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«È un bellissimo premio, e sono felice di riceverlo da te. Dopo tanti anni, sento che si chiude un cerchio. Ho 93 anni, e forse questo sarà il mio ultimo film». Così Edgar Reitz, domenica 19 ottobre, ha accolto il Premio Master of Film, consegnatogli da Nanni Moretti alla Festa del Cinema di Roma.

Il "cerchio" a cui allude il regista è iniziato proprio a Roma, nel 1993, quando la sua opera è stata proiettata al Cinema Sacher.

Mentre in patria non veniva compresa e valorizzata, qui conquistava il cuore dei romani prima e poi degli italiani, tutti, prendendo vita.

Autore di capolavori che hanno riscritto la storia del cinema, Edgar Reitz torna a Roma con "Leibniz - Chronicle of a Lost Painting", il film che corona una vita dedicata all’arte e al pensiero.

Nanni Moretti, emozionato: «Sono felice di consegnargli questo premio per due motivi: per il suo meraviglioso Heimat 2, che al Cinema Sacher creò un pubblico felice come non mai, e perché Reitz appartiene a quella generazione di registi degli anni Sessanta che rifiutò la società e il cinema ereditati, inventando un nuovo modo di raccontare».

"Leibniz - Chronicle of a Lost Painting", il film

1704. Da regina di Prussia, Sofia Carlotta di Hannover desidera le risposte profonde dell’illustre pensatore Leibniz alle più grandi domande della vita.

Per devozione nei suoi confronti commissiona un ritratto su di lui, testimoniando la sua presenza nel castello di Lietzenburg. Presto però le sedute con il pittore evolvono in ferventi dibattiti tra il filosofo e l’artista che lo ritrae sulla natura della verità in un quadro.

Si potrà mai veramente catturare l’essenza di una persona? Solo l’artista olandese Aaltje van de Meer, con la dedizione alla sua arte, può sfidare l’instancabile ricerca della verità di Leibniz e aprirgli delicatamente il cuore. 

Il cineasta tedesco lascia la cittadina immaginaria di Schabbach, i suoi ragionamenti sul concetto di heimat nella saga omonima che ripercorre le cronache della Germania del Novecento, con le sue svolte epocali, per portarci nel castello di Lietzenburg, a Berlino all’inizio del Settecento, e occuparsi di altre svolte epocali che avvengono in un arco temporale estremamente limitato, che va dall’11 ottobre 1704 al 1 febbraio 1705.

Gottfried Wilhelm Leibniz

Gottfried Wilhelm Leibniz rappresenta uno dei massimi protagonisti del pensiero occidentale, nonché uno dei geni universali della storia dell’umanità.

Nel suo pensiero troviamo i concetti precursori del calcolo infinitesimale e della concezione di integrale, così come i primi barlumi della dimensione dell’inconscio che verrà poi sviluppata più avanti.

A lui si deve anche una delle prime calcolatrici meccaniche.

Una figura molto cara al regista, che dichiara di esserne stato plasmato anche nella sua comprensione estetica del cinema, e che ha lavorato dieci anni alla stesura della sceneggiatura di questo film.

L’11 ottobre 1704: il film inizia con un’entrata in scena come teatrale, nel buio, della regina di Prussia Sofia Carlotta di Hannover la quale si rivolge, in un dialogo epistolare giocato con campi controcampi di quadri fissi, alla madre, la principessa Sofia del Palatinato.

La sovrana vorrebbe commissionare un ritratto pittorico di Leibniz. Ammette lei stessa che si tratta di un modo come di impossessarsi di questa figura intellettuale inarrivabile, mettendolo simbolicamente in un suo wunderkammer.

Il primo pittore chiamato all’opera, Hofmaler Delalandre, entra con un’idea di scenografia, osservando mobili e oggetti di quella stanza del castello. Si rivelerà un mestierante con già dei ritratti prefabbricati, con vestiti di colori diversi a seconda dei gusti del cliente. Ritratti cui c’è solo da aggiungere il volto che sottostà a una tipica chioma settecentesca.

Una chioma che invece il vero filosofo ogni tanto toglierà, come per uscire da quella pomposità rituale.

Sarà quindi convicata a sostituirlo una pittrice olandese, Aaltje van de Meer, con lo stesso cognome del grande pittore Johannes van der Meer, noto con l’abbreviazione Jan Vermeer. Tra lei e il filosofo andrà in scena un dialogo, o un conflitto, tra pensiero e sua raffigurazione, qui intesa come pittura, che non potrà che risolversi ancora una volta con la sua impossibilità.

La ragione dell’arte è nell’arte stessa non nella possibilità di immagazzinare un pensiero filosofico in un ritratto, per il capriccio possessivo di una regina.

Aaltje van der Meer

«Quello che non so, lo posso dipingere». Una frase che segna il momento esatto in cui la pittrice olandese Aaltje van der Meer, unico personaggio puramente inventato di un film in cui tutto è finzione ma al contempo (quasi) tutto è assolutamente verità storicizzata in contesto immaginario, guadagna definitivamente l’attenzione e la stima del pensatore Gottfried Wilhelm von Leibniz, esattamente all’opposto da lei, terrorizzato dall’idea di poter non sapere o non capire.

