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Il rapporto tra genitori e figli è sempre un argomento di difficile comprensione, ma anche di grande fascino e interesse, soprattutto quando da questo rapporto emergono figure complesse e chiacchierate come quella di Giacomo Leopardi.

Del “Giovane Favoloso”, il poeta della Luna e del pessimismo, si è detto tanto, spesso con grande superficialità e leggerezza: c’è chi lo definisce semplicemente “triste”, chi azzarda una diagnosi tardiva di depressione, chi banalizza il suo pensiero e la sua personalità imputando la sua malinconia all’aspetto sgradevole e deforme. 

Al di là dei topoi sul personaggio, Giacomo Leopardi era in realtà un uomo che ben conosceva l’importanza della risata e dell’allegria. In un pensiero del 23 settembre 1828, estratto dallo Zibaldone - il diario personale del poeta -, scrive: “Terribile ed awful è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire.”.

Leopardi lo sapeva bene, dal momento che nella sua infanzia conobbe tutta quell’allegria e quella spensieratezza che gli saranno poi negate in età adulta. 

Alla madre Adelaide Antici, fredda e distaccata, viene spesso rivolta l’accusa di aver rovinato l’esistenza e il carattere del giovane Giacomo, cosa in parte innegabile: l’inossidabile fede cattolica che la faceva vivere nel terrore del peccato e della dannazione eterna per sé o per la sua famiglia, aveva senz’altro condizionato la vita del poeta e dei suoi fratelli minori. 

Tuttavia, un personaggio insospettabile potrebbe essere invece il distruttore della serenità di Leopardi: il padre Monaldo.

Il conte Monaldo Leopardi era nato a Recanati a mezzogiorno del 16 agosto 1776, in una delle famiglie più in vista del luogo. Orfano di padre, era stato cresciuto dalla madre, la marchesa Virginia Mosca di Pesaro, e dai suoi precettori sulla base di solidi ideali cristiani, cui rimase fedele per tutta la vita. 

Uomo dalla cultura immensa, Monaldo si cimentò anche nella scrittura: scrisse di politica, di economia, di teologia, persino di giurisprudenza. Amante del sapere, vuole condividere e coltivare questa passione con i suoi concittadini, tanto da fondare, nel 1801 - quando Giacomo, il primogenito, ha appena 3 anni - un’Accademia Poetica in casa sua, sostenendone le spese per qualche anno, immaginiamo con grande disappunto della parsimoniosa Adelaide. 

Accusato poi di aver fatto dell’Accademia motivo di vanto personale, decise di lasciarne la direzione al Palazzo del Comune dove la trasferì, per poi vederla piano piano perdere i fasti iniziali e perire. 

Monaldo è un uomo di grande nobiltà d’animo, tanto da essere descritto da Francesco Montefredini nella Biografia di Giacomo Leopardi come un uomo che “ha una lealtà, una nobiltà di sentire, che se n’è perduta fin la memoria, di questi tempi”

Il conte Leopardi, nonostante si definisse conservatore e reazionario sul fronte politico, è un uomo di scienza, illuminato e lungimirante: divenuto gonfaloniere di Recanati, introdusse per primo nello Stato Pontificio il vaccino antivaiolo, somministrandolo per primi, per dare l’esempio e assicurarne l’assoluta sicurezza, ai suoi figli. 

Ma Monaldo è anche un uomo di grandi sentimenti: verso la moglie, Adelaide, sua lontana cugina e grande amore della sua vita. Per sposarla, Monaldo si mostra granitico di fronte alle lacrime della madre Virginia, che lo supplica di non contrarre quel matrimonio - anche se poi avrà modo di ricredersi, dal momento che sarà Adelaide a salvare le casse della famiglia Leopardi. 

Nei confronti dei figli, e di Giacomo soprattutto, Monaldo è un padre insolito per l’epoca: tenero, presente, affettuoso. Ama il primogenito forse più di quanto sia amato da lui, rivede in Giacomo se stesso, migliore. Ha grandi aspettative per lui, e tenta di restargli a fianco e di supportarlo con ogni mezzo. 

Ne è un esempio la celebre biblioteca di casa Leopardi, composta da 20.000 volumi catalogati dal conte e dai suoi figli: dono di un padre che vorrebbe i suoi figli colti e sapienti. Ma anche prigione per il giovane Giacomo, che qui sente la pressione esercitata dal padre affinché diventi un letterato di successo - come non era riuscito a fare Monaldo -, portando ulteriore prestigio alla famiglia. 

Qui, per 7 anni di “studio matto e disperatissimo”, Giacomo studierà, spesso da autodidatta, le discipline più disparate: il latino, il greco, l’ebraico, ma anche lingue moderne come il francese, l’inglese, lo spagnolo, il tedesco. A soli 11 anni compone il suo primo sonetto “La morte di Ettore”, mentre a 15 scrive la “Storia dell’Astronomia, dalla sua origine fino all’anno MDCCCXIII”, in cui avanza teorie straordinariamente moderne, come l’esistenza di universi paralleli o di vita extraterrestre

Il grande impegno nello studio - lodato da tutti, in primis da Monaldo - causa però non pochi problemi all’adolescente: intorno ai 14 anni, Giacomo smette letteralmente di crescere, e la sua altezza si stabilizza ad appena 1 metro e 41 centimetri. La sua costituzione è esile e dolorante, due grosse gibbosità si formano nella parte anteriore e posteriore del corpo.

