Nonostante i progressi nella ricerca scientifica, le disuguaglianze di genere e la sottorappresentazione della comunità LGBTQIA+ continuano a ostacolare una comprensione completa delle malattie e dei trattamenti. Cosa è cambiato negli anni e quali sfide sono ancora aperte?
Fino all'ultimo quarto del XX secolo, il sesso non era riconosciuto come una variabile nella ricerca medica, né si credeva che potesse influenzare lo stato di salute e la malattia.
Ad oggi, sebbene siano stati fatti progressi significativi per includere più modelli femminili negli studi preclinici, le disparità persistono. Inoltre, solo negli ultimi anni, anche le persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ stanno emergendo come un legittimo ambito di ricerca, con ancora molte lacune.
Modelli maschili: perché sono i più studiati?
Negli anni, la ricerca si è focalizzata sullo studio dei modelli maschili per vari motivi, come la maggiore semplicità, i costi inferiori, la mancanza di effetti confondenti esercitati dagli ormoni femminili e il timore di responsabilità legali in caso di esposizione perinatale ai farmaci durante la gravidanza.
Inoltre, per molto tempo, il corpo femminile è stato visto come una semplice variante del corpo maschile.
Tuttavia, decenni di sottorappresentazione dei modelli femminili negli studi preclinici hanno portato a disuguaglianze nella comprensione, diagnosi e trattamento delle malattie tra i sessi. Sorprendentemente, questo bias esisteva anche quando la malattia in questione era prevalente nelle donne.
Uno studio del 2014 riportava che solo il 56% delle ricerche su malattie prevalenti tra le donne indicava quale sesso fosse stato analizzato nello studio, e di questi, solo il 12% includeva modelli animali di sesso femminile o di entrambi i sessi.
Il bias legato al sesso è stato evidenziato come uno dei fattori che contribuiscono alla scarsa replicabilità e allo scarso successo degli studi preclinici ed esiste ancora un pregiudizio sessuale in questo campo, dove vengono utilizzati principalmente modelli maschili.
Tuttavia c’è un dato incoraggiante: da quando sono state introdotte politiche che promuovono l'inclusione di entrambi i sessi nella ricerca preclinica, un gran numero di articoli scientifici sono stati pubblicati evidenziando significative differenze dovute al sesso.
Ad esempio, a partire dal 2014, il National Institutes of Health degli Stati Uniti ha introdotto politiche che stabiliscono che, affinché la ricerca preclinica sia finanziata, il sesso debba essere considerato come variabile biologica e gli studi condotti su un solo sesso devono essere giustificati. Politiche simili sono pian piano state implementate dagli enti finanziatori in tutto il mondo.
Quali sono le conseguenza di una ricerca al maschile?
Le conseguenze di una storia di studi condotti esclusivamente sulla popolazione maschile non si limitano solo alla mancanza di conoscenze, ma includono anche il potenziale danno nel tentativo di trattare le donne con farmaci sviluppati e testati solo sui soggetti di sesso maschile.
È stato riconosciuto che alcuni dei problemi legati alla riproducibilità, che hanno afflitto per molto tempo la ricerca preclinica, potrebbero essere stati causati proprio dall'inclusione inadeguata delle donne o dall'analisi insufficiente dei dati per trarre conclusioni specifiche per sesso, in quanto una rappresentazione equa è fondamentale per determinare la sicurezza, l'efficacia e la tollerabilità degli agenti terapeutici per tutti i pazienti.
Infatti, sono state osservate differenze di sesso in molte condizioni patologiche, dai disturbi psichiatrici, come la schizofrenia e l'ansia, all'abuso di sostanze, alle demenze e persino a disturbi metabolici come le malattie cardiovascolari e l'obesità, fino alle malattie neurodegenerative, evidenziando la necessità di considerare il sesso in tutti i settori della ricerca. Inoltre, esistono differenze legate al sesso nella risposta a varie terapie farmacologiche per queste patologie. Queste differenze sottolineano quanto sia fondamentale esaminare entrambi i sessi negli studi.
Un esempio dell'importanza di distinguere i due sessi nella raccolta, analisi e utilizzo dei dati scientifici e sanitari è ben illustrata dai dati generati durante la pandemia di COVID-19. Infatti, circa il 60% dei Paesi non ha suddiviso i dati degli studi condotti durante la pandemia in modo coerente per sesso.
Non solo sesso: le differenze di genere
Se le donne sono state a lungo escluse dagli studi clinici e preclinici, le informazioni sull’identità di genere sono ancora più limitate, con la comunità LGBTQIA+ grande assente nella maggior parte degli studi.
È bene ricordare che, se il sesso fa riferimento alle caratteristiche biologiche e anatomiche degli individui, il genere indica i tratti sociali e culturali che qualificano il comportamento, il vissuto e i ruoli di una persona.
Identificare e sviluppare risposte pratiche alle disuguaglianze sanitarie e sociali che riguardano persone di genere e orientamento sessuale diversi richiede una ricerca etica e metodi inclusivi per ottenere dati solidi.
Con l'evoluzione delle attitudini sociali, politiche e culturali, questa attenzione si è ampliata per includere persone che si identificano in generi e orientamenti sessuali diversi, attirando l'interesse delle ricercatrici e dei ricercatori in diversi contesti e con vari obiettivi. Ci sono stati numerosi appelli a rendere la ricerca su queste popolazioni più rappresentativa e a rispettare l'autonomia dei partecipanti. Negli ultimi decenni, sono stati fatti alcuni progressi per affrontare le sfide della ricerca nelle comunità LGBTQIA+, ma con non pochi ostacoli, dovuti anche a pregiudizi politici e sociali.
Cosa c’è ancora da fare
La nostra comprensione di come gli esiti sanitari siano influenzati da sesso e genere, e di come questi costrutti si intersechino tra loro, è in continuo ampliamento. Questo processo richiede uno sforzo concertato da parte di tutte le persone e istituzioni che raccolgono, analizzano e pubblicano dati sanitari.
Per fare progressi, è necessario in prima battuta, porre l'accento sulla formazione delle ricercatrici e dei ricercatori e di altri professionisti sanitari riguardo le differenze tra sesso e genere e su come catturare e rappresentare adeguatamente queste differenze nella raccolta, analisi e utilizzo dei dati sanitari.
Pertanto, è imperativo che i ricercatori non escludano il 50% della popolazione scegliendo di esaminare solo i soggetti di sesso maschile. Il messaggio chiave è che studiare sia i maschi che le femmine è necessario in tutte le ricerche, comprese quelle su cellule, modelli animali e umani, e che la scelta di studiare automaticamente entrambi i sessi e tenere conto del sesso come fonte di variazione dovrebbe essere automatica.
Sviluppare ricerche e trattamenti basati sul sesso e, quando necessario, sul genere, dovrebbe essere l’obiettivo da perseguire al fine di raggiungere il goal degli approcci di medicina personalizzata.
