Sembra che Claude Lelouch abbia voluto mettere in scena se stesso, in questo lungometraggio, presentato fuori concorso a Venezia 81, dove il regista ha anche ricevuto il Premio Cartier Glory to the Filmmaker.
Un inno alla ricerca della libertà, quella libertà a cui le convenzioni sociali tarpano le ali, non una libertà istintuale, ma quella di dire la verità, la propria verità, ciò che si pensa, senza filtri.
Questo è Lino Massaro, avvocato di successo, sposato con un’attrice, padre di un aspirante cineasta e di una cantante dalla voce meravigliosa, interpretata da Barbara Pravi. Lui, a cui presta il corpo e la voce il bravo Kad Merad, stanco di “mettersi nei panni” dei propri assistiti per difenderli al meglio, e a causa – forse – di una liberatoria degenerazione fronto-temporale, si sveste della toga e dopo aver ascoltato la figlia cantare una canzone sulla follia dei sentimenti, va via di casa, senza dire nulla, girovagando per la Francia in autostop, fino a Mont St. Michel.
A ogni automobilista che lo accoglie, racconta un se stesso diverso, inventando personalità complesse, ispirate alle vite dei suoi precedenti clienti: e così, si autodefinisce pluriricercato dalla polizia, prete sconsacrato per stupro, regista di film porno.
Si addormenta su una poltrona in un mercatino delle pulci e poi compra una tromba, si ripara in un fienile durante un temporale e conosce una donna che lo conquista con la sua malinconia velata e il suo amore per un pianoforte. Regala fiori agli sconosciuti durante il Festival di Avignone e chiede un bicchier d’acqua a una scrittrice in barca.
I flashback, che intermezzano una narrazione slegata che richiede la partecipazione attiva dello spettatore nel mettere insieme i pezzi, hanno una funzione emotiva molto forte, e riportano a galla frammenti di storia – nel bene e nel male - mai sepolti, come il rastrellamento degli ebrei, lo sbarco in Normandia, il maggio francese del Sessantotto.
Il progredire della malattia porta Lino Massaro fino al delirio e gli fa credere di aver sterminato la sua famiglia, di averli uccisi tutti, salvando solo l’amico-collega-avvocato-forse altro per la moglie al solo fine di avere un difensore nel processo a suo carico. Guarito, almeno in parte, da quella patologia così dolorosa nelle fasi acute ma anche catartica, torna in campagna a cercare la donna di cui si è innamorato, che però è ingabbiata in una situazione complessa, e decide di difendere la sorellastra nel processo per sfruttamento della prostituzione, vincendo a mani basse con la sua capacità retorica e la sua arte oratoria.
In tutto questo girovagare e tornare incontra un condensato di umanità che sembra uscito dalla filmografia completa del regista. In fondo, c’è un po’ di L’aventure c’est l’aventure in Lino Massaro, e anche riferimenti alla musica de’ La belle histoire, o ai ricordi di I migliori anni della nostra vita, giusto per citarne un paio.
Una fiaba musicale, così definita sin dai titoli di testa, dove la musica è la migliore medicina, dove i rimbalzi della vita hanno un senso e fanno battere il cuore rimescolando vecchi ricordi e nuove emozioni, dove alla fine ci si chiede cosa resta e dove Lino capisce che è meglio avere noie che annoiarsi.
Una fiaba in cui il protagonista è lo stesso Lelouch e il coprotagonista è il cinema tout court, con le sue esagerazioni, la finzione che sfocia in altro, il mondo luccicante delle feste e quel carrello finale a 360 gradi che ricorda tanto Rossellini e la citazione di Bertolucci in Prima della Rivoluzione.
