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«Se c'è amore per l'uomo, ci sarà anche amore per la scienza». 

Nel IV secolo a.C. Ippocrate di Coo rivoluzionava la medicina occidentale e la figura stessa del medico adottando un’etica e delle pratiche che costituiscono ancora oggi un solido riferimento culturale. 

Secondo Ippocrate, l’intervento del medico doveva avere come unico obiettivo quello di curare e, in ogni caso, non nuocere. Potrebbe sembrare una sommaria banalità: cos’altro dovrebbe fare un medico? Ma non è difficile immaginare le azioni che queste figure professionali hanno compiuto e ancora mettono in atto in maniera totalmente disgiunta dal loro scopo.

Dai tempi di Ippocrate il desiderio di curare il prossimo e migliorare la società era inquinato dalla ricerca del lucro e in molti vendevano palliativi e false speranze senza alcuna conoscenza né alcun intento di giovare alla salute dei pazienti. Dall’Ottocento, con il Positivismo e i progressi nel mondo scientifico, esplose la necessità di cercare nella scienza i fondamenti che legittimassero la frammentazione della società e dei gruppi umani; da allora la carriera di molti medici si basò sullo studio della genetica per stabilizzare definitivamente la piramide umana che nella Germania nazista concepiva la razza ariana al vertice assoluto.

In nome della scienza

Il 9 dicembre 1946 si apriva il processo ai dottori, uno dei processi secondari di Norimberga, che vide sotto accusa ventitré persone (venti medici e tre ufficiali nazisti) accusate di crimini di guerra e crimini contro l’umanità per aver condotto in nome della scienza esperimenti sui prigionieri nei campi di concentramento

Tra i medici sarebbe dovuto esserci anche Josef Rudolf Mengele, ma dopo la cattura alla fine della guerra era riuscito a fuggire e a procurarsi una nuova identità: sotto il nome di Helmut Gregor era salpato per l’Argentina con la complicità delle autorità italiane.

Nonostante il mandato per l’estradizione da parte della Germania dell’Ovest e le operazioni di cattura organizzate dal Mossad (l’agenzia di intelligence israeliana), Mengele non fu mai trovato e giudicato per i suoi crimini.

Tedesco di origini, nacque a Günzburg nel 1911. Dopo gli studi, nel 1935 ottenne un dottorato in antropologia e due anni dopo si iscrisse all’Istituto di Biologia Ereditaria e Igiene Razziale dove collaborò come assistente del professor Von Verschuer, un genetista particolarmente interessato alle ricerche sui gemelli; anche al termine di questo percorso ottenne un dottorato, questa volta in medicina. 

Nel 1937 si unì al Partito Nazista e l’anno successivo alle Schutzstaffel (SS) con cui lavorò come medico ottenendo una serie di riconoscimenti per il suo operato sul campo, fino a che non fu ritenuto più idoneo dopo essere stato ferito. 

Fu allora trasferito a Berlino dove riprese i contatti col professor Von Verschuer che nel frattempo era diventato direttore dell’Istituto di Antropologia, Eredità umana e Eugenetica. Nel 1943 Mengele fu da questi incoraggiato a proseguire il suo lavoro di ricerca nei campi di concentramento e ad Auschwitz ebbe inizio l’operato che consegnò ai posteri la fama di un uomo che, in nome della scienza, aveva messo in atto esperimenti crudeli rendendo quei luoghi di sofferenza e morte, se possibile, ancora più atroci.

Il lavoro di Mengele ad Auschwitz

Joseph Mengele iniziò selezionando i prigionieri che sarebbero finiti nelle camere a gas e lui stesso supervisionava la somministrazione dello Zyklon-B, il gas a base di acido cianidrico che procurava la morte per intossicazione (lo Zyklon B era inizialmente utilizzato come insetticida e, ironia della sorte, fu sviluppato da un tedesco ebreo, il chimico Fritz Haber).

Come era facilmente prevedibile, l’affollamento nelle baracche, le scarse condizioni igieniche e l’assenza di assistenza medica e sanitaria, crearono le condizioni ideali per la diffusione di malattie infettive.

Le direttive di Mengele per arginare le infezioni consistevano nell’uccisione delle persone nei blocchi colpiti che venivano poi igienizzati e riutilizzati. I primi a pagare questa sentenza furono i bambini di un campo Romani, seguiti da un campo femminile in cui si era diffusa un’epidemia di tifo.

Le capacità risolutive del medico delle SS furono premiate con la Croce al Merito di Guerra.

