Lo leggiamo decine di volte ogni estate, eppure pochi sanno cosa indichi esattamente: SPF, Sun Protection Factor, il fattore di protezione solare. È un numero che promette qualcosa di preciso e dietro quella promessa c'è un protocollo scientifico sorprendentemente delicato, che negli ultimi anni ha cambiato pelle. Vale la pena capirlo, perché aiuta a interpretare l'etichetta con occhi diversi.
Un rapporto, non una percentuale
Cominciamo dall'equivoco più comune. L'SPF non dice "quanta" radiazione viene bloccata in percentuale, ma di quanto si allunga il tempo prima che la pelle si arrossi. Tecnicamente è il rapporto tra la dose minima di raggi UVB capace di provocare un eritema sulla pelle protetta e quella che lo provoca sulla pelle nuda. Un SPF 50 significa, in teoria, che serve cinquanta volte più radiazione per scottarsi. In pratica conta soprattutto perché obbliga a riapplicare il prodotto e a non illudersi: nessun solare azzera il rischio, e "50" non è il doppio di "25" in termini di sicurezza reale.
Da notare un punto spesso ignorato: l'SPF riguarda solo i raggi UVB, quelli responsabili di eritemi e scottature. Gli UVA, che penetrano più in profondità, invecchiano la pelle e contribuiscono al rischio di tumori cutanei, si misurano con un parametro diverso. Per questo un buon solare deve dichiarare protezione "ad ampio spettro", a coprire entrambe le bande.
Il metodo classico: volontari e una lampada UV
Per decenni l'unico modo riconosciuto dalle agenzie regolatorie per stabilire l'SPF è stato il test "in vivo": si applica una quantità standardizzata di crema sulla pelle di volontari selezionati e si misura, esponendoli a una sorgente artificiale di ultravioletti, dopo quanto tempo compare l'eritema rispetto alla pelle non protetta. È rigoroso e affidabile, ma porta con sé una domanda etica scomoda: è accettabile provocare deliberatamente un arrossamento a qualcuno per certificare una crema? La normativa, fra l'altro, vieta di testare il prodotto finito sugli animali, perché i solari sono cosmetici a tutti gli effetti.
Esistono alternative "in silico", cioè simulazioni al computer che stimano l'SPF a partire dagli ingredienti e dai loro spettri di assorbimento. Hanno però un limite serio: la composizione esatta è nota solo al produttore, e numerosi eccipienti possono falsare il risultato. Per questo, a lungo, il test sui volontari è rimasto lo standard.
La svolta: misurare senza scottare
La novità degli ultimi anni si chiama spettroscopia a riflettanza diffusa (in sigla HDRS) codificata in una norma internazionale entrata in vigore nel 2023. L'idea è elegante: invece di aspettare che la pelle si arrossi, si misura con uno strumento ottico quanta radiazione viene riflessa e quanta assorbita dal film di crema steso sulla pelle, ricavando in un colpo solo sia la protezione UVB (l'SPF) sia quella UVA. Niente eritema, nessun volontario da "bruciare": un metodo più etico e, insieme, più completo. È esattamente il tipo di salto strumentale che rende la misura scientifica più pulita, lo stesso spirito con cui in Aleph guardiamo agli strumenti da laboratorio di nuova generazione.
Questo spiega anche perché i test comparativi indipendenti danno oggi giudizi più sfumati di un tempo. La protezione effettiva vale circa due terzi del punteggio finale, ma pesano pure la prova d'uso dei consumatori, l'impatto ambientale della formula (tossicità per pesci, alghe e altri organismi acquatici, presenza di microplastiche anche "liquide") e la correttezza delle informazioni in etichetta. Un buon solare, insomma, non è solo quello che protegge di più, ma quello che protegge bene rispettando pelle e mare. Lo stesso mare di cui amiamo raccontare gli abitanti, nel nostro magazine, dai cetacei del Mediterraneo alle creature più nascoste.
Cosa portarsi a casa davanti allo scaffale
Tre cose, in sostanza. Primo: l'SPF è una soglia di tempo, non una garanzia assoluta: riapplicare resta la regola d'oro, soprattutto dopo il bagno. Secondo: cercate sempre la dicitura di protezione ad ampio spettro, perché gli UVA sono i più insidiosi proprio perché non scottano. Terzo: che il dato venga oggi misurato senza arrossare la pelle di nessuno è una piccola, bella notizia di scienza applicata. La prossima volta che leggerete "50" sul tubetto, saprete che dietro c'è uno strumento ottico, una norma internazionale e un'idea di rispetto che vale la pena conoscere.
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