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Tempo di lettura: 13 minuti

Il suo mantra: «Trova te stesso, sempre e comunque.»

La Dott.ssa Silvia La Chiusa, psicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, bionutrizionista e coach sportiva, ha fondato, nel 2011, il Centro di Psicologia di Cernusco sul Naviglio, ormai punto di riferimento sul territorio, ove oggi dirige una équipe di psicologi e segue pazienti privati.

«Sin da piccola ho avuto un grande interesse per le relazioni umane.

Mi piaceva stare ad osservare il comportamento degli altri: come si muovevano, come parlavano, le loro espressioni facciali. Fatto questo cercavo di ipotizzare le loro emozioni, scovare i loro sentimenti: da ciò che si vedeva fuori cercavo di capire cosa era presente dentro.

Tutto questo si è poi evoluto nella mia formazione scolastica ed in un percorso professionale che mi consentisse di continuare a vivere questa mia propensione naturale cercando di migliorarla e amplificarla.»

L’obiettivo finale è sempre stato quello di aiutare l’altro a trovare se stesso seguendo uno stile socratico che consente al singolo di conoscere se stesso, nella sua parte più intima e non visibile all’occhio umano.

Silvia, prima della fondazione del Centro, ha perfezionato la sua formazione clinica presso il CPS di Gorgonzola dell’A.O di Melegnano e nel 2010 ha ricoperto il ruolo di Psicologo di Quartiere per la provincia di Milano.

Lo psicologo e la psicologia

«Lo psicologo è sicuramente un Facilitatore dell’evoluzione del Sé», risponde la dottoressa, alla domanda di descrivere, secondo lei, il principale compito di uno psicologo, «È un professionista che, con la giusta delicatezza e le giuste tecniche apprese nella sua lunga formazione, riesce ad individuare i processi cognitivi, emotivi e comportamentali dell’individuo e insieme a lui, in un lavoro a due impreziosito da una grande stima reciproca, può far evolvere il singolo nella espressione migliore e più pura del suo Sé.»

La psicologia è una scienza che tratta i processi cognitivi (pensieri), emotivi (emozioni) e comportamentali, osservandoli da diversi punti di vista: individuale, familiare, di coppia e di gruppo.

Le emozioni spezzate

Secondo la Dott.ssa La Chiusa, per fare emergere il proprio Sé, vanno individuate le paure interiori, i famosi “blocchi emotivi”, che tendono appunto a bloccare il naturale fluire.

In uno dei suoi libri, Emozioni spezzate: Il modello risintonico-emotivo per il trattamento dei disturbi psichici, si parla proprio di questi blocchi che frenano l’evoluzione personale, le cosiddette emozioni spezzate. Esse derivano da vari aspetti: un caregiver incapace di sintonizzarsi sui bisogni reali del bambino, un allontanamento di quest’ultimo dalle emozioni non ascoltate e dolorose e l’adozione di una  strategia di sopravvivenza personale, così come ci spiega: «Quando nasciamo ci troviamo immersi in un mondo di relazioni e dinamiche familiari che sono già esistenti, prima ancora del nostro arrivo, e quindi iniziamo a vivere e a crescere in un contesto precostituito, cercando di apprendere dagli altri il loro modo di pensare, di sperimentare emozioni e di agire. 

Spesso tale contesto non è sufficientemente in grado di garantire un adeguato livello di gratificazioni e di sintonizzazione affettiva. Per crescere sani sul piano psicologico dobbiamo avere un caregiver che sia in grado di entrare in sintonia con i nostri bisogni più profondi. Se questo accade, allora la strada verso la salute emotiva e mentale è spianata, ma se al contrario ci rapportiamo ad un caregiver irrisolto, ancora figlio, e invischiato in paure e processi personali (perché a sua volta anche lui non ha trovato una adeguata sintonizzazione ai propri bisogni) ecco che, non può dedicarsi alla soddisfazione dei nostri.

