Altri risultati...

Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
post

Tempo di lettura: 3 minuti

Il fai-da-te cosmetico è uno dei filoni più cercati dell'estate: un barattolo di vetro, qualche erba del balcone, dell'olio, e l'idea seducente di prepararsi da soli i propri unguenti. In parte è una pratica sensata, con secoli di tradizione alle spalle; in parte è un terreno minato di aspettative sbagliate. La differenza tra le due cose è quasi sempre una questione di chimica e basta capirne i fondamentali per sapere cosa mettere in quel barattolo e cosa lasciar perdere.

Prima distinzione: olio essenziale non è olio vettore

È l'errore numero uno. L'olio essenziale è la frazione volatile e concentratissima di una pianta, da usare a gocce e sempre diluito. L'olio vettore (mandorle dolci, oliva, jojoba, girasole) è un olio grasso che fa da base e "veicolo": serve proprio a diluire gli oli essenziali e a portarli sulla pelle in sicurezza. Confonderli e spalmarsi un essenziale puro pensando sia una crema, è la via più rapida a irritazioni e sensibilizzazioni. Ogni preparazione casalinga sensata parte da questa coppia: tanto olio vettore, pochissime gocce di essenziale.

L'oleolito: la preparazione che ha davvero senso

Se c'è una cosa che in casa si può fare bene, è l'oleolito: la macerazione di un'erba in un olio vettore. Si riempie un vasetto di fiori o foglie ben secche (calendula, iperico, lavanda) si copre con olio, si lascia al riparo o al sole per qualche settimana, si filtra. Quello che si ottiene è un olio arricchito dei principi liposolubili della pianta, ottimo come base lenitiva e idratante. Il segreto sta tutto in un dettaglio chimico: la pianta deve essere asciutta, perché l'acqua residua favorisce la proliferazione batterica e fa irrancidire o ammuffire il preparato. È lo stesso principio di attenzione al controllo delle condizioni che governa qualsiasi processo da laboratorio ben fatto: l'ambiente conta quanto gli ingredienti.

Una piccola avvertenza estiva, che chiude il cerchio con i nostri altri pezzi: l'iperico, splendido cicatrizzante, è anch'esso fotosensibilizzante. Un oleolito di iperico è prezioso, ma non va applicato prima di esporsi al sole (la stessa logica delle furocumarine degli agrumi, di cui abbiamo parlato nei nostri approfondimenti scientifici).

Balsami e unguenti: la chimica del solido

Salendo di livello, si arriva ai balsami: un oleolito o un olio vettore a cui si aggiunge una cera (tipicamente cera d'api) per dargli consistenza solida. Scaldando delicatamente, la cera fonde e, raffreddandosi, intrappola l'olio in una struttura semisolida. È chimica delle emulsioni e dei punti di fusione applicata a un doposole o a un balsamo per labbra screpolate. Funziona, è stabile e dura a lungo proprio perché è quasi privo di acqua: senza fase acquosa, i batteri faticano a crescere e non servono conservanti complessi. Aggiungere acqua, invece (per fare una vera crema emulsionata) cambia tutto e richiede competenze ed emulsionanti che la cucina di casa raramente offre.

Cosa lasciar perdere

E qui il confine si fa netto. Ciò che richiede misure precise, sterilità o una protezione misurabile non va improvvisato. Le creme con acqua, senza conservazione adeguata, diventano in pochi giorni terreno di coltura per microrganismi. E soprattutto (lo ripetiamo perché è il punto più importante) nessun unguento casalingo protegge dal sole: l'SPF non si ottiene mescolando oli, e crederlo significa esporsi a scottature pensandosi al sicuro. Un balsamo fatto in casa è un magnifico doposole; non sarà mai un solare.

La regola d'oro, allora, è onesta e liberatoria: fate in casa ciò che la chimica permette di fare bene (oleoliti, balsami anidri, idrolati come tonici) e affidate al prodotto formulato e testato ciò che richiede precisione e sicurezza. Il fai-da-te non è magia, è chimica applicata: rispettarne le regole è ciò che separa un barattolo che funziona da uno semplicemente bello da fotografare. 

magnifiercrosschevron-uparrow-leftarrow-right