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Tempo di lettura: 7 minuti

«Di solito rimuginiamo su preoccupazioni che riguardano il futuro, magari poiché ci ritroviamo in condizioni di incertezza dove non sappiamo cosa accadrà, oppure ci creiamo aspettative negative rispetto a cose che dovranno accadere.

Possono riguardare impegni lavorativi, l’andamento di una relazione e tanti altri aspetti della vita.

Il tempo del rimuginio è quindi quello del futuro.»

Mattia Nese, psicologo e psicoterapeuta, ricercatore presso lUniversità Sigmund Freud di Milano, in un importante studio ha voluto indagare l’utilizzo della scrittura scritta come metodo per migliorare il rimuginio, attività mentale definita anche pensiero ripetitivo negativo:

«Lo definiamo ripetitivo perché ha un carattere ciclico, si ripete cioè più o meno sempre uguale a se stesso ogni volta che rimuginiamo. Questo vale sia all’interno dello stesso episodio di rimuginio - che quindi tende a creare una sorta di loop nei pensieri - sia in momenti diversi della giornata e in giornate diverse. Lo descriviamo negativo poiché ha una valenza negativa.»

La ricerca è stata condotta dagli autori Linda Barberis, Greta Riboli, Rosita Borlimi, Gianni Brighetti e Mattia Nese presso il Dipartimento di Psicologia della Sigmund Freud University di Milano nel 2023, sede italiana della famosa università privata di Vienna SFU, aperta nel capoluogo lombardo nel 2014.

«…Alla Sigmund Freud di Milano ove ci occupiamo di applicazioni cliniche legate al potenziale della psicofisiologia, come in questo progetto, io e i miei colleghi oltre a lavorare all’università siamo anche clinici e psicoterapeuti e questo collegamento tra ricerca accademica e pratica clinica facilita molto le nostre riflessioni sulle applicazioni di strategie o tecniche innovative che possono supportare il lavoro psicoterapico.», spiega il dott. Nese.

Allo studio hanno partecipato 42 studenti universitari (28 femmine; età media: 24.12 ± 2,86 anni).  

Lo scopo delle ricercatrici e dei ricercatori era confrontare la risposta fisiologica e soggettiva evocata da tre situazioni differenti: un compito di esposizione scritta, uno di rimuginio indotto e uno di scrittura neutra.

Scrivere delle proprie preoccupazioni regola le emozioni diversamente rispetto al pensare al problema in modo neutro o indotto?

Protocollo

I tre compiti di esposizione scritta, rimuginio indotto e scrittura neutra venivano svolti in un’unica sessione di 40 min in ordine pseudo-randomizzato.

Durante l’intero esperimento veniva registrata la conduttanza cutanea (skin conductance response; SCR), uno dei parametri biologici più utilizzati in psicologia e neuroscienze per misurare l'intensità delle emozioni e dell'attenzione attraverso la variazione delle proprietà elettriche della pelle in risposta a stimoli.

Come si è svolto lo studio?

«Uno degli obiettivi dello studio era quindi quello di valutare le componenti psicologiche e fisiologiche associate al processo di scrittura espressiva su una propria preoccupazione. 

Per cui concretamente quello che abbiamo chiesto ai partecipanti prima di iniziare è stato di identificare una preoccupazione attuale, che fosse non solo recente ma anche abbastanza intensa da poterne valutare l’impatto a livello emotivo e fisiologico.

Abbiamo chiesto loro di pensare intensamente alla preoccupazione come fanno solitamente e di rimuginare. Questa è una procedura che si utilizza molto spesso nei paradigmi scientifici per valutare gli effetti e gli impatti del rimuginio.

Successivamente, alternando queste condizioni per bilanciare l’ordine, abbiamo chiesto ai partecipanti di scrivere della loro preoccupazione come se si stesse materializzando in quel momento, utilizzando il tempo presente, con un focus particolare sulle proprie emozioni, sulle sensazioni fisiche e sui propri pensieri, immaginando di trovarsi nella situazione in cui le persone temevano di più. 

Se, ad esempio, qualcuno avesse scritto che la preoccupazione principale in quel momento era quella di sostenere un esame universitario, allora quello che avrebbe scritto sarebbe stato: mi trovo nell’aula dove si sta per svolgere l’esame, sento una stretta allo stomaco, penso a quali domande potrebbero esserci e quali mettermi in difficoltà e così via.