Quindi di fatto non si sintonizza, rimane immerso e posizionato su una frequenza emotiva differente alla nostra, non ci vede, non ci ascolta empaticamente, non c’è per noi.

A tal punto si verifica un vero e proprio blocco del nostro fluire emotivo naturale proprio perché iniziamo ad allontanarci dalle emozioni non ascoltate proprio perché sono portatrici di dolore, dai bisogno repressi e iniziamo a costruire vere e proprie strategie di sopravvivenza.

C’è chi si chiude in se stesso, chi adotta uno stile ribelle, chi diventa fin troppo accomodante e svariate altre modalità per sopravvivere sul piano psichico.»

Qual è quindi il ruolo della Psicoterapia in questo processo?

La Psicoterapia è in grado di recuperare tale blocco emotivo, ripristinando il naturale fluire delle emozioni e consentendo un’evoluzione sana del sé, ricostituendo il cosiddetto ciclo risintonico-emotivo messo a punto da La Chiusa.

Alimentazione ed emozioni

In questo articolo cercheremo di comprendere in particolare il profondo rapporto tra alimentazione ed emozioni, caratterizzato da una forte interconnessione, ove la prima influenza le seconde e viceversa.

Ad oggi, nella nostra epoca, dove i disturbi alimentari sono sempre più in aumento, è molto facile reperire del cibo e utilizzarlo come compensatore emotivo.

«Cibo ed emozioni sono caratterizzate da un forte legame che potremmo definire interdipendente: non solo l’emozione influenza il comportamento alimentare, ovvero la scelta del cibo da introdurre, ma anche il contrario. La storia di vita, lo stato fisiologico e l’evento scatenante producono una fortissima influenza sul comportamento alimentare, il quale, a sua volta, influenza l’emozione» puntualizza la psicologa.

La scelta alimentare

La Dott.ssa La Chiusa ci racconta come la scelta alimentare sia determinata da molti fattori, tra cui la storia personale di vita, le condizioni fisiologiche attuali del proprio organismo (ad es. lo status glicemico ed ormonale) e l’evento scatenante, ossia il particolare vissuto di quella giornata (ad es. un litigio col partner, le difficoltà relazionali al lavoro, ecc.).

La scelta alimentare di quel momento (per lo più rivolta spesso verso i dolciumi) sembra compensare lo scompenso emotivo derivato dal vissuto negativo così difficile da metabolizzare, quasi come ad offrire una gratificazione subitanea, così come spiega Silvia in questo calzante esempio:

«Immaginiamo una persona che abbia deciso di iniziare una dieta dimagrante e che, dopo un litigio con il partner o dopo una critica ricevuta dal proprio superiore davanti ai colleghi, inizi a provare un forte desiderio di cibi dolci a tal punto da decidere di pranzare con un gelato.

Perché proprio quel giorno decide di pranzare in quel modo?

Molto probabilmente questa persona ha appreso nella sua storia di vita che le emozioni per lei sgradevoli come la frustrazione, la solitudine, il senso di abbandono sono intollerabili e pertanto vanno “gestite” cercando subito una compensazione pronta all’uso

E cosa è facilmente recuperabile se non il cibo?»

In realtà, subito dopo il picco glicemico e un finto status di piacere, si instaura nella persona un forte senso di colpa: «Infatti dopo aver prodotto uno sgarro carico di di zuccheri, la nostra glicemia si alza velocemente dando al cervello un momentaneo stato di “piacere”, per vederla però poco dopo calare, creando uno stato fisiologico di ipoglicemia nonché un senso di colpa per lo sgarro alimentare appena effettuato» puntualizza La Chiusa.

L’autosabotaggio

Ciò a cui si assiste è un vero e proprio autosabotaggio, ossia una serie di comportamenti che ci impediscono di raggiungere il benessere e i nostri obiettivi.

