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Tempo di lettura: 4 minuti

In Aleph, da oltre trent’anni, realizziamo laboratori nei quali le ricercatrici e i ricercatori amino lavorare per rendere il mondo un posto migliore. E quello che vi raccontiamo oggi è un progetto davvero speciale!

Il termine schizofrenia fu coniato dallo psichiatra svizzero Eugen Bleuler nel 1908 e deriva dal greco σχίζω (schízō, 'io divido') e φρήν (phrḗn, 'mente') ossia scissione della mente.

Importanti le nuove scoperte nel settore, ottenute grazie ad uno studio italiano guidato dal Prof. Antonio Rampino, dirigente medico dell’Unità di Psichiatria del Policlinico di Bari e professore del Dipartimento di Scienze Neurologiche, oltre che direttore del Laboratorio di Psichiatria Molecolare e Genetica Psichiatriche dell’Università degli studi di Bari “Aldo Moro”.

Alla ricerca ha collaborato il Prof. Alessandro Usiello, direttore del Laboratorio di Neuroscienze Traslazionali del CEINGE e Ordinario di Biochimica Clinica all’Università L. Vanvitelli della Campania, con la partecipazione del Policlinico di Bari, dell’Università Federico II di Napoli e della Fondazione Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico.

La ricerca ha permesso la scoperta di alterazioni molecolari nel sangue che potrebbero funzionare come spie in grado di anticipare l’insorgenza della schizofrenia, un disturbo mentale caratterizzato da allucinazioni, deliri, perdita di contatto con la realtà e appiattimento affettivo.

Un passo davvero importante nel grande campo della prevenzione che forse un giorno permetterà di agire ancor prima che i disturbi si rendano manifesti, accendendo grandi speranze nella prospettiva di miglioramento della qualità di vita di chi ne è affetto.

Definizione di schizofrenia: cause e cure

Prof. Rampino, ci dà una definizione di cosa sia esattamente la schizofrenia?

Quali sono le cause del suo insorgere? Sono principalmente cause ambientali o genetiche? La schizofrenia è un disturbo curabile? Il farmaco d’eccellenza per trattare il disturbo è la Clorpromazina?

«La schizofrenia è una psicosi, ovvero una condizione psichiatrica grave i cui sintomi non vengono riconosciuti come tali da chi ne è affetto.

Manifestazioni di questo disturbo sono quelle definite “sintomi positivi”, ovvero deliri, cioè convinzioni non aderenti alla realtà ed immodificabili attraverso il colloquio clinico, allucinazioni, ovvero percezioni uditive, visive o di altro tipo di uno stimolo inesistente ed i cosiddetti “sintomi negativi”, ovvero ritiro sociale, appiattimento affettivo ed apatia.

Le cause di questo disturbo sono ad oggi ancora sconosciute, sebbene la ricerca evidenzi come, da un lato esista una predisposizione genetica, dall’altro cause ambientali possono favorirne l’insorgenza. La scarsa conoscenza delle cause alla base di questo disturbo, rende lo stesso sostanzialmente “trattabile”, attraverso l’uso di farmaci cosiddetti “antipsicotici”, ma non curabile in via definitiva.

I farmaci antipsicotici possono avere efficacia nel controllo di alcuni sintomi, ma spesso risultano insufficienti al controllo dell’intera sintomatologia ed in particolare dei sintomi negativi. Inoltre, questi farmaci possono indurre effetti indesiderati, sia di tipo neuromotorio, sia di tipo metabolico, per ridurre i quali stiamo facendo molto in termini di ricerca scientifica.» 

La ricerca sulla schizofrenia: descrizione delle fasi e descrizione dei due amminoacidi

Nel corso del vostro studio sono stati utilizzati 4 gruppi di individui con stadi di malattia differenti. L’esame biochimico del sangue ha dimostrato la presenza di livelli differenti di amminoacidi nei diversi gruppi, in particolare il D-aspartato e la D-serina

È vero che il D-aspartato è molto presente nella corteccia cerebrale del feto solo durante la vita embrionale? Quali sono i livelli nel sangue normali di questi amminoacidi e quali quelli patologici?

«La nostra ricerca ha puntato a studiare le differenze in termini di concentrazione nel sangue di alcuni aminoacidi, molecole note per essere i costituenti fondamentali delle proteine, che in alcune specifiche conformazioni biochimiche possono raggiungere il cervello, tra individui non affetti dal disturbo, individui a rischio di svilupparlo ed individui con la forma conclamata dello stesso.

Abbiamo, dunque, rilevato, differenze che riguardano soprattutto le concentrazioni sieriche di due aminoacidi, il D-aspartato e la D-serina, e che descrivono possibili traiettorie di sviluppo della patologia, poiché progressivamente più gravi dalla condizione di normalità, a quella di rischio, fino alla condizione di malattia conclamata.

Questo potrebbe indicare che modificazioni precoci nel metabolismo di questi aminoacidi e rilevabili nel siero siano effettivamente “spie” del disturbo che va sviluppandosi.

Ovviamente, in questo caso il condizionale è d’obbligo, perché i risultati di questa nostra ricerca, prima di essere considerati definitivi, dovranno essere confermati in coorti diverse e più ampie in tutto il mondo. Un aspetto interessante del nostro studio è che esso individua delle modificazioni sensibili nel D-aspartato, molecola la cui concentrazione nel cervello si modifica fisiologicamente nel corso dello sviluppo del sistema nervoso, il che sembrerebbe in linea con l’ipotesi, ampiamente riportata in letteratura, che la schizofrenia sia un disordine del neurosviluppo.»

Fase successiva: gli sviluppi possibili della ricerca

Come è possibile intervenire sugli individui una volta scoperti livelli inadeguati di D-aspartato e D-serina?

«Sebbene il nostro lavoro ci immetta in una comprensione più profonda delle basi biologiche di un disturbo complesso come la schizofrenia, siamo purtroppo ancora lontani dalla possibilità di tradurre i nostri risultati in protocolli di diagnosi ed intervento precoci per la schizofrenia.

L’augurio, ovviamente è che, se questi risultati vengano replicati in coorti indipendenti, si renda questa prospettiva sempre più vicina.» 

Sanità italiana: ricerca e prevenzione

Cosa pensa del settore ricerca e prevenzione in Italia?

«La ricerca nel nostro Paese, spesso con grandi problemi correlati alla scarsa disponibilità di fondi ed alla difficoltà di reclutare il personale necessario con la proposta di contratti a termine, sta compiendo grandi sforzi per rendere la prevenzione in questo difficile settore della medicina una realtà.

In particolare, l’obiettivo è quello di identificare, come nel caso del nostro studio, dei marcatori biologici e clinici che permettano di stratificare la popolazione dei pazienti in modo da mettere a punto trattamenti individualizzati.

Il nostro gruppo di ricerca, il Gruppo di Neuroscienze Psichiatriche di UNIBA, in particolare sta compiendo in questo senso sforzi notevoli, anche per individuare variabili che permettano di predire la risposta ai trattamenti e ridurre gli effetti collaterali degli stessi.

Ci auguriamo, ovviamente, che, anche grazie a studi come quello di cui stiamo parlando, la ricaduta clinica dei nostri lavori possa in futuro essere sempre più tangibile.»

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