Una rivoluzione modulata sulle righe di uno spartito. La musica che accende la voce di un mutismo obbligato. L’atto di ribellione di cinque giovani donne che non hanno paura di osare.
Questo è Gloria, film d’esordio di Margherita Vicario, che ne ha firmato anche le musiche originali, per le quali ha vinto il Nastro d’Argento 2024.
Il 24 ottobre, all’interno della Festa del Cinema di Roma, un altro importante riconoscimento verrà assegnato alla giovane regista: il “Premio Millennial Visionaria 2024 – Premio alla visione, al coraggio, alla passione”. E di visione, coraggio e passione è intriso il film, coprodotto da Tempesta e Rai Cinema, con il supporto dell’Ufficio Federale della Cultura svizzero e Film Commission FVG.
Teresa, Lucia, Marietta, Bettina, Prudenza sono cinque giovani donne che, all’alba del 1800 rappresentano un esempio di modernità e di resilienza. Decise a seguire, o a inseguire, i loro sogni, i loro desideri, diversi per ciascuna, ma simili grazie alla musica che le unisce a dispetto delle apparenze.
È la storia di una sorellanza che vince su un patriarcato capace di imporre una gravidanza con la forza bruta, un patriarcato che costringe una donna a fingere di essere muta, un patriarcato, però, destinato a soccombere contro la potenza della musica.
Impeccabile e credibile la recitazione di Paolo Rossi, che interpreta Perlina, esemplare di quella mentalità maschilista esistente e resistente, vittima di se stesso e della sua incapacità creativa, che cozza con il ruolo di Maestro storicamente assegnato.
All’inizio del diciannovesimo secolo erano tanti gli istituti religiosi, chiamati anche Ospedali, che educavano le orfanelle alla musica, sfruttandole, anche economicamente. In uno dei più noti di Venezia, l’Ospedale di Pietà, ha insegnato per anni il grande Antonio Vivaldi. Da quegli istituti sono derivati i Conservatori, ma poche tra le musiciste che vi studiavano sono riuscite a far arrivare fino ai nostri giorni i loro componimenti.
Nell’Istituto Sant’Ignazio, polveroso e cupo, Teresa, la Muta, che muta non è, interpretata da una empatica Galatea Bellugi, “sente” la musica nei rumori che la circondano, ha il dono dell’orecchio e della visione, ha la capacità di trasformare la bruttura e la violenza subdola in qualcosa che supera le barriere del tempo e diventa ribelle, ritmato, popular.
E, grazie alla scoperta del suo dono, trova anche la forza per reagire e riprendersi ciò che le è stato tolto. Oltre a guadagnare la fiducia e l’affetto delle altre ribelli: Lucia, interpretata da Carlotta Gamba, Marietta (Maria Vittoria Dallasta), Bettina (Veronica Lucchesi) e Prudenza (Sara Mafodda), ognuna appassionata a modo proprio.
Gloria è un lungometraggio dedicato a tutte le straordinarie musiciste cresciute dietro i muri dei tanti istituti religiosi di Venezia e non solo, e scomparse tra le pieghe di spartiti firmati da uomini. La narrazione fluttua su una fotografia capace di restituire la foschia lagunare e su un’ambientazione storica che poggia su scenografie verosimili, costumi d’epoca e condizioni plausibili.
E scorre, a tratti ripetitiva, altre volte più dinamica, fino al crescendo finale di quell’Excelsis Deo pop, istintuale, diverso e moderno, che vale la scomunica generale. Ma vince, su tutti i fronti, in largo anticipo sui tempi.
