Nel 2019 Merryn McKinnon, ricercatrice in comunicazione della scienza, si imbatte in un dato che la spinge ad approfondire: in una piccola analisi di 19 articoli scientifici, solo il 33% delle citazioni dirette proveniva da donne.
Le donne sono quasi la metà della popolazione e rappresentano circa un terzo dei ricercatori a livello globale, seppur con differenze tra i singoli settori. Eppure, quando la scienza viene raccontata al pubblico, anche in ambiti in cui le donne sono fortemente presenti, gli “esperti” citati sono in larga parte uomini.
Perché, se oggi le donne contribuiscono in modo sostanziale alla ricerca scientifica, le loro voci sembrano avere meno spazio?
La risposta sembra intrecciare più fattori: da un lato un sistema in cui la presenza femminile si riduce proprio nei ruoli apicali della ricerca, quelli da cui più spesso passa la visibilità pubblica; dall’altro il peso di aspettative sociali e pregiudizi di genere.
Un’analisi più ampia, pubblicata da McKinnon sul Journal of Science Communication, conferma questo schema su oltre 2.500 articoli scientifici pubblicati su giornali australiani nell’arco di cinque anni, suggerendo una dinamica che potrebbe riflettersi anche in altri Paesi ad alto reddito, dove la presenza femminile nella ricerca è in crescita.
Questo indica che l’aumento delle donne nei settori STEM, da solo, non basta: senza visibilità e riconoscimento negli spazi in cui la scienza viene raccontata, la parità resta incompleta.
Il gender gap dalla scienza ai media
Nel mondo STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) le donne hanno fatto progressi significativi negli ultimi decenni, arrivando anche a superare il 50% in alcuni settori, in particolare in medicina e nelle scienze della vita. Anche nella percezione comune qualcosa sta cambiando: oggi circa il 30–35% delle bambine e dei bambini, alla richiesta “disegna uno scienziato”, rappresentano una donna, contro meno dell’1% degli anni Settanta.
Eppure, se lo stesso panorama venisse raccontato solo attraverso i media, il mondo scientifico apparirebbe ancora dominato dagli uomini. Sono infatti soprattutto loro a raccontare la scienza al pubblico, anche in ambiti in cui le ricercatrici donne sono numericamente ben presenti o addirittura maggioritarie.
Il punto è che i media non si limitano a riflettere il mondo, ma contribuiscono a costruirlo, influenzando ciò che viene percepito come rilevante e chi viene riconosciuto come competente, cioè chi e cosa “conta” all’interno della società. È un circolo che si auto-rinforza: minore visibilità porta a minore autorevolezza percepita, e quindi ancora meno probabilità di essere ascoltate.
Lo studio australiano
Nello studio pubblicato su Journal of Science Communication, le ricercatrici e i ricercatori hanno esaminato 2.551 articoli scientifici pubblicati tra il 2018 e il 2022 su diverse testate australiane, valutando quanto spesso donne e uomini venissero citati come “esperti” nelle notizie di scienza e tecnologia.
I risultati mostrano uno squilibrio persistente. In tutti gli anni analizzati, le fonti maschili compaiono molto più frequentemente di quelle femminili: tra il 72% e l'80% degli articoli include uomini come fonti dirette, mentre le donne vengono citate solo nel 41-48% dei casi.
Questa tendenza emerge in quasi tutti gli ambiti esaminati, con una sola eccezione: l'educazione nelle discipline STEM, l'unico settore in cui le donne risultano più presenti degli uomini come fonti. Se il predominio maschile in campi come energia, tecnologia o ingegneria può apparire quasi scontato, dal momento che si tratta ancora oggi di settori in cui gli uomini rappresentano la maggioranza della forza lavoro, più sorprendente è che lo stesso schema si ripresenti anche negli ambiti a forte presenza femminile.
In Australia, ad esempio, le donne rappresentano circa il 75% della forza lavoro nell'ambito della salute. Eppure, negli articoli dedicati a medicina e sanità, gli uomini vengono citati nel 50% dei casi, mentre le donne compaiono come fonti solo nel 36%.
La selezione degli esperti
Una spiegazione potrebbe essere che lo squilibrio dipenda (anche) da chi scrive le notizie. Il giornalismo scientifico, del resto, è stato a lungo un settore dominato dagli uomini. Negli ultimi anni, però, il quadro è cambiato sensibilmente.
Sempre più donne si occupano di scienza e tecnologia, e nel campione analizzato da McKinnon le giornaliste hanno addirittura superato i colleghi uomini nella produzione di articoli scientifici tra il 2021 e il 2022.
Questo cambiamento, tuttavia, non si è tradotto automaticamente in una maggiore diversità delle fonti citate. Anche quando a scrivere sono donne, gli esperti intervistati continuano a essere prevalentemente uomini.
Perché le donne sono ancora meno visibili?
Le spiegazioni di questo squilibrio sono molteplici e riguardano, da un lato, la struttura stessa del sistema, che continua a escludere una parte significativa delle donne dai ruoli apicali della scienza, e dall'altro le aspettative sociali che influenzano il modo in cui donne e uomini si rapportano alla visibilità pubblica.
Per le loro interviste, i giornalisti e le giornaliste tendono a contattare ricercatori senior o responsabili di laboratorio, posizioni ancora occupate prevalentemente da uomini. Questo crea un circolo autoreferenziale in cui gli stessi nomi vengono citati con frequenza nei media, contribuendo ad associare la figura dello “scienziato esperto” a un profilo maschile e influenzando a sua volta le scelte redazionali.
A questo si aggiunge un secondo elemento, legato alle norme sociali e alle aspettative di genere. Diversi studi hanno mostrato che le donne tendono, in media, a esporsi meno pubblicamente e a promuovere meno i propri risultati rispetto agli uomini, anche quando ottengono prestazioni equivalenti. Uno studio pubblicato nel 2025 su Nature Communications, ad esempio, ha rilevato che le ricercatrici sono circa il 28% meno propense dei colleghi uomini a promuovere il proprio lavoro sui social media. Risultati simili erano emersi già qualche anno prima da una ricerca degli economisti Christine Exley e Judd Kessler, secondo cui le donne tendono a descrivere le proprie capacità e prestazioni in modo meno favorevole rispetto a uomini con risultati analoghi.
Per lungo tempo questa differenza è stata interpretata come una minore propensione a mettersi in gioco. Oggi, invece, diversi studi suggeriscono che il punto non sia una diversa disposizione individuale, ma il modo in cui la società valuta gli stessi comportamenti nei due generi: ambizione, assertività e autopromozione tendono a essere premiate negli uomini, mentre nelle donne possono essere percepite in modo più negativo.
Un problema di rappresentazione
Il punto centrale non è solo la parità numerica, ma il riconoscimento pubblico. La sottorappresentazione delle donne come fonti autorevoli nella scienza contribuisce a rafforzare l’idea che l’expertise sia prevalentemente maschile, anche quando le statistiche ufficiali raccontano una storia diversa.
È per questo che diversi studiosi e giornalisti indicano alcune possibili direzioni: ampliare i database di esperti consultabili, includere in modo sistematico ricercatrici nelle interviste, e rendere più esplicita la scelta di diversificare le fonti. Cambiamenti che, anche se piccoli nella pratica quotidiana del giornalismo, possono accumularsi nel tempo e modificare gradualmente chi viene riconosciuto come voce autorevole della scienza.
Cover Photo by Yaroslav Shuraev on Pexels.