Alla sua situazione, non c’è rimedio. Non che i Leopardi ne stessero cercando uno! A quanto risulta dalle varie testimonianze, la salute e l’aspetto di Giacomo erano quasi un tabù familiare - anche se il poeta stesso scriverà che sotto sotto alla madre, religiosa ai limiti del fanatismo, non dispiace vedere i figli brutti o deformi: in questo modo, sono ancora di più al riparo dal peccato o dalla tentazione. 

Ad accorgersi e a preoccuparsi però del ragazzo, c’è fortunatamente suo zio, Carlo Antici. Fratello di Adelaide, fu il migliore amico di Monaldo finché non si trasferì in giovane età, per studiare, in Germania, per poi sposare Marianna, esponente della potente famiglia romana dei Mattei, e trasferirsi con lei a Roma, nel Palazzo Mattei di Giove, anche noto come Palazzo Antici Mattei (oggi sede della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea e del Centro Studi Americani). 

Le scuole tedesche avevano insegnato a Carlo Antici l’importanza di accompagnare all’intenso studio sui libri, altrettante ore di esercizio fisico, cosa che al nipote a Recanati era venuta a mancare. Così, da Roma, il 15 luglio 1813, Carlo invia una lettera a Monaldo, in cui scrive: 

«Voi mi dite che il vostro impareggiabile Giacomo studia ora senza maestro la lingua greca, di cui spera di farsi padrone in un anno, e che in seguito vuol studiare l’ebraica. Io mi rallegro con voi, con lui, col sacerdozio cui sembra sin da ora chiamato; ma permettetemi che io vi esterni la mia apprensione per la di lui salute. [...] Se i vostri figli, se Giacomo interrompesse la sua logorante applicazione coll’esercizio delle arti cavalleresche, cesserebbero i miei timori. Ma quando veggo e so che il lungo e profondo studio non è interrotto che da qualche sedentaria applicazione di cerimonie ecclesiastiche, io mi sgomento col pensiero che voi avete un figlio ed io un nipote di animo forte e di corpo gracile e poco durevole. Gli antichi ed oggi i moderni ci davano l’esempio di non trascurare le forze del corpo per quelle dello spirito, ma di farle progredire di passo eguale, altrimenti le infermità fisiche opprimeranno la parte migliore dell’uomo, e converrà pur troppo applicare a tal caso il proverbio: Vale più un cane vivo che un leone morto.”

Carlo si offre di ospitare Giacomo a Roma, in casa sua. Il 22 luglio, Monaldo dà però una risposta inaspettata. 

Convengo ancora che qualche anno di Roma lo renderebbe quello che non può divenire in Recanati, anzi aggiungo che avendo collo studio e col profitto prevenuta l’età, sarebbe quasi tempo già di mandarvelo; ma questo è per me un tasto troppo sensibile. Privandomi di lui mi priverei nella mancanza vostra dell’unico amico che ho e posso sperare di avere in Recanati, e non mi sento disposto a questo sacrificio. S’egli poi gustasse una capitale, e ne facesse il confronto con questa terra di rilegazione e di cecità, non saprebbe più viverci contento. Lasciamo al tempo il suggerire le risoluzioni opportune, ma per ora il mio sentimento è ch’egli sia meno dotto, ma sia di suo padre, e possa vivere tranquillo e lieto nel paese in cui lo ha collocato la Provvidenza.»

Ma Giacomo non vive tranquillo e lieto in Recanati. Da tempo, la cittadina gli è stretta, gli appare limitata e opprimente. Nel 1819, il giovane si ribella e tenta una fuga dal “natio borgo selvaggio”, fuga che sarà presto sventata dal padre, avvisato tempestivamente dal conte maceratese Saverio Broglio d’Ajano della richiesta di Giacomo di un passaporto falso. 

Arreso all’evidenza, nel novembre 1822 Monaldo lascerà Giacomo partire per Roma, ospite dello zio. Carico di speranze nei confronti dell’Urbe e delle sue infinite possibilità, il Giovane Favoloso le vedrà deluse tutte, soprattutto quella di conoscere l’amore di una donna.

Ormai il danno era fatto, come ricorderà Giacomo in una lettera a Le Monnier del 1834: 
“[...] in somma io mi sono rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo in quel tempo che mi s’andava formando e mi si doveva assodare la complessione. E mi sono rovinato infelicemente e senza rimedio per tutta la vita, e rendutomi l’aspetto miserabile, e dispregevolissima tutta quella gran parte dell’uomo, che è la sola a cui guardino i più; e coi più bisogna conversare in questo mondo: e non solamente i più, ma chicchessia è costretto a desiderare che la virtù non sia senza qualche ornamento esteriore, e trovandonela nuda affatto, s’attrista, e per forza di natura che nessuna sapienza può vincere, quasi non ha coraggio d’amare quel virtuoso in cui niente è bello fuorché l’anima.”

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