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Scienza

Crisi climatica: la grande risorsa del sapere ancestrale delle popolazioni indigene

Le conoscenze sull’ambiente che le popolazioni indigene hanno sviluppato nel corso dei secoli sono un’arma essenziale per la mitigazione ambientale. I loro modelli di gestione del territorio offrono lezioni cruciali per la politica ambientale globale, spesso ignorate dall’Occidente, e le organizzazioni internazionali cercano di integrarle nella lotta alla crisi climatica.


Elisa Cicillini
Elisa Cicillini

Redattrice junior

Tempo di lettura: 5 minuti

Mentre Donald Trump continua a negare che sia in corso una crisi climatica, sostenendo anche davanti alle Nazioni Unite che il cambiamento climatico sarebbe “la più grande truffa mai inflitta al mondo” e che le energie rinnovabili sarebbero solo “uno scherzo” troppo costoso, nel resto del mondo la realtà dei dati è ben diversa.

Negli ultimi decenni si è registrato un aumento costante della frequenza e della gravità degli eventi climatici estremi: dalle onde di calore record che hanno colpito l’Europa nel 2025, causando migliaia di morti, alle alluvioni devastanti in Pakistan, Texas e Messico, agli uragani e ai cicloni tropicali sempre più intensi.

Secondo il Climate Risk Index, tra il 1993 e il 2022, più di 9.400 eventi climatici estremi hanno causato oltre 765.000 vittime e danni economici pari a circa 4.200 miliardi di dollari.

Da molti anni ormai, i Paesi della comunità internazionale cercano di coordinarsi per affrontare la crisi climatica. L’Accordo di Parigi, siglato nel 2016, impegna i firmatari a limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, preferibilmente entro 1,5°C, benché l’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, ha di recente confermato che il superamento di 1,5°C è ormai inevitabile entro il 2030.
Nel 2025, oltre 60 Paesi hanno presentato nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni e adattamento, in vista della COP30 dell’ONU che si sta svolgendo in questi giorni a Belem, in Brasile. Tuttavia, anche i piani più ambiziosi rischiano di non bastare se non si rivede il rapporto stesso tra società umana e natura. Proprio per questo, le Nazioni Unite e molti organismi internazionali hanno iniziato a riconoscere il ruolo centrale delle popolazioni indigene nei processi di mitigazione e adattamento climatico.

Popolazioni indigene: un contributo significativo

Quando si parla di popoli indigeni, spesso si pensa a una minoranza trascurabile rispetto alla popolazione mondiale.

In realtà, secondo i dati FAO e ONU, le popolazioni indigene rappresentano circa il 6,2% della popolazione mondiale, ovvero oltre 476 milioni di persone distribuite in più di 90 Paesi, appartenenti a circa 5.000 gruppi diversi.

Il loro contributo alla tutela del pianeta è tutt’altro che secondario: gestiscono il 28% della superficie terrestre – 38 milioni di chilometri quadrati. Sulle loro terre si concentra il 54% delle foreste “intatte” del mondo, ovvero le aree boschive ancora prive di frammentazione e degrado, e oltre il 40% delle aree chiave per la biodiversità.

Questi territori rappresentano dunque “serbatoi” fondamentali per la protezione della biodiversità globale e la regolazione del clima, dimostrando come il sapere ancestrale e le pratiche di gestione indigene siano risorse indispensabili, riconosciute anche dagli organismi internazionali in ambito climatico.

Le regioni coinvolte sono molteplici: dall’America Latina – Argentina, Brasile, Bolivia, Colombia, Messico, Perù, Venezuela, Ecuador – all’Africa, con paesi come Costa d’Avorio, Kenya, Liberia, Congo, passando per l’Australia, il Vietnam e l’Indonesia. In queste terre, le popolazioni indigene convivono da millenni con la natura e i suoi continui cambiamenti, adattandosi attraverso pratiche tramandate di generazione in generazione: gestione sostenibile dell’acqua, agroforestazione, preparazione e risposta ai disastri naturali. Queste pratiche non sono solo frutto di un patrimonio culturale antico, ma si sono dimostrate estremamente efficienti nel proteggere gli ecosistemi e nel mitigare i rischi climatici.

Le conoscenze indigene includono, tra le altre, la prevenzione degli incendi attraverso la combustione controllata, la gestione della biodiversità e la resilienza dei sistemi agricoli con rotazione delle colture e coltivazione itinerante, nonché sistemi comunitari di gestione forestale che riducono la deforestazione e migliorano lo stoccaggio del carbonio. Gli esempi dall’Amazzonia, dal Borneo fino alle savane africane mostrano come queste strategie siano essenziali sia per l’adattamento sia per la mitigazione, riconosciute dalla comunità scientifica e supportate da iniziative globali come REDD+, il programma per la riduzione le emissioni di gas serra causate dalla deforestazione, e le nuove aree protette gestite dalle popolazioni indigene.

