C’era una volta un luogo, in Nuova Guinea, dove i ruoli di genere erano invertiti. Sulla sponda di un lago fangoso, tra foglie di loto rosa e aironi azzurri, viveva una società che ai nostri occhi apparirebbe oltremodo bizzarra.
Una brillante antropologa di nome Margaret Mead, a cavallo fra gli anni 1928 e 1929, fa una ricerca sul campo sulle differenze di genere e sull’adolescenza di tre gruppi tribali della Nuova Guinea, una ricerca rivoluzionaria con dei risultati che, per l’epoca, furono a dir poco sorprendenti.

I Ciambuli
I Ciambuli sono una tribù di 500 persone in cui le donne si svegliano presto per andare a pescare, celebrando la loro sororità e dimostrando un’instancabile forza lavoratrice. Nel frattempo gli uomini si preparano per le celebrazioni rituali, durante le quali loro sono i grandi protagonisti, coloro che occuperanno la scena come grandi attori di un’opera.
I maschi ciambuli curano i loro bellissimi riccioli (mentre le donne si rasano la testa), camminano con passo enfatico e teatrale e manifestano una propensione al compiacimento e una vulnerabilità palpabile al desiderio di piacere alla donna (la loro ossessione!) così si atteggiano in maniera voluttuosa.
In un gruppo di uomini ciambuli non mancano mai le piccole tensioni, le malignità, i pettegolezzi, nonché dispettucci e ambiguità. Sono per la maggior parte del tempo civettuoli come un gruppo di courtesan alla corte di Versailles.

«Hai visto Koshalan andarsene con un fiore nei capelli? Che intenzioni pensi che abbia?» chiede un uomo ciambuli ad un altro.
Le donne ciambuli assumono invece delle costanti diverse: lavorano sempre insieme, sono compatte, amiche e solidali fra di loro. Non litigano mai. C’è sempre un clima placido e di cameratismo: scherzano fra di loro ma mostrando sempre un atteggiamento pragmatico e vigile.
Nonostante le apparenze, i ciambuli sono patrilineari e vige la poligamia. Un uomo può avere più donne, però (e qui i pregiudizi potrebbero essere nuovamente ribaltati) sono le donne a scegliere gli uomini da sposare. Gli uomini pagano una sorta di dote ma devono farsi scegliere, devono essere convincenti, belli, graziosi e seducenti, un po’ come fanno i maschi dei pavoni. È facile dunque immaginare come siano ossessionati da questo. Tutti provano a corteggiare ma alla fine non sanno mai chi la donna finirà per scegliere.
E indovinate chi è considerato, fra i due, il sesso che non può resistere alle pulsioni sessuali, che cede ai piaceri della carne, che lo sappiamo, “è carne”?
«Dicono: non ha la vulva? il commento fra i ciambuli è sempre questo: sono forse le donne degli esseri senza sesso, ai quali si possa chiedere di attendere? Agli uomini sì che puoi chiedere di sottoporsi alla disciplina di un certo ordine, dato che sono meno pressati dal sesso.»
Gli Arapesh e i Mundugumor
Gli altri due gruppi studiati dall'antropologa nel suo lavoro pionieristico "Sesso e temperamento in tre società primitive", pubblicato nel 1935, sono gli Arapesh e i Mundugumor e anche loro presentano dati importanti per formulare la sua teoria.
Gli Arapesh, presentano un modello sociale unico in cui sia uomini che donne manifestano comportamenti gentili, premurosi e pacifici. Tutti, maschi e femmine verrebbero descritti, usando termini inglesi, come “svirilizzati” e “materni con i bambini”. Qui non ci sono evidenti differenze di genere (oltre quelle anatomiche ovviamente, che però sono di sesso appunto, non di genere) e non c’è una divisione di compiti nettamente definita attraverso il sesso.
Questa caratteristica contrasta nettamente con gli stereotipi occidentali che associavano negli anni 30 (e in parte ancor oggi) gli uomini alla dominanza e all'aggressività, e le donne alla sottomissione e alla passività.