«Autosabotaggio è un termine che utilizzo spesso in terapia perché evidenzia proprio l’effetto dell’emozione spezzata. La mancata sintonizzazione affettiva con i nostri bisogni crea il blocco emotivo che ci fa pensare di non essere attori della nostra vita, ma semplici spettatori.» afferma la psicologa.

Quante volte, pur sapendo quali siano i cibi adatti a noi, ci capita infatti di fare scelte alimentari errate e spesso opposte a quelle che desidereremmo fare e che sappiamo essere corrette per noi?

«Ciò accade proprio perché ci lasciamo travolgere dal flusso di pensiero e di emozione, come se avessimo l’idea errata di non riuscire ad agire per noi, per il nostro bene. Alla base c’è proprio la difficoltà ad identificare l’emozione intollerabile, la quale va gestita senza che la stessa si tramuti in cibo.

Il trucco, se vogliamo vederlo così, è proprio questo. È chiaro che risulta necessario un impegno personale volto a comprendere tali processi interiori e a consentire all’emozione intollerabile di non creare danni, lasciandola fluire senza che la stessa si tramuti in cibo. Viverla così com’è, nuda e cruda. 

Di fatto si tratta di accoglierla nel pieno significato del termine» spiega la dottoressa, la quale da anni indaga questi processi e aiuta a sciogliere quei nodi emozionali ormai troppo stretti.

Spesso, ciò che accade, è proprio quello di non riuscire ad uscire da questo loop emotivo, e la Dott.ssa La Chiusa spiega come, alla base di questo processo, ci sia proprio la mancata sintonizzazione con se stessi e con le proprie emozioni, processo che ha radici proprio nell’infanzia.

Particolare attenzione infatti è da porre proprio sul concetto di educazione alimentare fin dalla tenera età per poter proseguire poi, anche in età adulta, con scelte alimentari consapevoli

L’Educazione alimentare nell’infanzia

Un ruolo fondamentale in questo caso è giocato dai genitori o dai caregiver, i quali, durante la fase di crescita del bambino, hanno una grande responsabilità nel proporre i cibi più sani e funzionali al suo benessere psico-fisico, così come spiega la psicologa:

«La scelta del cibo da introdurre è determinata in primo luogo dalla storia di apprendimento personale e dalle abitudini alimentari che abbiamo appreso nel nostro contesto familiare. Da qui emerge pertanto anche la fondamentale importanza che i genitori hanno verso i figli nel produrre una vera e propria educazione alimentare, proponendo cibi adeguati alla salute e spiegando bene gli effetti che il cibo ha sul nostro stato psico-fisico. Proseguendo è determinante la capacità di gestire le emozioni che consideriamo intollerabili. Nel mio testo A dieta con le emozioni è possibile trovare una guida psico-nutrizionale per imparare ad identificare proprio tali emozioni per noi intollerabili e fare in modo che le stesse non si trasformino in scelta di cibo errato. Una vera e propria guida anti-sgarro.»

I genitori, non solo hanno il compito di indirizzare il bambino, in tenera età, verso un’alimentazione sana e consapevole, ma, al contempo, hanno la grande responsabilità di essere in grado di sintonizzarsi con esso dal punto di vista emotivo, riconoscendone e validandone le emozioni, permettendo ad esse di fluire liberamente senza bloccarsi.

«Per lasciarsi andare bisogna volersi bene. E come possiamo pensare di amarci se le persone che si sono prese cura di noi bambini non sono state in grado, inconsapevolmente, di soddisfare le nostre esigenze? 

Si danno spesso colpe ai genitori per non essere stati in grado di amare in modo sano, ma è bene sottolineare che anche loro sono stati in grande difficoltà, anche loro non sono stati sufficientemente amati e hanno fatto con noi il meglio che sono riusciti a fare con i pochi strumenti che avevano. 

Loro stessi risultano spesso vittime di uno stesso processo affettivo disfunzionale che si tramanda attraverso le generazioni.» puntualizza la dottoressa, spostando l’attenzione proprio sui concetti di trauma transgenerazionale e schemi disfunzionali familiari.

