La scoperta del fuoco e il primo passo sulla Luna appartengono a epoche e mondi diversi, eppure li lega qualcosa di fondamentale: nascono entrambi dalla capacità umana di vedere ciò che ancora non esiste. La creatività, intesa come l’abilità di accostare idee lontane, rompere schemi, inventare soluzioni nuove, è da sempre una delle espressioni più profonde della nostra specie, il motore di innovazioni che hanno segnato la storia dell’umanità e anche delle stesse tecnologie che oggi, per la prima volta, sembrano metterla alla prova.
Ormai anche le intelligenze artificiali scrivono testi, compongono musica e generano immagini: la vera domanda è se possano farlo allo stesso livello degli esseri umani. Un nuovo studio condotto dall’Università di Montréal su oltre 100.000 persone suggerisce che, almeno in alcuni test standardizzati, l’IA può eguagliare – e talvolta superare – la creatività media.
Il quadro cambia però quando entrano in gioco le menti più creative: lì, il vantaggio resta saldamente umano.
IA e creatività umana
Abbiamo accettato di fare entrare l'intelligenza artificiale nella maggior parte degli aspetti della nostra vita quotidiana, delegando compiti più o meno sofisticati per alleggerirci il lavoro e diventare più rapidi ed efficienti. Ma siamo disposti a cedere terreno anche su quelle prerogative che sentiamo esclusivamente umane? L’IA potrebbe non essere più soltanto una pallida imitazione della creatività umana: oggi ha il potenziale per competere con essa, sfidando un primato che finora sembrava incontrastato.
Un team guidato dallo psicologo Karim Jerbi dell’Università di Montréal ha condotto il più ampio confronto diretto mai realizzato tra creatività umana e artificiale. Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, ha messo a confronto le prestazioni creative di alcuni dei modelli linguistici più avanzati, tra cui GPT-4, Claude e Gemini, con quelle di oltre 100.000 persone.
Misurare la creatività
Misurare la creatività non è semplice, né per gli umani né per le macchine. Per rendere il confronto il più equo possibile, le ricercatrici e i ricercatori hanno utilizzato il Divergent Association Task (DAT), un test sviluppato dallo psicologo Jay Olson dell’Università di Toronto. Il compito è apparentemente banale: elencare dieci parole il più possibile distanti tra loro per significato.
Una risposta considerata molto creativa potrebbe includere, ad esempio, termini come “galassia”, “forchetta”, “libertà”, “alghe”, “armonica”, “quantum”, “nostalgia”, “velluto”, “uragano”, “fotosintesi”. Più le parole sono semanticamente lontane, più alto è il punteggio.
Il DAT è rapido (richiede pochi minuti) e ha dimostrato di correlare bene con altri test di creatività usati in scrittura, problem solving e generazione di idee. Anche se si basa sul linguaggio, non misura solo il vocabolario: coinvolge processi cognitivi più ampi, legati alla capacità di esplorare associazioni non ovvie.
IA oltre la media, ma il primato resta umano
Su questo test, modelli come GPT-4 ottengono punteggi superiori a quelli della persona “media”. Ma quando le ricercatrici e i ricercatori hanno confrontato le IA con i partecipanti più creativi, il quadro si è ribaltato: la media del 50% umano più creativo supera tutte le IA testate. Nel 10% superiore, il distacco diventa ancora più evidente.
In altre parole: l’IA è moderatamente creativa, anche più dell'essere umano medio. Ma la creatività di picco – quella che produce accostamenti davvero inattesi o idee che sembrano aprire una strada nuova – resta una prerogativa umana.
Per capire se questo risultato si estendesse anche ad altre forme di creatività, il team ha messo alla prova esseri umani e sistemi di intelligenza artificiale anche su compiti di scrittura: haiku, trame di film, racconti brevi. Lo schema si ripete: l’IA può superare utenti medi, ma gli autori più abili producono testi giudicati più originali e interessanti.
La creatività sotto controllo
Un’altra questione riguarda il peso dell’intervento umano nei processi creativi dell’IA. Nei modelli linguistici, ad esempio, parametri tecnici come la temperature – che regola quanto un sistema sia “cauto” o “audace” nelle sue risposte – possono influenzare in modo significativo l’output finale.
Con valori bassi, l’IA tende a produrre soluzioni più convenzionali e prevedibili; aumentando il parametro, il modello esplora associazioni meno ovvie e genera risposte più varie, talvolta anche più originali.
Anche il modo in cui viene formulata una richiesta conta molto. Prompt che invitano a riflettere sull’etimologia delle parole o sulla loro struttura portano a risposte più inaspettate e a punteggi DAT più alti.
La creatività dell’IA non è autonoma: dipende ancora in larga parte dall’interazione con l’essere umano.
Collaborazione o competizione?
L’idea che l’intelligenza artificiale possa un giorno sostituire gli esseri umani anche nei territori tradizionalmente associati alla creatività non è del tutto infondata, ma i dati raccontano uno scenario più sfumato (e forse meno “distopico”).
Con ogni probabilità, l’IA contribuirà sempre di più a generare idee, spunti, variazioni, ma non sarà totalmente autonoma: una sorta di assistente instancabile, capace di ampliare l’orizzonte delle possibilità, ma sempre sotto la guida di un maestro.
Quando si tratta però di spingersi oltre l’ordinario, creare qualcosa che rompa completamente con il passato, il vantaggio resta umano. Se un giorno vedremo nascere una nuova Cappella Sistina, probabilmente sarà ancora un Michelangelo in carne e ossa – forse assistito da un algoritmo o forse no – a tracciarne i primi segni.
Cover Foto di Igor Omilaev su Unsplash.
