Una delle capacità che certamente distingue la mente umana è quella di riuscire a immaginare eventi futuri o scenari alternativi. Molti studi di neuroscienze e psicologia, infatti, si focalizzano sul ruolo dell’immaginazione nella regolazione delle emozioni, delle motivazioni e delle decisioni.
Un recente studio, pubblicato su Nature Communication nel dicembre 2025, analizza dati comportamentali e neurobiologici per esplorare una nuova ipotesi: pensare in modo positivo può modificare le preferenze e l’attività del nostro cervello, in modo molto rapido.
Il cuore dello studio: apprendere ciò che non è mai accaduto
La domanda alla base dello studio è semplice ma radicale: è possibile apprendere da esperienze che esistono solo nell’immaginazione?
L’apprendimento in sé dipende dall’esperienza reale e dalla sua ripetizione. Tuttavia, le autrici e gli autori - un team internazionale guidato da Aroma Dabas e Roland G. Benoit dell’Università del Colorado Boulder, in collaborazione con il Max Planck Institute - hanno confermato la loro ipotesi: il cervello tratta le esperienze immaginate in modo molto simile alle esperienze reali, attivando gli stessi meccanismi neurali che guidano l’apprendimento basato su eventi esperiti realmente.
In termini tecnici, l’esperimento sfrutta il concetto di “errore di previsione” (prediction error), ossia il segnale che il cervello genera quando ciò che accade è più piacevole o sorprendente di quanto previsto, quando cioè non rispecchia le aspettative. Nel contesto reale, questo segnale guida l’apprendimento e rinforza comportamenti.
La novità della ricerca è che questo segnale può essere generato anche da eventi immaginati, e non solo da quelli esperiti realmente.
Come è stato condotto l’esperimento
I dati comportamentali e neurobiologici sono stati ottenuti da una popolazione di 50 persone adulte volontarie. In una prima fase, ogni partecipante ha generato un elenco di 30 persone note nella propria vita reale, classificandole in tre categorie: gradite, neutre o sgradite. In seguito, per ciascuna delle persone giudicate neutre, durante l’esperimento, viene chiesta una cosa molto semplice: immaginare una breve interazione. Non vengono dati dettagli su cosa immaginare, né indicazioni sul tono emotivo. L’immaginazione è completamente libera.
Dopo ogni immaginazione, monitorata con risonanza magnetica funzionale (fMRI), viene indicato quanto l’esperienza immaginata sia stata piacevole. Questo valore non viene imposto dall’esterno: nasce interamente dall’esperienza soggettiva.
Dopo molteplici trial, emerge un fenomeno interessante. Senza che nessuno lo decida in anticipo, alcune persone finiscono per essere associate a immaginazioni mediamente più piacevoli, mentre altre evocano immagini meno gratificanti. Questa differenza non dipende dalle scelte sperimentali, ma da come funziona l’immaginazione stessa.
Solo a posteriori, analizzando i dati, il team di ricerca utilizza due etichette tecniche:
- HR (High Reward) per indicare le persone che hanno generato mediamente immaginazioni più piacevoli;
- LR (Low Reward) per quelle che ne hanno generate di meno.
Queste etichette non esistono nell’esperienza reale soggettiva: servono esclusivamente per analizzare i dati.
Il cervello apprende anche dall’immaginazione
Il risultato più sorprendente è che il cervello apprende comunque. Le persone associate più spesso a immaginazioni positive diventano gradualmente più preferite, anche se non è mai successo nulla di reale. Il cervello tratta queste esperienze immaginate come se fossero vere, usando gli stessi meccanismi di apprendimento che utilizza quando riceve ricompense reali.
In altre parole, lo studio mostra che non serve vivere un’esperienza per imparare da essa: a volte basta immaginarla.
Cosa succede nel cervello: il ruolo della rete di ricompensa
I dati di fMRI rivelano che l’immaginazione di eventi positivi attiva regioni chiave della rete di ricompensa del cervello, in particolare:
- il corpo striato ventrale (ventral striatum), un’area che è profondamente coinvolta negli errori di previsione e nella codifica delle ricompense;
- la corteccia prefrontale dorso-mediale (dmPFC), che invece è associata alla rappresentazione di informazioni sociali complesse e alla memoria dei tratti personali.
Queste stesse aree del cervello si attivano nell’apprendimento da eventi realmente vissuti: ad esempio, una sorpresa gradevole o un’esperienza gratificante che supera le aspettative stimola segnali di apprendimento analoghi. Nel caso delle esperienze immaginate, lo studio mostra che le emozioni evocate producono un segnale di prediction errorendogeno, che quindi modifica le preferenze e le valutazioni sociali.
Implicazioni per psicologia, salute mentale e performance
Le evidenze di questa interessante ricerca hanno risvolti pratici molto importanti, che potrebbero influire sulla nostra vita quotidiana.
Per quanto riguarda la salute mentale, ad esempio, già si utilizzano le tecniche di visualizzazione positiva in alcune forme di terapia cognitiva per ansia, depressione e fobie. Comprendere i meccanismi neurali alla base di tali tecniche può permettere di perfezionarle e di adattarle meglio alle esigenze cliniche.
Riguardo le relazioni sociali, invece, l’immaginazione di esperienze positive con le persone può aiutare in casi di evitamento sociale collegato a forte timidezza.
Anche nel campo della performance, molte persone che praticano attività artistiche, sportive o musicali utilizzano da tempo la visualizzazione mentale per allenarsi. Questo studio fornisce basi biologiche all’idea che il cervello “si allena” anche attraverso l’immaginazione, attivando circuiti di apprendimento simili a quelli reali.
È importante notare, però, che non tutti gli effetti sono positivi. Così come possiamo creare apprendimento piacevole, immaginare contesti negativi può rafforzare paure esistenti, come quelle osservate nei disturbi d’ansia. Questo conferma che l’immaginazione è uno strumento potente e a doppio taglio, capace di influenzare pensieri, emozioni e decisioni.
Conclusioni: la mente come laboratorio interno
Questo studio pone evidenze biologiche al fatto che quello che immaginiamo non è un semplice sogno ad occhi aperti: può essere un’esperienza significativa, capace di determinare le nostre scelte future e il modo in cui il cervello organizza le informazioni sociali.
La ricerca, inoltre, apre la strada a ulteriori studi su come l’immaginazione possa essere impiegata in contesti educativi, terapeutici e professionali, sfruttando la naturale plasticità del cervello per creare cambiamenti duraturi non solo attraverso ciò che facciamo realmente, ma anche attraverso ciò che immaginiamo soltanto.
Fonte:
Dabas, A., Bruckner, R., Schultz, H. et al. Learning from imagined experiences via an endogenous prediction error. Nat Commun 16, 10845 (2025). https://doi.org/10.1038/s41467-025-66396-2
Cover Foto di Alexey Demidov su Unsplash.