Spezzare la catena traumatica transgenerazionale

È da qui che nasce l’urgenza intrinseca di salvarsi, spezzando la catena delle emozioni tramandate e apprese geneticamente, agendo in modo diverso rispetto alle generazioni passate, senza sensi di colpa, così come chiarisce la psicologa:

«Da adulti per certi versi noi non vogliamo salvarci, perché, se lo facessimo davvero, creeremmo una sorta di sgarro ai nostri genitori. È come se gli dicessimo vedi, io ce l’ho fatta e tu no!

E quindi tendiamo a riproporre il loro stesso schema disfunzionale, senza mai spezzare la catena infinita autosabotante. 

Ma non dobbiamo vederla in questo modo. Dobbiamo invece comprendere le difficoltà dei nostri caregiver, riconoscerle arrivando quasi a provare compassione verso di loro, proiettandoci verso la nostra salute.»

Spezzando la catena non solo salviamo noi stessi, ma salviamo anche il nostro genitore.

I disturbi alimentari: anoressia e bulimia

Spesso queste emozioni spezzate e irrisolte portano all’instaurarsi di veri e propri disturbi alimentari, che, ad oggi, sono purtroppo in grande aumento.

Il dato che spaventa di più è l’esordio sempre più precoce degli stessi: fino a qualche anno fa l’età tipica di inizio era compresa tra i 14 e i 16 anni, ad oggi è scesa tra gli 11 e i 13 anni secondo le ricerche dell’Unità Operativa Anoressia e Disturbi alimentari dell’Ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma.

Tra i disturbi più diffusi troviamo l’anoressia e la bulimia, oltre ad un disturbo meno conosciuto e piuttosto recente che interessa i bambini, noto come Arfid (disturbo evitante/restrittivo).

L’anoressia, dal greco mancanza di appetito (etim. ἀν - an, senza) e ὄρεξις (orexis, appetito) è un disturbo caratterizzato principalmente da una percezione distorta della propria immagine e dall’ansia legata ad un aumento di peso, ove vige un iper controllo degli alimenti ingeriti riducendone al minimo la quantità in modo da mantenere un peso corporeo significativamente basso.

La bulimia, dal greco fame da bue (etim. βοῦς (Bus, Bue) e λιμός (limòs, fame), è un disturbo alimentare caratterizzato da un pattern ricorrente di abbuffate e comportamenti successivi volti a cancellare le calorie ingerite (vomito, clisteri, diuretici, ecc.).

In questi casi l’insorgenza del disturbo è da ricercarsi sempre, come già detto prima, nel contesto familiare che non rimane però l’unico fattore predisponente, poiché ad esso va affiancato in molti casi anche il contesto sociale.

I fattori alla base del disturbo alimentare

Insieme alla Dott.ssa La Chiusa abbiamo cercato di identificare i principali fattori alla base di tali disturbi. Tra questi troviamo la grande importanza data all’immagine sociale e il perfezionismo: il volersi mostrare sempre al massimo della forma per timore del giudizio altrui con conseguente autosvalutazione personale.

Si annoverano inoltre un forte criticismo e un’alta intolleranza all’errore, che sfociano in un severo autocontrollo sul corpo e in una rigidità di pensiero tali da rendere ingestibile l’emozione repressa, così come ci spiega la dottoressa:

«La nascita del disturbo del comportamento alimentare è molto complessa, possiamo sicuramente sintetizzare alcuni fattori che vanno ricercati nel contesto familiare, che, come abbiamo visto, è esso stesso il luogo ove i singoli mettono in scena processi relazionali disfunzionali che arrivano da molto lontano. 

In primo luogo troviamo un’attenzione smisurata alla propria immagine sociale: contesti familiari nei quali il rapporto con l’esterno è carico di ansie e di aspettative, a tal punto da volersi sempre mostrare all’altro nella nostra forma migliore, nascondendo quindi eventuali difetti o problemi che tutti quanti hanno e vivono. 