Il sapere ancestrale “del clima”: pratiche e principi

Le conoscenze tradizionali delle popolazioni indigene si sono sviluppate attraverso un rapporto diretto e quotidiano con gli ecosistemi, basato su osservazione costante, gestione olistica e rispetto per la ciclicità naturale delle risorse. Queste pratiche non derivano da teorie astratte, ma da secoli di convivenza e adattamento ai cambiamenti ambientali, trasmessi oralmente di generazione in generazione.

Il principio guida è quello dell’uso sostenibile: ogni intervento – dalla raccolta delle piante alla caccia, dalla gestione dell’acqua alla coltivazione – viene calibrato in funzione della rigenerazione delle risorse e della resilienza dell’ecosistema.

Si tratta di popolazioni che hanno imparato a co-esistere con l’ambiente in cui si trovano in rispetto e in armonia, tramandando pratiche vincenti: a vincere non è solo l’ingegno umano a discapito dell’ambiente, ma ogni parte coinvolta. 

Le strategie indigene comprendono strumenti concreti e tecniche avanzate come:

  • rotazione delle colture e coltivazione itinerante, che riducono la pressione sul suolo e migliorano la biodiversità agricola;
  • tecniche agro-forestali che integrano alberi e piante coltivate, migliorando la fertilità e riducendo l’erosione;
  • gestione comunitaria dell’acqua, con sistemi di raccolta e distribuzione adattati alle condizioni locali;
  • prevenzione degli incendi tramite combustione controllata, come accade tradizionalmente in Australia e in molte aree tropicali;
  • selezione e conservazione di semi resilienti alle variazioni climatiche, una pratica diffusa in America Latina, Africa e Asia;
  • monitoraggio della biodiversità e protezione delle specie autoctone, che mantiene la stabilità degli ecosistemi e sostiene le risorse alimentari.

L’importanza di questa conoscenza è stata riconosciuta anche dagli organismi scientifici internazionali, che hanno sottolineato come l’integrazione tra approcci scientifici occidentali e saperi tradizionali sia fondamentale per l’efficacia delle strategie di adattamento ai nuovi scenari climatici.

Queste collaborazioni si stanno concretizzando in programmi condivisi di monitoraggio, gestione e co-governance ambientale.

Studi di caso: esempi di successo

Ci sono degli casi concreti emblematici del ruolo che hanno avuto e stanno avendo le popolazioni indigene nella mitigazione climatica. 

Eccone alcuni esempi da diverse parti del mondo.

  • Amazzonia
    I popoli indigeni svolgono un ruolo centrale nella difesa della foresta pluviale e nella lotta contro la deforestazione illegale. Grazie alle loro tecniche di sorveglianza e gestione territoriale, questi gruppi hanno contribuito a proteggere milioni di ettari di foresta, limitando le intrusioni e mantenendo intatta la biodiversità. Il coinvolgimento diretto delle comunità indigene nei progetti REDD+ ha dimostrato di ridurre in modo significativo le emissioni di carbonio derivanti dalla distruzione della biomassa.
  • Artico
    Le popolazioni Inuit dispongono di un sapere straordinario sulle migrazioni delle specie e sulle variazioni climatiche, acquisito attraverso l’osservazione di fenomeni come il cambiamento dei venti, la formazione dei ghiacci e la presenza di animali chiave. Queste conoscenze sono ormai integrate in modelli scientifici utilizzati da ricercatori e istituzioni internazionali per prevedere l’evoluzione del clima nella regione.
  • Aree aride africane e australiane
    Le pratiche indigene di gestione dell’acqua e dell’agro-biodiversità, come i boschi sacri in Ghana o i sistemi di raccolta delle acque piovane dei popoli aborigeni australiani, sono essenziali per mantenere la produttività del suolo e la sicurezza alimentare in condizioni di siccità estrema. Questi strumenti sono stati riconosciuti come validi modelli anche dalle organizzazioni internazionali nella lotta contro la desertificazione e per l’adattamento ai cambiamenti climatici.

Il sapere tradizionale rappresenta dunque una risorsa imprescindibile non solo per le comunità che lo custodiscono, ma per la sfida globale alla crisi climatica che coinvolge tutta l’umanità.

Foto di Christopher Ragland su Unsplash.

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