L’ultima condizione era quella della scrittura con contenuto neutro, senza nessuna valenza emotiva in cui chiedevamo di scrivere una routine quotidiana ed abituale, descrivendo quello che una persona fa dalla mattina a alla sera. 

Lo scopo di ciascuna di queste tre condizioni era isolare delle particolari componenti che avrebbero messo in luce il potere attivante della scrittura come mezzo di esposizione.

Per questo dovevamo isolare gli effetti della semplice scrittura da quelli della scrittura che riguardavano la preoccupazione e isolare gli effetti del contenuto preoccupante rispetto al modo in cui veniva processata l’informazione, ossia pensando o scrivendo. In questo modo siamo stati capaci di isolare gli aspetti specifici della scrittura espressiva come strategia di esposizione alle preoccupazioni.»

Materiali e metodi utilizzati

Per le misurazioni di tipo quantitativo sono stati utilizzati differenti Test psicometrici standardizzati:

• Il Penn State Worry Questionnaire (PSWQ), lo strumento clinico più utilizzato a livello internazionale per misurare la tendenza, la pervasività e l’incontrollabilità al rimuginio (trait worry) negli adulti.

Esso si compone di 16 item a cui rispondere con punteggi da 1 a 5 secondo la Scala Likert (ove 1 = per nulla tipico di me e  5 = molto tipico di me).

Per evitare che alcune risposte vengano date in maniera automatica, gli item 1, 3, 8, 10 e 11 sono formulate al negativo.

Con un punteggio basso 16-39 si riscontrano livelli minimi o normali di preoccupazione quotidiana; con punteggi moderati dai 40 ai 59 una tendenza marcata al rimuginio, tipica delle situazioni di stress, con punteggi elevati (60-80) un rimuginio patologico cronico, tipico del Disturbo d'Ansia Generalizzata (GAD).

• Il Revised Cognitive Avoidance Questionnaire (R-CAQ), test psicologico di 35 elementi nato per misurare sette modalità che la mente usa per bloccare pensieri spiacevoli e sfuggire all’ansia. Questo strumento valuta come la mente cerca di sfuggire all'ansia.

Si risponde da 1 ("per niente d'accordo") a 5 ("molto d'accordo").

• La scala DERS (Difficulties in Emotion Regulation Scale), questionario psicologico composto da 33 o 36 domande con risposte su una scala da 1 a 5.

Essa misura i problemi nella gestione delle emozioni, basandosi su sei aspetti principali: 

impulsi, strategie, consapevolezza, non accettazione, obiettivi, chiarezza.

Un punteggio totale alto indica una maggiore difficoltà a regolare i propri stati d'animo.

• La scala TAS-20, che misura l’alessitimia, ossia la difficoltà a riconoscere e descrivere le proprie emozioni a causa di un elevato arousal corporeo.

I fattori maggiormente descritti con la TAS -20 sono tre:

Difficoltà a identificare i sentimenti (DIE): difficoltà a capire l’origine delle proprie sensazioni confondendo la tensione fisica o il battito accelerato per un dolore corporeo di tipo medico.

Difficoltà a descrivere i sentimenti (DDE): difficoltà ad esprimere e descrivere le proprie emozioni agli altri.

Pensiero orientato all'esterno (POE): orientamento alla vita pratica quotidiana con difficoltà a riconoscere la propria parte emotiva. 

• Il Self Assessment Manikin per l'Arousal (SAM-A), scala visiva e non verbale che misura l'intensità dell'attivazione emotiva utilizzando figure di omini stilizzate disposte lungo una scala da 5 a 9 punti, passando da uno stato di calma rilassata a uno di grande eccitazione.

• Il sistema Biopac MP160 che, attraverso un software dedicato (il Software AcqKnowledge, che filtra ed estrae i valori tonici e fasici del segnale) ed elettrodi applicati solitamente sulle dita, misura l’attività delle ghiandole sudoripare e le variazioni di attivazione del sistema nervoso simpatico.

Perché si attiva il loop del rimuginio e quali sono le cause ad esso associate?

«Il rimuginio si può attivare per tanti motivi. 