Soprannominato “angelo della morte” dai prigionieri, nel corso della selezione sceglieva quelli su cui avrebbe potuto condurre i propri esperimenti, con una particolare predilezione per i gemelli - tutti minori - riallacciandosi così agli studi del suo mentore Von Verschuer.

Foto di Fallon Michael su Unsplash.

Quando i nuovi arrivati al campo di concentramento venivano esaminati, all’esclamazione "Zwillinge!" (gemelli, in tedesco), i genitori dovevano decidere in fretta se confermare o meno: non sapendo cosa li aspettava, chiedevano agli ufficiali quale destino sarebbe stato meno infausto e sperando che i figli gemelli potessero aver salva la vita erano portati ad approvare, altre volte ne davano notizia di loro spontanea volontà e a quel punto i bambini venivano separati per sempre dal resto della famiglia. Diventavano allora i “bambini di Mengele” e avevano un trattamento leggermente diverso rispetto agli altri, ad esempio il taglio dei capelli era corto piuttosto che completamente rasato.

Stando alle testimonianze dei sopravvissuti, Mengele utilizzava le persone affette da nanismo e da altre anomalie fisiche per i suoi esperimenti di genetica e infettivologia.

Con i gemelli infettava il primo con un agente patogeno e aspettava che morisse, dopodiché eliminava anche l’altro ed inviava gli organi in laboratorio perché venissero studiati. Altre procedure consistevano nella trasfusione di sangue da un gemello all’altro o in tentativi di creare gemelli siamesi.

Si stima che 618 individui furono sottoposti a questi esperimenti.

L’ambizione di Mengele si sposò perfettamente con le necessità del Reich di avere un esercito efficace a fronte delle infezioni che quotidianamente intaccavano le schiere dei soldati. Per tale ragione molti esperimenti erano condotti con lo scopo di contrastare malattie quali la malaria, tubercolosi, tifo petecchiale, epatite virale. Questa esigenza, unita alla costante ricerca della purezza della razza ariana, si risolse da un lato negli esperimenti sui prigionieri, dall’altro sul programma sviluppato nel Comitato del Reich per la registrazione scientifica di gravi malattie ereditarie che consisteva nell’eliminazione di neonati e persone affette da malattie ereditarie o acquisite che causavano un impoverimento della razza.

I campi di concentramento che furono teatri di questi esperimenti, oltre ad Auschwitz, furono Natzweiler-Struthof, Dachau, Mauthausen, Buchenwald, Neuengamme, Ravensbrück, Sachsenhausen. Anche se non è possibile risalire al numero preciso delle vittime, se ne stimano circa 7.200, perite nel corso degli esperimenti o in seguito, senza contare gli strascichi dei sopravvissuti, alcuni dei quali dopo la liberazione non superarono mai il trauma e si tolsero la vita.

Dopo la fine della guerra: dalla fuga al riconoscimento post mortem

Nel 1979 un uomo di nome Wolfgang Gerhard morì per annegamento a Bertioga e fu sepolto a Embu, nello stato di São Paulo in Brasile. Qualche tempo dopo il governo tedesco intercettò una lettera indirizzata alla famiglia di Mengele che ne annunciava la morte e da quella si risalì ai mittenti, una coppia di tedeschi che aveva offerto al medico delle SS rifugio in Brasile. 

Nel 1985 ci fu l’esumazione del corpo sepolto con il nome di Wolfgang Gerhard e lo scheletro fu analizzato da un team di esperti forensi per l’identificazione positiva dell’individuo

Furono verificate le testimonianze delle persone che lo avevano conosciuto in Brasile, si confrontò la calligrafia delle lettere scritte dopo la fuga con i documenti prodotti in Germania e si esaminò il cranio per confermare la sua somiglianza morfologica con le fotografie. Fu anche riscontrata una frattura del bacino, ricollegata a un incidente in moto avvenuto ad Auschwitz. 

Si giunse, quindi, alla conclusione che Josef Mengele era morto a Bertioga a 68 anni. Tuttavia il caso fu riaperto dalle autorità israeliane che misero in dubbio l’esito investigativo riaprendo l’indagine attraverso la richiesta dell’analisi del DNA nel 1988. Il DNA estratto dal femore fu comparato con quello della moglie e del figlio, ancora in vita, e il risultato confermò la precedente identificazione.

I suoi resti adesso sono conservati all’Istituto di Medicina Legale di São Paulo e utilizzati come campione di riferimento per gli studenti nello studio delle identificazioni.

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