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Tempo di lettura: 4 minuti

La storia di Jean-Claude Romand, un'esistenza fittizia che implode nel nulla, tra Goffman, Cooley e il terrore di non esistere senza testimoni.

C’è una domanda che, sicuramente, abbiamo letto tutte e tutti da qualche parte, o ascoltato. 

La poniamo a noi, la facciamo agli altri, gli altri la chiedono a noi:
“Chi sei quando nessuno ti guarda?”.


La risposta non è immediata: abbiamo molte facce. Ci comportiamo in modo diverso in base alle situazioni, a chi abbiamo di fronte. A seconda di quello che vogliamo ottenere o dimostrare. Quando però il confronto con l’esterno viene meno, è difficile stabilire cosa rimanga.

Jean-Claude Romand, il protagonista del romanzo “L’Avversario” dello scrittore e regista francese Emmanuel Carrère, era un medico brillante, padre e marito, uomo stimato e rispettabile, amico e confidente dalla vita invidiabile. Ricco, molto impegnato, un punto di riferimento per chi aveva intorno. 

Romand, però, quando nessuno lo guardava, passava le sue giornate a passeggiare nel bosco, a leggere in automobile; era colmo di debiti che faceva prendendo i soldi degli altri. Non aveva una vita parallela: era la sua vita principale ad essere una menzogna.

Oggi, infatti Jean-Claude Romand è un truffatore e serial killer francese, ed il suo nome è noto perché lui stesso non ha più retto il peso di una vita immaginaria che aveva creato e a cui credevano tutti. Di una vita inesistente in cui ogni giorno usciva di casa per fingere di andare a fare un lavoro che non aveva, in un ambito che aveva studiato ma senza dare esami e laurearsi, senza che i suoi amici e colleghi universitari se ne fossero mai accorti.
È difficile per tutti stabilire chi si è quando non si è visti da nessuno ma, anche se non sappiamo dire chi siamo, certamente sappiamo di essere qualcuno. Jean-Claude Romand, invece, no.

È stato proprio questo a rendere l’autore de “L’Avversario” ossessionato dalla sua vicenda. Si può empatizzare con qualcuno che non riesce ad essere se stesso fino in fondo nella vita che si crea. Ma nella storia di un uomo la cui intera esistenza è una menzogna di cui lui è l’unico custode e che, per compiacere il resto del mondo - genitori, parenti, amici, persino sconosciuti - si costruisce un’esistenza interamente fittizia, c’è molto di più. Questa farsa portata agli estremi, però, esercita il suo fascino perché la finzione agli occhi degli altri è qualcosa che riguarda tutti gli esseri umani.

Secondo il sociologo Erving Goffman, nella vita quotidiana recitiamo ruoli diversi come attori su un palcoscenico, adattando il comportamento alle aspettative del nostro “pubblico”. Quando il pubblico scompare, però, resta solo il “backstage” e vengono meno i parametri che ci dicono chi siamo, portandoci a sperimentare un vuoto identitario: non c’è più ruolo da interpretare, quindi non c’è più “personaggio” a cui aggrapparsi.

Emmanuel Carrère, “L'Avversario”: «Pensavo al monolocale in cui vado ogni mattina, dopo aver portato i bambini a scuola. Quella stanza esiste, chiunque può telefonarmi e venirmi a trovare. Quando sono lì, scrivo e sistemo sceneggiature che poi in genere diventano dei film. Ma so che cosa significa passare le proprie giornate senza testimoni, sdraiati a guardare il soffitto per ore, con la paura di non esistere più. Mi sono chiesto che cosa provasse Romand seduto in macchina. Un senso di appagamento? Un'euforia beffarda all'idea di riuscire a ingannare tutti quanti in modo così magistrale? Ero sicuro di no. [...]
Forse, invece, quando restava da solo, si trasformava in un automa capace di guidare, camminare e leggere, ma non di pensare né di provare sentimenti, un dottor Romand residuale e anestetizzato. Di norma una bugia serve a nascondere una verità, magari qualcosa di vergognoso, ma reale. La sua non nascondeva nulla. Sotto il falso dottor Romand non c'era un vero Jean-Claude Romand.»

Per il sociologo Charles Horton Cooley costruiamo la nostra immagine di noi stesse e di noi stessi immaginando come appariamo agli altri e come siamo giudicati: lo sguardo altrui diventa uno specchio (“looking-glass self”) in cui il sé prende forma.

Se nessuno guarda, lo “specchio sociale” si frantuma e può emergere quel terrore descritto da Carrère: la paura di “non esistere più” quando non si è riflessi in nessuno.

In Romand, questo meccanismo raggiunge un estremo psicopatologico: studi sul suo caso suggeriscono un disturbo narcisistico di personalità o un deficit empatico profondo, che lo rendeva incapace di sviluppare un sé autentico indipendente dallo sguardo altrui, trasformando la finzione in un vuoto assoluto. Alcune vite, come la sua, sono costruite quasi interamente nel riflesso: senza testimoni, non resta alcun nucleo, ma solo un vuoto difficilissimo da sostenere.

Jean-Claude Romand ci svela l’orrore di ciò in cui può tramutarsi l’esistenza quando le menzogne sulla propria vita, che si dicono agli altri, sfuggono di mano e ci si ritrova in una realtà di cui si è autori ma che è solo una finzione esasperata.

Romand ebbe la sfortuna, se così si può definire, che nessuno si accorgesse delle sue bugie, della sua vita fittizia. E questo è ciò che lo portò al punto di follia tale da distruggere le uniche cose reali che c’erano nella sua vita.

La storia di Romand non è solo un caso estremo di follia, ma un monito universale: l'identità umana poggia su un fragile equilibrio tra apparenza sociale e nucleo interiore. Senza quel "qualcosa" autentico che resiste al buio del "backstage", chiunque rischia di dissolversi nel vuoto. 

Coltivare momenti di solitudine costruttiva, non solo recitazione, diventa essenziale per non tramutarci nei fantasmi di noi stessi, ricordandoci che esistere davvero significa abitare il proprio sé anche senza pubblico.

Cover Photo: Le Temps.

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