Ovvero l’elogio dei contrasti, delle contraddizioni, del senso di oppressione che si può provare quando mancano i sogni, i progetti, quando ci si accontenta di una finta libertà d’azione e si cerca il divertimento nei modi più assurdi, come investire e picchiare un cinghiale in un bosco.
Labirinti, presentato a Venezia81 nell’ambito delle Giornate degli Autori, per la regia di Giulio Donato, è la storia di un gap destinato a diventare sempre più ampio, tra due bambini, due amici, che crescono insieme, che condividono esperienze ma non pensieri, e che, piano piano, smettono di comunicare.
È una storia, ma sono due storie. Mimmo, interpretato da un energico Simone Iorgi, e l’introverso Francesco, interpretato da un giovane e cupo Francesco Grillo.
È la storia dei pregiudizi, delle gabbie che vengono costruite quasi automaticamente, per omologazione, per adeguamento alle strutture sovraordinate tradizionali, senza sforzarsi di guardare un millimetro in là.
Due storie e due modalità estetiche, come ha raccontato nelle interviste il regista Giulio Donato: una macchina da presa spesso fissa, con effetti flou, una fotografia delicata e un sound design quasi sensoriale, caratterizzano le riprese dedicate al protagonista Francesco, il quale si apre al mondo dopo aver trovato un libro che lo porta ad esplorare il suo io profondo, i suoi sogni, i suoi desideri di cultura, il suo voler andare a studiare nella grande città. Mentre uno stile quasi documentaristico con uso della macchina a mano, camera car, cambi di fuoco e altri stilemi tipici della ripresa diretta, è dedicato agli altri personaggi, Mimmo in testa.
E così viene fuori un dualismo tra realtà e mondo onirico che, a tratti, si amalgama, si omogeneizza, altre volte sembra fare a botte, le stesse botte che Francesco prende dagli amici del suo amico che lo accusano di essere un “ricchiuni”, le stesse botte che finisce per prendere anche da Mimmo, che per un attimo pensa di difenderlo, ma che davanti all’illazione, al sospetto che anche lui sia gay, “deve” mostrare una durezza e una cattiveria che, probabilmente, non sente davvero.
La difficoltà di esprimere liberamente la propria sessualità corre lungo gran parte del film, da quando Francesco dice a Mimmo di fare sogni strani; ma Mimmo non sa neppure ascoltare il suo amico, ingabbiato com’è nei labirinti delle convenzioni sociali arcaiche, così dure a morire. Quelle gabbie che il protagonista cerca in tutti i modi di lasciarsi alle spalle: iconica la sequenza onirica in cui il labirinto assume una pendenza in salita e Francesco si arrampica strisciando sul terreno per arrivare al varco di uscita.
Il lungometraggio è girato in buona parte in dialetto, ambientato nelle campagne calabresi, con molte scene al mare, in un ventaglio di panoramiche che dovrebbero dare il senso di apertura, di aria, di libertà. Esattamente quello che manca.
Segue l’amicizia, o pseudo tale, tra i due ragazzi, dall’infanzia fino al momento in cui Francesco va davvero a studiare a Roma e torna al paese solo in estate, per la festa patronale. L’aspetto della festa di San Francesco di Paola, che vediamo più volte nel film, come un modello ciclico, evidenzia ancora di più le “dinamiche immobili” della vita di paese. Un giorno l’anno, un solo giorno per descrivere come passa il tempo e come tutto resti sempre dannatamente uguale.
Nel finale, ancora una volta il giorno della Festa, non in Calabria, stavolta, ma a Roma dove Mimmo è in vacanza con la famiglia, i due “amici” ormai adulti e caratterialmente ed emotivamente lontani mille miglia l’uno dall’altro si vedono, incrociano il loro sguardo, riconoscendo ognuno il percorso di crescita dell’altro.
Due mondi opposti, nati nella stessa terra ma destinati a guardarsi da lontano e poi ignorarsi per sempre.
