State avendo un attacco di panico. Il respiro accelera, le mani sudano, la gola sembra chiudersi. Poi sentite un muso umido appoggiarsi alla mano. Il vostro cane da assistenza vi lecca, si lascia abbracciare, insiste finché non spostate l’attenzione su di lui. Potrebbe anche portarvi un telefono o andare a cercare aiuto.
Questo è uno dei compiti dei service dog, i cani da assistenza addestrati per supportare persone con disabilità motorie, sensoriali, neurologiche o psichiatriche. Alcuni aiutano chi usa una sedia a rotelle recuperando oggetti o aprendo porte; i cani guida imparano a evitare ostacoli e fermarsi ai marciapiedi; altri ancora riconoscono allarmi sonori, segnalano crisi epilettiche o interrompono comportamenti autolesionistici nelle persone con autismo.
Dietro queste capacità ci sono anni di selezione e addestramento. E non tutti i candidati riescono ad arrivare fino in fondo: circa la metà dei cani inseriti nei programmi di formazione viene esclusa prima del completamento. Alcuni sono troppo impulsivi, altri troppo timorosi o poco capaci di mantenere il contatto con gli esseri umani in situazioni stressanti.
Per questo, negli ultimi anni, le ricercatrici e i ricercatori hanno iniziato a studiare nuovi test cognitivi e strumenti genetici per capire, già dai primi mesi di vita, quali cuccioli abbiano maggiori probabilità di diventare buoni cani da assistenza. Perché quelli che riescono a “diplomarsi” possono davvero cambiare la vita delle persone che assisteranno.
I service dog nella storia
Già nell’antichità i cani venivano utilizzati per assistere persone con disabilità. Raffigurazioni provenienti dalle civiltà egizia, greca e romana mostrano animali che accompagnano persone cieche, una pratica che si è progressivamente consolidata nei secoli successivi fino all’istituzione del primo programma organizzato di addestramento per cani guida in Francia nel XVIII secolo.
La figura moderna del cane guida si è sviluppata però soprattutto dopo la Prima guerra mondiale, quando in Germania iniziarono i programmi per assistere i veterani rimasti ciechi durante il conflitto. Da allora il ruolo dei service dog si è ampliato enormemente. Oggi i cani da assistenza non aiutano soltanto persone non vedenti o sorde, ma vengono addestrati anche per supportare disabilità motorie, disturbi neurologici e condizioni psichiatriche.
Non si tratta semplicemente di cani “molto intelligenti”. Dietro queste capacità c’è un lungo lavoro di selezione e addestramento che inizia già nei primi mesi di vita. I cuccioli vengono esposti a rumori, luoghi affollati, mezzi pubblici e situazioni imprevedibili per abituarsi agli stimoli del mondo umano. Solo in seguito comincia l’addestramento specialistico vero e proprio.
Eppure, non tutti i cani riescono ad arrivare alla fine del percorso.
Perché molti cani non “si diplomano”
Addestrare un service dog è difficile, costoso e poco prevedibile. Più della metà dei cani inseriti nei programmi di formazione viene esclusa prima del completamento.
A volte il problema è fisico: patologie ortopediche come la displasia dell’anca o del gomito possono compromettere la capacità di lavorare. Molto più spesso, però, la selezione si gioca sul comportamento.
Alcuni cani sono troppo impulsivi e si distraggono facilmente. Altri si spaventano davanti a rumori improvvisi o ambienti nuovi, faticano a mantenere l’attenzione sulla persona che assistono o non riescono a recuperare rapidamente dopo una situazione stressante.
Un buon cane da assistenza non può, ad esempio, abbandonare il suo posto per rincorrere uno scoiattolo o perdere la concentrazione in un ambiente affollato, perché questo potrebbe mettere a rischio la sicurezza della persona che accompagna.
Per questo, negli ultimi anni, la ricerca ha iniziato a trattare l’addestramento dei service dog come un vero problema scientifico. Un articolo pubblicato su Science a firma David Grimm esplora le strategie che permettono di identificare le caratteristiche cognitive e biologiche associate a una maggiore probabilità di successo nel programma di addestramento.
Il test del “compito impossibile”
Uno degli esperimenti più utilizzati è chiamato “impossible task”. Il cane vede del cibo dentro un contenitore che inizialmente riesce ad aprire. A un certo punto però il coperchio viene bloccato definitivamente.
Alcuni cuccioli continuano a spingere il contenitore in modo compulsivo. Altri invece si fermano e cercano lo sguardo della ricercatrice o del ricercatore.
È proprio questo il comportamento “giusto”. I cani che cercano più facilmente il contatto visivo tendono infatti a essere più collaborativi e più sensibili ai segnali sociali umani, due caratteristiche fondamentali per un animale che dovrà lavorare costantemente insieme a una persona.
Il test dell’autocontrollo
Un altro esperimento misura il controllo degli impulsi. Il cibo viene posizionato dietro una barriera trasparente, raggiungibile solo passando lateralmente.
Molti cuccioli cercano di raggiungerlo frontalmente, sbattendo ripetutamente contro il pannello. Altri si fermano, osservano il problema e trovano rapidamente una soluzione alternativa.
Questo tipo di test valuta la capacità del cane di controllare una risposta impulsiva e adattare il proprio comportamento di fronte a un ostacolo, una competenza fondamentale per animali che dovranno lavorare in ambienti pieni di distrazioni e situazioni imprevedibili.
La paura degli imprevisti
Altri esperimenti servono invece a misurare la reazione allo stress e alla novità. Rumori improvvisi, ombrelli che si aprono di colpo o piccoli robot a forma di animale vengono usati per osservare come reagiscono i cuccioli.
Le ricercatrici e i ricercatori non cercano necessariamente cani “senza paura”. Piuttosto, osservano quanto velocemente l’animale riesca a recuperare dopo uno spavento. Un cane troppo timoroso rischia infatti di sviluppare ansia cronica o di diventare inaffidabile in ambienti complessi e imprevedibili.
In alcuni centri, durante questi test, i cuccioli indossano persino sensori che monitorano frequenza cardiaca e movimento, così da misurare anche la risposta fisiologica allo stress.
La genetica dei service dog
La ricerca non si limita però a osservare il comportamento, ma cerca anche di individuare tratti genetici associati a caratteristiche desiderabili, come stabilità emotiva, salute articolare e capacità di apprendimento.
Uno degli strumenti principali è l’Estimated Breeding Value (EBV), sistema già utilizzato nell’allevamento bovino, che analizza dati provenienti da genitori, fratelli e cucciolate precedenti, per stimare la probabilità che un cane trasmetta queste caratteristiche ai propri discendenti. L’obiettivo è associare questi studi alle analisi del genoma, per identificare i marcatori genetici associati a malattie o tratti comportamentali problematici e migliorare la precisione delle previsioni.
Ma la genetica non è l’unico fattore a influenzare il comportamento animale, risultato di una complessa interazione tra geni, ambiente ed esperienze precoci: ad oggi, nonostante i progressi, resta impossibile prevedere tutto con precisione.
Eppure, migliorare anche solo di poco il tasso di successo avrebbe un impatto enorme: ogni cane che completa l’addestramento può cambiare radicalmente la qualità della vita della persona che assisterà.
