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Un celebre dottore letterario che ha incantato grandi e piccini era noto per curare solo pazienti a quattro zampe, con piume o con pinne. Dolittle parlava la lingua degli animali, e loro parlavano con lui. Oggi, quella che sembrava solo una fantasia per bambini – comunicare con una specie diversa dalla nostra – è diventata una sfida scientifica.

È il cuore del Dolittle Prize, un premio da centomila dollari assegnato ai migliori tentativi di decifrare le “lingue” animali con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. La rivista Science ha intervistato i finalisti di questa edizione: progetti visionari che, tra onde sonore, segnali visivi e vocalizzi in falsetto – e con lo zampino dell’intelligenza artificiale –  stanno aprendo spiragli in un mondo che finora abbiamo potuto solo osservare da fuori.

L’idea è che anche gli altri esseri viventi non si limiterebbero a emettere suoni, ma potrebbero comunicare davvero, (quasi) come facciamo noi. Basta solo saperli ascoltare.

I delfini si chiamano per nome

Il progetto vincitore della curiosa competizione, annunciato lo scorso maggio, ha esplorato il modo di comunicare dei delfini, da decenni sospettati di dirsi molto più di quanto sembri. Laela Sayigh, biologa al Woods Hole Oceanographic Institution e co-autrice dello studio, ha “origliato” per anni le conversazioni tra i delfini in Florida, scoprendo, per esempio, che si chiamano tra loro con fischi distintiviveri e propri “nomi”.

Ma le similitudini con gli esseri umani non finiscono qui. Le mamme delfino modificano il modo di parlare quando si rivolgono ai loro piccoli, emettendo versi più acuti, quasi in falsetto, proprio come facciamo noi quando parliamo con un bambino o con un animale domestico. Questa forma di comunicazione, chiamata baby talk, non sarebbe quindi esclusiva della nostra specie e si sarebbe evoluta per aiutare i piccoli a consolidare il legame con i genitori e a imparare a distinguere le “sillabe” che compongono i messaggi.

Lo studio dei linguaggi animali oggi si serve anche di tecniche innovative, come l’intelligenza artificiale. «Grazie all’IA possiamo classificare i suoni in base all’individuo che li ha emessi, ma anche seguire i delfini nella baia, capire chi è con chi e cosa si stanno dicendo», spiega Sayigh. “«Durante un test abbiamo trasmesso il fischio di uno dei maschi di un duo, ma i due erano ancora insieme. Si sono girati e hanno risposto con un suono completamente nuovo, mai documentato prima. Da allora lo sentiamo spesso in contesti ambigui. Lo chiamiamo il WTF whistle, perché sembrava proprio che ci stessero chiedendo: Che diavolo sta succedendo?».

Il mistero dei canti degli usignoli

Un altro degli studi finalisti si sposta per aria, dove i ricercatori del Max Planck Institute e dell’European Neuroscience Institute hanno ascoltato i richiami dei Luscinia megarhynchos, meglio noti come usignoli. «Ogni individuo può avere fino a duecento canzoni nel repertorio», spiega il neuroscienziato Jan Clemens. «L’intelligenza artificiale ci aiuta a raggruppare le sillabe e a scoprire schemi nascosti. È un compito che a mano richiederebbe mesi, ma che ora possiamo affrontare in poche ore». E gli uccelli, sorprendentemente, rispondono: regolano intonazione e ritmo per allinearsi ai richiami artificiali, come in un duetto.

Per le seppie un gesto vale più di mille parole

Come si fa a comunicare con chi la voce non ce l’ha? Anche i progetti non vocali hanno ottenuto riconoscimenti. Sophie Cohen-Bodénès e Peter Neri lavorano con le seppie, animali privi di voce ma ricchissimi di segnali visivi. Hanno addestrato un algoritmo a riconoscere i pattern di colore sulla pelle di questi cefalopodi, una forma di mimetismo che potrebbe anche essere, almeno in parte, una modalità di comunicazione. «Poi siamo passati ai movimenti delle braccia», racconta Cohen-Bodénès. «Le seppie si rispondono a vicenda con segnali gestuali. Ora stiamo costruendo un braccio robotico che li imiti, per tentare un dialogo diretto». In fondo, non è forse vero che un cenno o una carezza a volte valgono più di mille parole?

Riusciremo davvero a parlare con gli animali?

La domanda che emerge da questi studi è: quanto siamo veramente vicini a decodificare il linguaggio animale?

Probabilmente passerà ancora molto tempo prima di poter avere una vera conversazione con un’altra specie. Ma tra qualche anno potremmo essere in grado di capire il significato dei messaggi che si scambiano tra loro. Non vere e proprie frasi, ma concetti come “sto bene”, “sono qui” o “sono in pericolo” potrebbero diventare comprensibili.

Per esempio, un altro gruppo finalista che studia i marmoset, piccole scimmie sudamericane dotate di un repertorio acuto e riconoscibile, ha iniziato a costruire un modello linguistico basato sulle loro vocalizzazioni. Il neuroscienziato David Omer spiega: «L’idea è di prevedere quale richiamo verrà emesso in base a quelli precedenti, come si fa con i modelli di linguaggio umano. Se troviamo una struttura coerente, potremmo essere vicini a una grammatica».

Certo, siamo ancora lontani da un vero “Dolittle”, ma mai come oggi la distanza sembra colmabile.

E se davvero un giorno riuscissimo a conversare con un'altra specie, la domanda non sarà solo cosa dicono gli animali, ma anche cosa vorranno dirci.

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