D'altra parte, i Mundugumor, cacciatori di teste e cannibali, sono tutti aggressivi, competitivi e inclini alla violenza. Sono quindi caratterizzati da tratti considerati "maschili" secondo i criteri occidentali dell’epoca. Neanche qui però c’è una netta divisione di genere. Entrambi costruiscono case e vanno a caccia. Uomini e donne partecipano flessibilmente a una varietà di compiti, compresa la cura dei bambini, i quali generalmente vengono trattati con freddezza e spesso ostilità da entrambi i genitori.
Leggendo lo studio della Mead, è facile accusarla di generalizzare un po’ troppo, approccio che si spiega se consideriamo la scuola dove si è formata, quella Boasiana.
Le differenze valoriali nelle culture che osserva però, quelle non sono generalizzazioni. Ogni società infatti ha i suoi valori, dichiarati e alla luce del sole.
Risultati della ricerca sul campo di Margaret Mead
L'editore William Morrow suggerì alla Mead di inserire sempre nelle sue ricerche, per quanto svolte in terre lontane, qualcosa di significativo per gli americani. Era importante non solo informare gli americani sui popoli del Pacifico, ma anche far sì che potessero imparare qualcosa da loro. Questo suggerimento divenne per lei un mantra.
La domanda di ricerca alla base del lavoro di Mead era: "Fino a che punto la natura umana è malleabile?"
Un aspetto comune emerso da tutte le tribù studiate era la presenza di individui "aberranti", ossia persone che non si conformavano agli standard sociali predominanti. Tuttavia, a differenza della società occidentale degli anni '30, in queste culture non c'era l'idea di essere "troppo femminili per essere uomini" o "troppo maschili per essere donne". Mentre da noi “maschiaccio” descrive una ragazza libera, che si arrampica sugli alberi ed appare poco aggraziata, in Nuova Guinea non vi erano etichette come "maschiuccio" o "femminaccia" per chi non si conformava alle aspettative, ma eri, più banalmente, un disadattato.
Così non c’è la tendenza a riconoscersi nel sesso opposto per sentirsi liberi di essere se stessi. Talvolta, la soluzione a queste "aberrazioni" consisteva nel trasferirsi in una tribù confinante e sposare uno dei membri di quella tribù.
La ricerca della Mead solleva la questione della controversia tra natura e cultura. Secondo Marvin Harris, altro antropologo di spicco, l'opera di Mead è uno degli eventi più significativi nella storia del pensiero americano.
Nonostante la presenza di queste differenze fra “noi” e “loro”, è importante specificare che Mead non auspica una società occidentale che adotti uno dei modelli osservati nelle tribù studiate.

Anzi ci tiene a sottolineare una contraddizione di fondo presente fra i Ciambuli, i quali, benché siano i più “femminili” alla fine ammettono la possibilità di picchiare le donne, solo che i motivi per cui lo farebbero sono sorprendenti. Le picchierebbero se dovessero provare un’insostenibile vergogna per un giudizio femminile ricevuto, perché appunto, così come le donne nelle società occidentali, loro soffrono moltissimo il giudizio dell’altro sesso.
Cosa emerge però da questo passaggio, l’uomo è sempre, per natura, più forte fisicamente, e quindi è colui che esercita potere violento sulla donna.
Tuttavia sottolinea che quello che gli altri possono insegnarci è che se i tratti comportamentali considerati femminili possono essere associati ai maschi e viceversa in altre società, allora la differenza di genere non può essere determinata come innata (al contrario di quella sessuale, quindi alle evidenze anatomiche), ma piuttosto come una creazione culturale.
Le differenze di genere individuate da Mead sono quindi considerate come espressioni di una vasta gamma di variazioni individuali, associate a un sesso o all’altro all'interno di una data struttura sociale.
Nella conclusione della sua ricerca la Mead fantastica anche sull’esistenza di una società in cui le differenze non si basino sul sesso, ma su altri attributi, offrendoci una riflessione sulla possibilità di superare conflitti millenari fra uomini e donne e creare una società più armoniosa.
Immaginiamo quindi, come ci chiede lei, una società dove le differenze si basano sul colore degli occhi. Quelli con gli occhi marroni sarebbero, ad esempio, persone aggressive e pragmatiche, mentre quelli con gli occhi azzurri materni, dolci e civettuoli.
In questo caso ci sarebbero sicuramente frustrazioni però almeno l’ostilità fra i due sessi scomparirebbe, non vi sarebbero problematiche nei rapporti umani fra donne e uomini.
Ovviamente neanche questo è auspicato dalla Mead ma l’esempio è calzante per capire i limiti che imponiamo con la cultura.
Finita l’attività di immaginazione, torniamo alla realtà. In una società come la nostra, dove per fortuna la forza fisica non è più il principale strumento di potere, ma piuttosto lo sono (o dovrebbero essere) l'economia, la cultura e la scienza, le differenze di genere non dovrebbero limitare le persone nell'espressione delle loro personalità e propensioni perché questo nuocerebbe allo sviluppo della società intera. Ognuno deve poter dare il proprio contributo alla società senza influenze e pressioni sociali.
Le basi biologiche di sviluppo degli esseri umani, pur ponendo delle limitazioni che devono essere onestamente riconosciute, possono essere considerate come potenzialità, che l'immaginazione umana è lungi dall’abbracciare completamente.
M. Mead, "Sesso e Temperamento", 1935.