Da qui nasce il perfezionismo molto presente nel disturbo alimentare, soprattutto nell’anoressia, al quale  troviamo collegato pertanto il timore del giudizio dell’altro. 

Il pensiero che l’altro ha di noi diventa un peso e viene percepito spesso come una vera e propria ferita al nostro Sé ancora poco sviluppato, perché ferito e bloccato. Ciò determina un confronto continuo con l’altro e una continua autosvalutazione che conducono ad una disistima personale che di certo non aiuta a mantenere uno stile alimentare sano. 

Altri fattori molto importanti sono criticismo e controllo. Nelle famiglie ove nasce un disturbo alimentare spesso troviamo un’intolleranza all’errore molto marcata che quindi rende la reazione con l’altro poco flessibile e un controllo sull’altro molto evidente. Tutto ciò produce a poco a poco, negli anni, uno stile di pensiero rigido, un controllo sul corpo, un’autocritica severa e una incapacità di gestire l’emozione intollerabile che poi, come abbiamo visto, si riversa sul rapporto con il cibo soprattutto in caso di bulimia.»

È chiaro che questi siano solo alcuni dei fattori predisponenti al disturbo e che ogni caso vada poi trattato in maniera singola e con la massima attenzione. 

La psicoterapia è il principale aiuto per chi soffre di disturbi alimentari.

Un ruolo fondamentale deve essere svolto non solo dal paziente che si reca in studio bensì anche dai familiari coinvolti nelle disfunzioni relazionali.

«È fondamentale per il paziente conoscere da dove arriva il sintomo e rimodellare i propri processi cognitivi e le proprie abitudini emotive oltre che correggere comportamenti disfunzionali.

I risultati della psicoterapia sono importanti e si vedono.

Presso il mio Centro di Psicologia di Cernusco sul Naviglio abbiamo psicologhe e psicologi esperte ed esperti in tali disturbi oltre che un buon collegamento clinico anche con Reparti Ospedalieri di alto livello, qualora si rendesse necessario, per ricevere tutto il supporto di cui le nostre pazienti e i nostri pazienti necessitano.» 

La psicoalimentazione

La psicoalimentazione è quel tipo di terapia psicologica che lavora anche sulle abitudini alimentari, sia in caso di disturbi alimentari che di soli disturbi emotivi. La dottoressa afferma di aver avuto ottimi risultati su pazienti che hanno sperimentato la combinazione psicoterapia/psicoalimentazione:

«Posso affermare che le pazienti e i pazienti che hanno desiderato osservare, non solo gli aspetti psicologici, ma anche le abitudini alimentari, hanno ottenuto risultati più veloci e più duraturi nel tempo. Questa è la conferma che il legame tra le due componenti è molto forte.» 

Il caso clinico

Alla nostra domanda di raccontarci un caso clinico di guarigione importante che porta nel cuore ci ha citato il caso di una giovane ragazza con frequenti attacchi panico, risolti attraverso un percorso di psicoterapia.

Ad esso è stato affiancato anche un percorso di psicoalimentazione volto a modificare la sue abitudini alimentari:

«Ho seguito molti casi di guarigione ma vorrei parlare di una giovane ragazza universitaria che soffriva di frequenti attacchi di panico, così invalidanti da dover ricorrere più volte all’intervento dell’ambulanza. 

Si rivolse al mio Centro di Psicologia di Cernusco sul Naviglio, ormai un punto di riferimento psicologico sul territorio, ed iniziammo un percorso di psicoterapia. Indagammo tutti i processi disfunzionali dei quali la paziente divenne a poco a poco consapevole e le fornii molti strumenti cognitivi e comportamentali per gestire i suoi attacchi di panico.

Quando iniziò a stare meglio decidemmo, di comune accordo, di introdurre anche la componente alimentare: da consumatrice quotidiana di farine, snack ricchi di olii e di dolci cremosi, oltre che di insaccati e latticini in tutte le forme, iniziò un percorso di disintossicazione organica tramite componenti naturali: verdure, proteine sane e frutta secca come spuntini.

