Dura appena 15 minuti il tranquillo prologo, che tanto tranquillo non è, di Honeymoon (titolo originale Medovyi Misiats), opera prima della regista ucraina Zhanna Ozirna, prodotta nell’ambito del progetto a micro-budget Biennale College Cinema.
Le inquadrature iniziali mostrano una coppia che si è appena trasferita nel nuovo appartamento ancora pieno di scatoloni e di nastro adesivo sui muri per indicare una libreria e un divano, e una serata con gli amici. Ma già qualcuno paventa l’invasione russa: la paura è nell’aria, nei discorsi, nei “sentito dire che”, negli sguardi preoccupati, anche se a Taras, psicoterapeuta, e a sua moglie Olya, scultrice, sembra tutto così lontano, così impensabile, mentre accettano come regalo uno zaino con kit di emergenza dal loro amico Orest.
Eppure, durante quella stessa notte, il 23 febbraio del 2022, vengono svegliati dalle violente esplosioni. La guerra. I russi. Taras vuole lasciare la città, Olya crede di poter riuscire a inscatolare tutte le sue opere con le quali avrebbe dovuto prendere parte a una mostra a Vienna. Parlano, cercano di capire, chiamano qualcuno, Taras parla con il padre, che è russo, e finisce per mandarlo a quel paese. Non c’è carburante, non si può prelevare al bancomat. Intanto, basta un’altra notte e la coppia si ritrova intrappolata nel proprio appartamento, visto che i russi hanno trasformato il giardino del condominio nel loro quartier generale. La paura di essere scoperti, e uccisi, come il loro vicino, rischia di farli impazzire. Senza corrente elettrica, senza acqua, con pochi viveri. Nei cinque giorni che la coppia passa in silenzio, gattonando per non farsi vedere dalle finestre, senza potersi lavare, e con soltanto qualche ora di sonno, Olya arriva a pensare di potersi uccidere piuttosto che finire nelle mani dei russi. Tra inquadrature buie, mise en abîme e rumori di esplosioni continue, il lungometraggio di Orzina, pur non mostrando direttamente gli squarci della guerra, la devastazione della piccola città vicina a Kiev, i rastrellamenti, che Taras vede da una finestra, riesce a tenere la suspence fino all’ultimo, e lo spettatore è condotto per mano a pregare, insieme ai due protagonisti, per un finale positivo.
E, come i due protagonisti, magistralmente interpretati da Ira Nirsha e Roman Lutskyi, anche lo spettatore, vive quell’appartamento con una sensazione claustrofobica, con la necessità di respirare silenziosamente per non essere sentiti, di evitare un singhiozzo, di non poter nemmeno piangere, e con i pensieri che diventano sempre meno leggeri e ci fanno riflettere sui veri valori della vita e sulla vanità di cose a cui, normalmente, diamo un peso maggiore.
La regista ha raccontato di aver sentito più di una storia come quella narrata nella sua sceneggiatura, e di aver parlato con chi aveva vissuto situazioni simili. Inoltre, ha voluto girare proprio in Ucraina per una scelta che ha definito “morale” visto che, dopo due anni e mezzo, quell’invasione che, con le parole di una delle amiche di Olya nel film, “magari durerà un paio di mesi”, si è trasformata in una guerra che è ancora in corso. Una guerra che ha modificato la percezione della vita di tante persone, una guerra che ha già prodotto un numero impronunciabile di vittime civili e militari. La scelta della regista è anche stata una scelta etica, un modo per contribuire a ridare lavoro a operatori dell’industria cinematografica ucraina e una luce di speranza nel futuro.
