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Artemide: La Dea Selvaggia. Apparenti Contraddizioni sul ruolo femminile nell’antica Grecia.

Tra le tante e sfaccettate dee del Pantheon dell’antica Grecia, Artemide (in greco antico: Ἄρτεμις, Ártemis) è sicuramente l’outsider. Indipendente, un po’ scorbutica, non meno bella di Atena e Afrodite eppure solitaria e incorruttibilmente vergine.

La sua storia inizia con la sua nascita, già di per sé un evento straordinario e avvolto nella leggenda. Sua madre Leto per andare a partorire si va a rifugiare nell’isola di Delo, per dare alla luce i suoi due figli, frutto del suo incontro con il fedifrago Zeus. Era (moglie di Zeus), risaputamente poco incline al perdono o al chiudere un’occhio, l’aveva maledetta obbligandola a partorire in un posto lontano e non illuminato dal sole.

Quando il momento del parto si fa imminente, i dolori del travaglio diventano intensi e implacabili. Leto partorisce prima Artemide che giusto il tempo di tagliare il cordone ombelicale e subito sente il richiamo del dovere, quello di aiutare sua madre a completare il parto, facilitando la nascita del fratello gemello Apollo. Contributo senza dubbio precoce, che le varrà il titolo di Dea del parto.

Ancora infante sale sulle gambe del padre e gli chiede come regalo la verginità eterna, ma anche “tanti nomi quanti ne ha Apollo, un arco con frecce, una tunica da caccia che le lasci libere le ginocchia per poter correre e ninfe che si occupino di lei e di sfamare i suoi cani”

Artemide sceglie di passare il tempo della sua vita lontano dal chiasso dell’olimpo, immersa nella natura, andando a caccia, accompagnata solo dai suoi animali (soprattutto cervi e cani) e dalle sue ninfe. Eppure nella realtà dell’antica Grecia la caccia è una pratica esclusivamente maschile, percepita come pericolosa e svolta in territori selvaggi e disabitati. 

I miti ci raccontano infatti sempre di battute di caccia con protagonisti maschili: battute al cinghiale come quella di Meleagro e di eroi micenei e di quelle svolte dagli eroi dell’Iliade che indossano elmi fatti di zanne di cinghiale, fino a Ulisse, il quale riporta una cicatrice che si è procurato da giovanissimo proprio durante una battuta di caccia al cinghiale sotto la guida del nonno materno. 

Se nel mondo degli uomini però la caccia è pratica maschile, nel mondo degli Dei è lei la regina: Artemide. 

Ma perché una Dea come Artemide viene associata a una pratica maschile come la caccia? 

Le motivazioni sono le stesse che spiegano perché miti come quello di Ifigenia ad Aulide richiedono il sacrificio di una vergine o del perché Callisto si trasforma in un orso. 

Questi racconti infatti riflettono temi essenziali per la società greca: attraverso il confronto simbolico con la natura selvaggia e pericolosa le ragazze vengono “addomesticate” e preparate al matrimonio. Anche se ci sembra di trovarci di fronte ad un paradosso, nella logica dell’antica Grecia la natura selvaggia e pericolosa, rappresentata dalle avventure di Artemide e delle sue seguaci nei luoghi selvaggi, non simboleggia altro che le sfide e i pericoli che le giovani donne devono affrontare in quella peculiare fase di libertà e pericolo, ovvero mentre crescono e si preparano per il matrimonio, in cui tutto può succedere e in cui quindi la giovane donna deve armarsi di arco e frecce per proteggere se stessa e la sua verginità. 

Questa simbologia è resa manifesta dal mito di Atteone e ci conferma come questo passaggio sia delicato e riservato alle sole donne. 

Secondo il mito, il giovane Atteone, famoso per la sua bellezza e per la sua abilità nella caccia, un giorno, durante una battuta, sorprende involontariamente la bellissima dea Artemide e le sue le ninfe senza vesti intente a bagnarsi in un ruscello. Atteone resta meravigliato ma anche avesse voluto, non fa in tempo ad agire in alcun modo. Artemide, con i suoi sensi da gatta, se ne accorge immediatamente, e offesa e ingiuriata da quello sguardo illegittimo, decide di punirlo trasformandolo in un cervo. Da quel momento Atteone perde la sua forma umana. Disorientato e spaventato cerca di fuggire, ma viene presto cacciato e ucciso dai suoi stessi cani da caccia che lo riconoscono ormai solo come una preda.

Artemide sembra non innamorarsi mai anche se in realtà ci sono alcune varianti del mito che la vedono provare sentimenti di attrazione e di amore per Atteone. In ogni caso Artemide, seppur molto attraente, sembra vivere questa condizione più come una condanna che un’arma.

Non è un caso che Pierre Klossowski la definisca così:
Una divinità che si offre e al tempo stesso si sottrae agli uomini sotto le seducenti fattezze di una vergine prorompente e letale.

