori.
I fiori, le “orecchie” delle piante
Negli ultimi anni, Hadany e il suo team hanno scoperto che le piante sono anche in grado di percepire i suoni. Ad esempio, si è visto che riescono a riconoscere il ronzio delle api e a produrre nettare più dolce in risposta, per attrarre gli insetti impollinatori: i loro “fiori”, tecnicamente, fungerebbero da orecchie.
Basandosi su osservazioni della primula serale (Oenothera drummondii), il team ha scoperto che, nel giro di pochi minuti dall’esposizione alle onde sonore generate dal battito d’ali delle api, la concentrazione di zucchero nel nettare aumenta in media del 20%. Questa capacità potrebbe rappresentare un vantaggio evolutivo, aumentando le probabilità di impollinazione.
Ma se le piante possono sentire, viene naturale chiedersi: possono anche parlare?
Il “grido” silenzioso delle piante
La sorprendente scoperta è che le piante, quando vengono ferite, emettono suoni. La ragione per cui non sentiamo “urlare” quando calpestiamo un'aiuola è che questi suoni hanno una frequenza molto elevata (ultrasuoni), non udibile dall’orecchio umano.
Nell’articolo pubblicato nel 2023 su Cell, il team ha registrato piante di pomodoro e tabacco, prima in una camera acustica insonorizzata e poi in una serra. Sono state confrontate piante sane con altre sottoposte a stress: alcune disidratate, altre con il fusto reciso.
Le piante stressate emettevano un numero sorprendente di “click”, che aumentava con l’intensificarsi dello stress, in particolare in caso di disidratazione.
Non solo tabacco e pomodoro, ma anche piante come grano, mais, vite e cactus sono state registrate mentre producevano suoni simili.
La differenza nei suoni prodotti è risultata così marcata da permettere alle ricercatrici e ai ricercatori di addestrare con successo un algoritmo di apprendimento automatico a distinguere tra le due condizioni, aprendo alla possibilità di capire se una pianta è stressata semplicemente ascoltandola.
Non è ancora chiaro come vengano generati questi suoni. Una delle ipotesi è che siano legati al fenomeno della cavitazione: quando le piante sono disidratate, nel sistema vascolare si formano bolle d’aria che collassano bruscamente, generando un rumore simile allo schiocco delle nocche. Resta anche da capire se esistano altre condizioni in grado di provocare l’emissione di suoni e, soprattutto, se questa capacità abbia un valore adattativo, oppure sia solo una conseguenza collaterale dei processi fisiologici.
C’è qualcuno in ascolto?
Un punto chiave su cui si concentreranno le ricerche future è se altri organismi siano in grado di percepire questi suoni e rispondere e se le piante siano in grado di adattare la loro comunicazione a seconda del contesto.
Ad esempio, piante vicine potrebbero “ascoltare” i clic ultrasonici come segnali di minaccia e attivare in risposta le proprie difese chimiche. Una falena potrebbe scegliere di non deporre le uova su una pianta sofferente. Oppure certi parassiti potrebbero sfruttare questi segnali come guida per trovare ospiti vulnerabili.
Forse anche noi, un giorno, potremo usare questi suoni per capire quando una pianta ha bisogno di acqua, prima che inizi a soffrire davvero. Ma intanto, ricerche come questa ci permettono di cogliere uno scorcio di un mondo che gioca la partita della vita con regole estremamente diverse dalle nostre, ma non per questo meno efficaci: soltanto una delle innumerevoli strategie con cui la vita ha saputo adattarsi sul nostro pianeta.
