Altri risultati...

Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
post

Tempo di lettura: 3 minuti

Scienza

Microplastiche: 5 modi in cui minacciano la salute del cervello

Ogni anno un adulto ingerisce tra 39.000 e 52.000 particelle di microplastiche attraverso acqua potabile e cibo, senza contare quelle che inaliamo con aria e polveri domestiche. Negli ultimi anni sono state trovate nelle profondità marine, nella placenta umana, nel sangue, nei testicoli e persino in insetti raccolti in Antartide: un segnale che la contaminazione ha superato ogni confine geografico e biologico.


Erika Salvatori
Erika Salvatori

Redattrice senior

Tempo di lettura: 3 minuti

Le microplastiche sono ovunque: nei mari, nell’aria, nel cibo, persino tra i ghiacci dell’Antartide. Oggi sappiamo che possono accumularsi anche nel corpo umano. Ma cosa succede quando raggiungono il cervello

Oggi più di 57 milioni di persone nel mondo convivono con una forma di demenza. I casi di Alzheimer e Parkinson sono destinati ad aumentare nei prossimi decenni e tra i fattori di rischio compare anche l’esposizione alle microplastiche. L’ipotesi che queste possano favorire – o accelerare – i processi neurodegenerativi sta attirando sempre più attenzione.

A fare il punto è una revisione sistematica pubblicata su Molecular and Cellular Biochemistry, frutto di una collaborazione internazionale guidata dalla University of Technology Sydney (UTS) e dalla Auburn University (USA).

Un mondo sempre più di plastica

All’inizio degli anni Duemila, il biologo marino Richard Thompson definì le microplastiche come frammenti di plastica inferiori a 5 millimetri, documentandone la diffusione negli oceani. Da allora, la loro presenza è stata rilevata ben oltre l’ambiente marino, e più di recente anche nel corpo umano.

Ogni anno un adulto ingerisce tra 39.000 e 52.000 particelle di microplastiche attraverso acqua potabile e cibo, senza contare quelle che inaliamo con aria e polveri domestiche.

Negli ultimi anni sono state trovate nelle profondità marine, nella placenta umana, nel sangue, nei testicoli e persino in insetti raccolti in Antartide: un segnale che la contaminazione ha superato ogni confine geografico e biologico.

Le microplastiche rappresentano senza dubbio un’emergenza ambientale, sommandosi in modo silenzioso e quasi “invisibile” alle 50-57 milioni di tonnellate di plastica che ogni anno finiscono nell’ambiente. Non è ancora chiaro, però, quali siano i rischi a lungo termine per la salute umana. 

Anche se le principali vie di esposizione restano l’apparato gastrointestinale e quello respiratorio, studi recenti mostrano che micro- e nanoplastiche si accumulano anche nel cervello, in concentrazioni talvolta superiori a quelle rilevate in organi come fegato e reni.

Uno studio pubblicato su Nature Medicine nel febbraio 2025, basato su campioni autoptici raccolti tra il 2016 e il 2024, ha mostrato che la concentrazione di micro- e nanoplastiche nel cervello umano è aumentata del 50% in soli otto anni. Le quantità rilevate sono state descritte come paragonabili a un cucchiaio colmo di plastica nei tessuti cerebrali.

I cinque danni delle microplastiche al cervello

Nella review pubblicata su Molecular and Cellular Biochemistry, le ricercatrici e i ricercatori hanno individuato cinque meccanismi principali attraverso cui le microplastiche possono danneggiare il cervello e creare condizioni favorevoli allo sviluppo di malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson.

Attivazione del sistema immunitario

Quando le microplastiche raggiungono il cervello, l’organismo le riconosce come corpi estranei e attiva le proprie cellule immunitarie nel tentativo di eliminarle. Il problema è che questa risposta difensiva, se persistente, può trasformarsi in infiammazione cronica, una condizione già fortemente implicata nella progressione delle malattie neurodegenerative. 

Stress ossidativo

Le microplastiche aumentano la produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS), molecole instabili che danneggiano lipidi, proteine e DNA, e indeboliscono i sistemi antiossidanti. Il risultato è un ambiente cellulare più vulnerabile ai danni, una condizione comune a molte patologie neurodegenerative.

Compromissione della barriera emato-encefalica

Le micro- e nanoplastiche possono attraversare la barriera ematoencefalica oppure danneggiarne la struttura, rendendola più permeabile. Una barriera “leaky” consente l’ingresso di molecole infiammatorie e tossiche nel cervello, innescando un circolo vizioso di infiammazione e danno cellulare sempre più difficile da contenere.

Disfunzione mitocondriale

Le microplastiche interferiscono anche con i mitocondri, provocando una riduzione della produzione di ATP, la molecola che fornisce energia ai neuroni. Senza energia sufficiente, le cellule nervose faticano a mantenere le loro funzioni di base, dalla trasmissione dei segnali alla sopravvivenza stessa. Nel lungo periodo, questo deficit energetico può contribuire alla degenerazione neuronale.

Danno diretto ai neuroni

Infiammazione, stress ossidativo e carenza energetica convergono in un ultimo effetto: il danno strutturale ai neuroni. Le microplastiche possono alterare la morfologia delle cellule nervose, interferire con la comunicazione sinaptica e favorire processi di morte cellulare. 

Microplastiche e malattie neurodegenerative

Oggi oltre 57 milioni di persone nel mondo convivono con una forma di demenza come l’Alzheimer e circa 10 milioni con il Parkinson; numeri destinati a crescere con l’invecchiamento della popolazione. Non è certo se le microplastiche siano la causa diretta di Alzheimer o Parkinson, ma un numero crescente di studi indica che possono accelerare l’aggregazione di proteine come beta-amiloide e tau, processi chiave di queste malattie, aumentando la neuroinfiammazione e amplificando lo stress ossidativo.

Sul fronte della prevenzione, però, le certezze restano limitate. Ridurre l’esposizione – limitando il contatto tra plastica e alimenti, preferendo materiali naturali e riducendo i cibi ultra-processati – può abbassare il carico individuale, ma si tratta di interventi parziali. 

Secondo le ricercatrici e i ricercatori, la vera leva resta collettiva e passa da politiche ambientali in grado di ridurre la produzione di plastica e la sua dispersione in ecosistemi che, ormai, arrivano fino al cervello umano.

Cover Foto di Sören Funk su Unsplash.

magnifiercrosschevron-uparrow-leftarrow-right