Artemide è una dea della transizione. A Brauron, una località umida e paludosa ai margini dell’Attica, si praticavano i riti di passaggio per le ragazze ateniesi, un luogo marginale e fertile che riflette la natura liminale del culto di Artemide.

A Patrasso, la sacerdotessa del culto di Artemide Triclaria era una giovane che manteneva la sua posizione fino al matrimonio, e vi erano racconti che descrivevano sacrifici umani annuali di coppie di giovani, come punizione per aver consumato il rapporto sessuale nel santuario della dea. Anche ad Halae, in Attica, si praticava un finto sacrificio umano nel culto di Artemide Tauropolos, legato al mito di Ifigenia.

La dea è poi spesso rappresentata come furiosa, associata alla natura selvaggia e agli animali, come cervi e orsi, e richiede spesso sacrifici umani.

Un altro aspetto interessante del culto di Artemide è rappresentato dai riti alla foce del fiume Alfeo, dove la dea e le ninfe si spalmano il viso con fango durante una festa notturna per sfuggire al fiume che tenta di violare la verginità di Artemide. Questo rituale celebra la resistenza della dea contro la forza selvaggia della natura (e della natura sessuale maschile).

I ruoli ordinati degli dei, come Artemide dea della caccia, sono modi per comprendere la loro comunità e il loro significato nella vita quotidiana dei Greci. 

Come risolvere quindi il paradosso di una figura come Artemide, che rinuncia all’erotismo eterosessuale però supervisiona il parto? 

Verginità e maternità nel mondo greco erano viste come simultaneamente possibili, perché sono due aspetti complementari della donna nella loro manifestazione più potente. Artemide è quindi questo: la donna nella sua manifestazione più potente.

Non è un caso che la luna, simbologia della femminilità e della natura ciclica, è associata a più divinità femminili, ognuna rappresentante una diversa fase della vita di una donna e una diversa fase lunare.

  • Artemide (Luna crescente): rappresenta la giovinezza e la verginità, descritta come natura selvaggia, indipendenza e forza.
  • Selene (Luna piena): la rappresentazione della donna nella sua fase più piena e potente, spesso associata alla maternità e alla piena espressione della femminilità. Simboleggia la maturità, la fertilità e la pienezza della vita. 
  • Ecate (Luna calante e oscura): la saggezza, la trasformazione e, in una certa misura, la vecchiaia. Ecate è associata alla magia, al mistero e al lato oscuro. Una fase che esprime il tempo della riflessione e del raccolto delle esperienze trascorse.

Anche se Artemide rappresentava solo una fase femminile (la giovinezza) anch’essa sottoposta al controllo maschile tanto che la verginità andava custodita, nella modernità associamo invece Artemide ad una forma di indipendenza femminile eterna e così libera da non prevedere la verginità se non come eventuale scelta. 

Siamo di fronte quindi ad una legittima reinterpretazione di un mito in chiave moderna? 

Il concetto tradizionale di Artemide, associato ad una fase specifica della vita femminile controllata dalla cultura patriarcale, viene rovesciato, ridefinito nella modernità come simbolo di indipendenza femminile duratura e libertà dal controllo maschile.

Oggi Artemide riprende vita e diviene un’icona di libertà femminile senza tempo.

Questa reinterpretazione può essere vista come un processo di transculturazione, in cui l’antico mito viene adattato alla sensibilità e alle urgenze moderne. Artemide diventa così il simbolo della donna emancipata e quello stato di libertà viene liberato dalla condizione di “fase” e reso finalmente eterno. 

Fonti:

Burkert, W. (1985). *Greek religion: Archaic and classical* (J. Raffan, Trans.). Oxford: Basil Blackwell.

Rogers, G. M. (2012). *The mysteries of Artemis of Ephesos: Cult, polis, and change in the Graeco-Roman world*. Yale University Press.

Ogden, D. (2007). *A companion to Greek religion*. Blackwell Publishing.

Gantz, T. (1993). *Early Greek myth: A guide to literary and artistic sources*. Johns Hopkins University Press.

Marinatos, N. (2000). *The goddess and the warrior: The naked goddess and Mistress of Animals in early Greek religion*. Routledge.

Harding, M. E. (1971). *Woman’s mysteries: Ancient & modern*. Shambhala Publications.

Cover Photo: La Diana di Versailles, una copia romana di una statua greca di Leochares della dea Artemide, conosciuta dai romani come Diana. Louvre, Parigi.

Silvia Casabianca
Silvia Casabianca (in arte Madam Stories | Storia di Gente e Popoli) è un'antropologa culturale. Nel 2016 consegue la laurea magistrale in Discipline etno-antropologiche (all'interno della classe di Scienze Storiche) presso l'Università La Sapienza, specializzandosi in Storia e Cultura del Messico. Ad oggi si occupa di divulgazione storica, per lo più in chiave ironico-sperimentale. Crea contenuti dinamici, in cui narra "la storia dietro le corone", dietro le grandi gesta e le case dei regnanti, le storie dei popolani, dei popoli e la trasformazione culturale delle società, integrando il metodo etnografico alla ricerca storica.

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