Una sublimazione della musica come elemento di connessione tra storie che spaziano dalla commedia al dramma, al cinema di denuncia sociale e anche politica. Emmanuel Courcol, il regista francese di Un anno con Godot, da cui è stato tratto il remake di casa nostra Grazie ragazzi, di Riccardo Milani, nel suo ultimo film, L’Orchestra stonata, presentato al RoFF19 e al 77° Festival di Cannes, nella sezione Cannes Première, mescola, come nella vita, emozioni, ironia, momenti difficili e risalite, usando la musica come un filo che permette di perdersi per poi ritrovarsi.
Un famoso e talentuoso direttore d’orchestra, Thibaut, rischia la vita per una leucemia fulminante e tra i suoi familiari non c’è nessuno che possa donargli il midollo osseo. Non c’è perché quelli non sono i suoi veri familiari. Una brutta scoperta in un brutto momento.
Ma il desiderio di vivere, di portare avanti i propri progetti, gli fa scoprire, attraverso delle ricerche sulla compatibilità della sua famiglia, anche altro: da qualche parte, a qualche chilometro da casa sua, in un paesino sperduto nel nord della Francia, vive un uomo di cui ignorava l’esistenza e che, a sua volta, ignora di avere un fratello biologico, che – a quanto pare – è stato più fortunato nella vita, ma che, adesso, ha bisogno di lui.
Due fratelli, due persone apparentemente lontanissime tra loro per estrazione sociale, per attitudini, per abitudini. Eppure, unite dalla musica. Perché Jimmy, il fratello arrabbiato di Thibaut, ha l’orecchio assoluto: riconosce le note nel suono di un clacson, nella voce della madre adottiva, ama il jazz e la tromba di Miles Davis, anche se suona il trombone nella banda del paese perché era l’unico strumento rimasto libero.
Il medical drama lascia presto spazio al family, e, in una manciata di sequenze, all’impegno civile, all’occupazione di una fabbrica che rischia di chiudere lasciando metà paese senza lavoro; e poi, ancora, alla gestione di quell’orchestra stonata senza direttore, che cerca di non perdere anche la sala in cui avvengono le prove, mentre il sindaco la vorrebbe adattare a sala da ballo country; quell’orchestra che si prepara per la partecipazione a un concorso, che potrebbe rappresentare la chiave di volta.
Tra qualche sorriso e altrettanti momenti di riflessione, Courcol dimostra di sapersi muovere tra registri diversi senza mai perdere l’attenzione del suo pubblico.
La musica, presente, ma non invadente, è il collante di un rapporto familiare spezzato in tenera età da un destino sfavorevole – o dalle scelte di adulti, forse poco responsabili. Con modalità diverse per ciascuno, è uno strumento per ritrovare l’autostima, per ritrovare se stessi, anche quando si rischia di perdersi definitivamente.
I due protagonisti, Benjamin Lavernhe e Pierre Lottin, sottolineano in maniera garbata, con le loro differenze, il rapporto tra i loro personaggi, che sembra stentare a decollare, ma che poi evolve, piano, sulla scorta di un si bemolle, e sul crescendo di una vasta gamma di emozioni.
E se l’orchestra stonata fossero proprio i due fratelli? Se la stonatura fosse nella scelta di adottarne solo uno? Ci pensa la musica, allora, a mettere a posto le cose, sullo spartito, come nella vita: basta cercare l’armonia, senza arrendersi, senza restare dietro una porta per osservare l’altro.
Il modo migliore per accordarsi è suonare insieme. Magari il Bolero di Ravel.