Nel giro di poco tempo migliorò ulteriormente e ancora oggi, quando viene in studio a fare una seduta di monitoraggio, continua a stare bene. 

La combinazione psicoterapia e alimentazione funziona e va provata.» 

Cibi da prediligere

Ma quali sono quindi i cibi migliori che possiamo offrire al nostro corpo?

In realtà è il corpo stesso che ci parla, facendoci capire quali cibi ci fanno stare bene e quali invece ci creano problemi (stanchezza, gonfiore, nausea, mal di testa, ecc.)

«Fondamentale è l’auto-osservazione. La grande regola è che ognuno deve osservare gli effetti del cibo sul proprio organismo. Il corpo parla e ci fornisce dei segnali importanti che noi dobbiamo diventare capaci di cogliere.» 

Sconsigliati, quindi, secondo la Dott.ssa La Chiusa, tutti gli zuccheri complessi in generale.

Le farine raffinate come pane, pasta, pizza, crackers, grissini e simili producono un carico glicemico troppo elevato con conseguenti effetti sull’organismo, quali la famosa altalena della glicemia. 

Poco raccomandati anche tutti i latticini di latte vaccino perché produttori di muco che altera molti processi fisiologici; da preferire quelli di capra.

«Via libera a cibi antinfiammatori quali i vegetali, meglio se crudi per cogliere al meglio le loro proprietà, semi oleosi quali semi di zucca, di girasole, di chia, di sesamo e frutta secca, soprattutto mandorle e noci, utilissimi per il benessere del nostro cervello, proteine valide quali il pesce bianco per i famosi Omega 3, ma anche carne, meglio se bianca, come pollo e tacchino per ricevere tutti gli amminoacidi essenziali.

Quanto ai carboidrati preferire quelli più leggeri quali riso integrale in tutti i suoi colori, ma anche grano saraceno, favorendo anche le paste di legumi o i legumi stessi se ben tollerati a livello intestinale. 

A tutto ciò aggiungiamo una buona idratazione a base di tisane, meglio se consumate calde.»

La psicoalimentazione nella cura delle patologie

«Introdurre il cibo corretto, o meglio, eliminare quello dannoso, può fare la differenza.

Tempo fa fui ospite su Rai 3 insieme alla Lega Italiana Sclerosi Sistemica per parlare proprio di emozioni e alimentazione in caso di tale malattia autoimmune. I risultati possono essere davvero importanti e invito ognuno ad aggiungere la psicoalimentazione alle terapie già seguite.» 

Oltre al grande legame esistente tra alimentazione ed emozioni, vi è una stretta correlazione anche tra alimentazione e patologie. 

La dottoressa descrive la possibilità di cura utilizzando la metafora di una rotonda, a dispetto di una strada a senso unico: le cause sottostanti all’ammalarsi di corpo e mente sono infatti sempre molteplici, e il tutto va affrontato nella chiave più olistica del termine

Una sana alimentazione, volta ad utilizzare cibi antinfiammatori, può essere uno dei tasselli utili per la gestione di malattie autoimmuni, ma vanno mantenute sempre le terapie mediche consigliate. 

«Quando il corpo o la mente si ammalano è perché si è rotto un equilibrio che pertanto va ripristinato. Tale equilibrio passa attraverso più strade, quella medica e/o farmacologica, quella alimentare, quella emotiva.

Tutto va effettuato in chiave olistica perché il corpo è una macchina perfetta, ma complessa e vanno toccati tutti i settori, per consentirgli di lavorare nel migliore dei modi. 

Quindi, per rispondere alla sua domanda, anche le patologie più complesse possono essere trattate con la corretta alimentazione, ma sempre insieme anche ad altre terapie per garantire un reale e duraturo ripristino di un equilibrio psico-organico che consenta di ottenere il nostro bene più grande: la salute.»

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