Chiaramente al di là del contenuto, che può essere il più vario, ciò che più spesso si associa al rimugino è in qualche modo un tentativo di controllare o prevedere ciò che accadrà. 

Quindi preoccupandoci di qualche cosa che deve accadere, abbiamo in qualche modo la sensazione di occuparci di quella cosa lì. 

A volte si tratta del tentativo di cercare soluzioni anche quando non è possibile trovarle.

Molto spesso quindi alla base del rimugino ci sono delle credenze di utilità del rimugino: se io penso a questa cosa allora sarà più facile per me affrontarla quando arriverà il momento. 

Nella maggior parte dei casi non è così. 

Anzi, i modelli teorici che cercano di spiegare funzioni ed effetti del rimuginio sono concordi nell’affermare in realtà il rimuginio una strategia di evitamento cognitivo. 

Pensiamo ad esempio alla casistica di un esame universitario da affrontare; in questo caso si attivano pensieri del tipo: non so se sono abbastanza pronto, che domande mi faranno, se dovesse andar male cosa succederà, ecc.

Pensarci in una maniera astratta (poiché non abbiamo elementi concreti per riempire questi pensieri e dare loro una forma e riuscire a renderli più aderenti alla realtà) in realtà non ci permette di entrare davvero in contatto con le emozioni che proviamo. 

Quindi piuttosto che occuparci delle emozioni, di come stiamo e di cosa quel rimuginio sta segnalando (ad esempio che il contesto dell’esame ci provoca molta agitazione, magari perchè siamo persone che ci tengono a prendere buoni voti poiché questi ultimi sono il segno del nostro valore personale) rimuginandoci su pensiamo a quello che accadrà in maniera distaccata e sterile, poiché ciò non porta in realtà ad una soluzione.

Anche se il rimuginio può intuitivamente ed in maniera implicita sembrare una strategia efficace per occuparci di situazioni che generano ansia, in realtà succede l’opposto. 

Più noi ci pensiamo in maniera rimuginata e più in realtà manteniamo un distacco e una distanza da questa situazione nonostante questo continui a generare ansia. 

Ogni volta che rimuginiamo quindi ci sentiamo in ansia.»

Qual era l’obiettivo principale della ricerca sul rimuginio?

«L’obiettivo principale dello studio era quello di valutare gli effetti psicologici e fisiologici dell’esposizione alle preoccupazioni usando diverse strategie.

Una, quella già citata della scrittura espressiva, un’altra, quella usata in molti paradigmi di ricerca, del rimuginio indotto, che sappiamo essere in realtà una strategia disfunzionale per molti aspetti ma che costituisce ciò che normalmente le persone fanno quando si preoccupano per qualcosa. 

L’idea era di vedere quale di questi due modi per processare le preoccupazioni avessero attivato la mente maggiormente dal punto di vista emotivo. 

Nell’ipotesi che una maggiore esposizione in termini di attivazione emotiva possa facilitare in realtà l’elaborazione delle preoccupazioni in modo tale da promuovere il passaggio successivo: quello di agire per riuscire ad affrontare situazioni temute o preoccupanti o, eventualmente, in altri casi quando non si può agire, accettare che non si può fare nulla per riuscire a cambiare la situazione.»

Risultati

Lo studio conviene sullo stabilire che il rimuginio indotto porta ad un aumento dell’arousal soggettivo ma non dell’arousal fisiologico. 

La scrittura neutra, al contrario, per effetto del carico cognitivo, porta ad un aumento dell’arousal fisiologico ma non di quello soggettivo. 

L’attivazione fisiologica e soggettiva generata dal compito di esposizione scritta risulta maggiore di quella ottenuta sia con l’induzione del rimuginio sia con il compito di scrittura neutra; tuttavia la differenza nell’attivazione fisiologica tra l’esposizione scritta e la scrittura neutra non è risultata significativa.

Conclusione

L’esposizione scritta sembra promuovere l’integrazione delle componenti cognitive e corporee dell’attivazione e potrebbe quindi favorire il mantenimento dell’attenzione sulla preoccupazione e contrastare l’evitamento cognitivo tipico del processo di rimuginio. 

Essa può essere utilizzata come utile compito a casa per l’esposizione ripetuta.

Cover Foto di Lidia Longorio su Unsplash.

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