“Facciamo che io ero…”: da bambini bastano poche parole per entrare in un mondo che non esiste. Un aereo giocattolo può volare davvero, il cesto dei panni diventare un fortino, una tazza vuota riempirsi di un liquido immaginario. Il “fare finta” è uno dei primi strumenti con cui esploriamo il mondo, grazie a una capacità tutta mentale: immaginare ciò che non è presente.
Ma questa abilità è davvero solo umana?
Nel marzo 2025, a 44 anni, è morto Kanzi, il bonobo diventato celebre per la sua capacità di “parlare” con gli esseri umani attraverso simboli e per le sue partite a Minecraft con le ricercatrici e i ricercatori. Il suo ultimo contributo alla scienza lo ha visto protagonista di un curioso esperimento pubblicato sulla rivista Science: un tea party immaginario. In una scena fatta solo di gesti e oggetti inesistenti, Kanzi ha seguito la logica del gioco come farebbe un bambino, indicando le tazze “piene” di un liquido che non c’era.
Il bonobo che capiva la nostra lingua
Nato nel 1980 presso il Language Research Center della Georgia State University, Kanzi aveva imparato a comunicare con gli esseri umani grazie all’uso dei lessigrammi, un sistema di simboli che non rappresentano parole, ma concetti.
La sua carriera scientifica è iniziata quasi per caso: da piccolo assisteva al programma di addestramento della madre adottiva, Matata, che avrebbe dovuto imparare a usare una tastiera simbolica per comunicare con le scienziate e gli scienziati. Kanzi non solo apprese spontaneamente il sistema, ma in poco tempo superò la madre. Non si limitava infatti a riconoscere i simboli: li combinava in maniera creativa, esprimendo anche concetti complessi. Come quando definì “brutta sorpresa” uno scherzo ricevuto da un ricercatore, mostrando un uso autonomo – e quasi ironico – del linguaggio.
Seguito per decenni da Sue Savage-Rumbaugh, ricercatrice dell’Ape Conservation and Cognition Initiative (ACCI), comprendeva oltre 3.000 simboli e utilizzava circa 500 parole in inglese.
Ma la sua intelligenza non si limitava al linguaggio. Era capace di utilizzare strumenti, risolvere problemi e apprendere per osservazione: nel corso della sua vita ha dimostrato di saper accendere un fuoco con fiammiferi e cucinare marshmallow, ed era diventato celebre anche per le sue partite a Minecraft contro i ricercatori del centro.
L’ultimo esperimento: un tea party immaginario
Poco prima della sua morte, le ricercatrici e i ricercatori guidati da Christopher Krupenye hanno coinvolto Kanzi in una versione sperimentale di uno dei giochi di finzione più comuni nell’infanzia: il “tea party”. Nello studio pubblicato su Science, gli sperimentatori hanno mimato una scena semplice: davanti al bonobo, versavano un liquido inesistente da una brocca in due bicchieri vuoti, creando così due contenitori apparentemente pieni.
A questo punto, uno dei ricercatori prendeva un bicchiere e fingeva di versarne il contenuto nuovamente nella brocca, lasciandolo quindi “vuoto”. Il bicchiere veniva poi rimesso accanto all’altro, che invece – sempre nella finzione – continuava a essere “pieno”.
Il compito di Kanzi era indicare quale dei due bicchieri contenesse ancora il succo immaginario. Non si trattava di un semplice esercizio di memoria visiva: per rispondere correttamente, il bonobo doveva seguire una sequenza di azioni completamente fittizie e mantenere una rappresentazione mentale di qualcosa che non esisteva fisicamente.
Il risultato è stato sorprendente: in circa due terzi dei tentativi, Kanzi ha indicato il bicchiere “pieno”. Non stava solo osservando movimenti, ma sembrava seguire una realtà alternativa, coerente con le regole del gioco.
Tra realtà e finzione
Per verificare che il risultato non fosse un caso isolato, le ricercatrici e i ricercatori hanno replicato l’esperimento cambiando contesto. Al posto del succo, Kanzi doveva seguire dei grappoli d’uva immaginari, spostati da un contenitore all’altro attraverso una sequenza di azioni mimate. Anche in questo caso, il bonobo ha identificato correttamente la posizione degli oggetti inesistenti in 31 tentativi su 45, un risultato in linea con quello ottenuto nel tea party.
In una terza condizione sperimentale, le scienziate e gli scienziati hanno messo alla prova la sua capacità di distinguere tra realtà e finzione, presentandogli un bicchiere realmente pieno e uno solo “pieno” nella scena immaginata. Kanzi ha scelto quello reale nella maggior parte dei casi, mostrando di non confondere i due livelli.
L’origine dell’immaginazione
Per spiegare il significato di questi esperimenti, le ricercatrici e i ricercatori chiamano in causa il concetto di “rappresentazioni secondarie”: la capacità mentale di costruire scenari che non coincidono con la realtà presente. È questo il meccanismo che ci permette di immaginare il futuro, attribuire stati mentali agli altri o partecipare a giochi di finzione.
Nel caso di Kanzi, i risultati suggeriscono che un primate non umano è in grado di formare questo tipo di rappresentazioni, almeno in un contesto guidato. Il bonobo non stava semplicemente reagendo a stimoli visivi, ma seguiva una realtà alternativa, aggiornata passo dopo passo.
Si tratta della prima evidenza sperimentale di questa capacità in un altro primate, e le implicazioni sono profonde: l’origine dell’immaginazione potrebbe risalire a un periodo compreso tra 6 e 9 milioni di anni fa, prima della separazione evolutiva tra esseri umani, scimpanzé e bonobo.
In altre parole, la radice di alcune delle nostre capacità cognitive più sofisticate potrebbe essere molto più antica – e meno esclusivamente umana – di quanto pensassimo.
Cover Photo: la primatologa Sue Savage-Rumbaugh in compagnia di Kanzi e di sua sorella Panbanisha; di Wcalvin - Opera propria, CC BY-SA 4.0.