E così riesce ad aprirsi quello spiraglio dialettico da cui imparare a guardarlo, ad ascoltarlo e a conoscerlo fino a riuscire a tradurlo in qualche modo in un ritratto che non sia una mera rappresentazione grafica della figura dell’uomo, ma che ne riesca a trasporre su tela l’essenza, la mente, il pensiero, la luce umana da far emergere, «come Rembrandt e Caravaggio», dal buio più avvolgente.

Un dipinto commissionato per potere interrogare ogni giorno a distanza il suo amico e maestro dalla regina di Prussia Sofia Carlotta di Hannover che realmente per tutta la vita fu fedele studentessa e corrispondente epistolare del filosofo, matematico, giurista, scienziato, storico, teologo, linguista e proto(neuro)informatico tedesco, che proprio come la sua autrice figlia illegittima di Vermeer esclusa dalla Corporazione dei pittori barocchi fiamminghi solo in quanto donna esiste solo nell’immaginazione del novantatreenne e sempre meravigliosamente lucido Edgar Reitz, ma che il titolo e la sinossi ufficiale del bellissimo Leibniz – Chronicle of a Lost Painting (in originale Leibniz – Chronik eines verschollenen Bildes) preferiscono immaginare come effettivamente realizzato e poi perduto.

Attraverso questo dipinto il regista trova la chiave narrativa con cui riuscire finalmente, dopo oltre dieci anni di riscritture e ridimensionamenti produttivi (e con il fondamentale aiuto tecnico del co-regista Anatol Schuster, del resto pure lo stesso Leibniz ha sempre avuto al proprio fianco almeno un assistente), a realizzare il progetto di lunga data su un genio universale puro e multiforme, esperto in ogni campo dello scibile umano quando non fondamentale innovatore e anticipatore di almeno un paio di secoli delle scienze moderne.

Una figura intellettuale che, lungo lo scorrere dei ripetuti incontri e dialoghi “di studio” fra lo scienziato e l’artista incaricata di ritrarlo, permette al regista di tornare ancora una volta al tempo, allo spazio, allo sguardo, alla scienza, all’arte, alla Storia, alla famiglia, alla vita, alla morte, alla sensibilità, alla spiritualità, al sentimento in cuore e al (proprio) meta-cinema ossessioni di un’intera miracolosa carriera.

Un film al tempo stesso profondamente cerebrale e irresistibilmente emotivo che, tanto più dopo il sapore di commiato del sublime, terminale e testamentario (auto)documentario Filmstunde_23, praticamente nessuno si sarebbe aspettato, e che invece quasi a sorpresa illumina gli schermi della Festa del Cinema di Roma come un ultimo incommensurabile regalo alla storia del cinema da parte di uno dei suoi più luminosi giganti.

Non è un caso che il dipinto perduto sia destinato a rimanere rigorosamente celato allo spettatore e ad esclusivo appannaggio di nemmeno tutti i personaggi, mentre a finire per ritrarre (e appunto tradurre in linguaggio artistico) la figura di Leibniz nelle infinite ramificazioni della sua mente brillante e inesauribile è proprio il film che Reitz cuce intorno agli incontri, alla dialettica e alla luce dell’atelier ricostruito nel palazzo patrizio dell’Elettrice di Hannover Sofia del Palatinato, madre di Carlotta.

Una sola stanza in cui studiarsi a vicenda, mente e anima, riflessioni e talento, e progressivamente imparare l’uno dall’altro.

Da una parte la pittrice che – proprio come il cinema – cerca una via artistica non necessariamente logica («a volte serve andare verso l’astrazione per trovare la concretezza», dirà apertamente) con cui trasformare la rappresentazione in verità tentando di capire (e di carpire, e di catturare, e di restituire in un’immagine) i pensieri che si agitano nel fondo degli occhi del genio.

E dall’altra la razionalità pura dello scienziato e filosofo che, forse per la prima volta, indaga e comprende (anche) il senso più profondo dell’arte, lo sguardo e l’umanesimo che la muovono, l’imprescindibilità (anche della scienza) dal sentimento umano senza il quale nient’altro avrebbe senso, e non certo in ultimo lo scorrere del tempo necessario per la conoscenza e la realizzazione di un’opera (e quindi il passato) che si cristallizza nell’eterno presente di un’immagine da consegnare al futuro, come una traccia di creatività in grado di sopravvivere alla disgregazione del corpo e dello spirito.

Un concetto, espresso dall’immaginaria pittrice (che nella sua costante ricerca di sguardo e punto di vista arriva anche a bendarsi un occhio e strizzare l’altro fra le dita per trasporre le infinite dimensioni di Leibniz in una nuova bidimensionalità pittorica), ben più profondo della posa (rigorosamente altezzosa, perché «un sorriso o mostrare i sentimenti devasta la dignità») di quell’immagine che, a detta del primo e fallimentare pittore di corte, «è necessariamente finzione con cui salvare i viventi dall’oblio». 

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