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Tempo di lettura: 4 minuti

Settant’anni fa, nel 1954, usciva in sala uno dei primissimi film italiani a colori, La spiaggia, di Alberto Lattuada.

Noi di Aleph & other Tales siamo andati a curiosare nelle location di quel film che ha rappresentato un momento di sperimentazione estetica e di ricerca metaforica sull’uso del colore ed è considerato una delle pellicole fondamentali nella cinematografia balneare del nostro paese.

La spiaggia è ambientato a Pontorno, sulla costa ligure di ponente. Ma non esiste nessuna Pontorno: il vero nome, infatti, della cittadina in cui furono girate molte sequenze del film, è Spotorno. E proprio da qui è partito il nostro viaggio, dalla Via Aurelia, dove abbiamo trovato – seppure trasformato – l’hotel in cui la protagonista Annamaria (Martine Carol) e sua figlia Caterina vengono portate, quasi con l’inganno, dal seducente sindaco Silvio, interpretato da Raf Vallone. L’hotel Palace, oggi, si presenta come un palazzo signorile adibito per metà a condominio e per l’altra metà a centro congressi. Quasi di fronte al Palace, invece, si trova, ancora intatto, il Bar Sirio, con la sua inconfondibile forma circolare e la scaletta a chiocciola che porta sulla terrazza, visibile nel film, nella scena in cui alcuni bagnanti, tra i quali Annamaria, sorpresi in spiaggia da un improvviso temporale estivo, vanno a ripararsi.

Abbiamo guardato bene la spiaggia antistante il Sirio e no, non è la stessa da cui fuggono i bagnanti a causa della pioggia. Infatti, le scene in spiaggia sono state girate a qualche chilometro di distanza, tra Varigotti e Noli. La stazione di Pontorno, dove Annamaria viene convinta a scendere da Silvio, è, in realtà, la stazione di Finale Ligure. Come a Finale Ligure si trova il primo hotel in cui cerca, senza successo, una camera libera per lei e la figlioletta Caterina.

La nostra “caccia al tesoro, anzi alla location” non si è fermata qui: abbiamo cercato il punto esatto del litorale in cui avviene la gara dei castelli di sabbia e anche la via della passeggiata serale che conclude il film.

Un film realizzato con l’allora nuovissimo sistema Ferraniacolor, che, guarda caso, è stato sviluppato nell’immediato dopoguerra a circa 30 chilometri da Spotorno, a Ferrania, appunto, una frazione di Cairo Montenotte, dove abbiamo potuto visitare il Ferrania Film Museum, da un’azienda che aveva saputo reinventarsi nel tempo, passando dalla produzione siderurgica a quella delle pellicole fotografiche e cinematografiche, e che negli anni a seguire diventerà una delle maggiori quattro aziende del mondo produttrici di pellicole a colori, insieme a Kodak, Agfa e Fuji.

Il sistema Ferraniacolor era molto sensibile alla luce solare e questo spinse Lattuada a girare molte delle scene alle prime luci dell’alba o addirittura di notte, utilizzando dei grossi proiettori che ricreavano la luminosità diurna e facendo dipingere intere sezioni di profilmico per evitare di avere colori troppo caldi.

Infatti, Lattuada, pur parlando di vacanza, non voleva rappresentare un’atmosfera festosa e aveva escluso dalla sua “tavolozza” i rossi, privilegiando i toni freddi, gli azzurri, i grigi, e utilizzando in maniera metaforica il bianco e il nero. Un paradosso, trattandosi di uno dei primi film a colori. Ma, nella mente del regista, tutto ha un significato e il contrasto tra bianco e nero, o la sua compresenza nella stessa inquadratura servono a sottolineare alcuni elementi.

Ma qual è la storia che stava dietro alla realizzazione di questo film? 

Innanzitutto, si basava su un fatto realmente accaduto qualche tempo prima nella esclusiva spiaggia di Alassio. Il film, tra commedia e melodramma, mette in luce un’immagine dell’Italia dell’epoca, restituendo la fotografia di un paese con una forte spinta alla ricostruzione, ma soprattutto alla modernizzazione, e una ancora più forte paura di perdere ciò che si è conquistato, anche in modi non proprio trasparenti.

La protagonista è una prostituta che vuole trascorrere con la propria bambina, che vive in collegio, qualche giorno di vacanza in una località balneare della Liguria. Al suo ingresso in scena, la donna viene subito notata da tutti gli altri ospiti dell’hotel in cui alloggia: dagli uomini, in quanto bella donna, e dalle donne, in quanto vestita di nero “vedovile”. L’atteggiamento di disponibilità e cortesia cambia, però, totalmente quando si scopre la vera identità della donna e sia lei che la bambina vengono emarginate da tutti, come appestate. A rimettere le cose a posto vorrebbe pensarci il sindaco del paese, che prova ad aiutare Annamaria, senza riuscirci. Alla fine, la donna accetterà l’appoggio di Chiastrino, il ricco magnate ammirato, probabilmente odiato, ma ossequiato da tutti, passeggiando sottobraccio con lui e riconquistando, così, il rispetto di quella coralità di personaggi ipocriti e giudicanti.

La spiaggia è stato definito un racconto morale, e, forse la scena più eloquente in questo senso è quella della gara dei castelli di sabbia, in cui il figlio dell’arrivista Albertocchi, aiutato dal padre, ha realizzato un castello da primo posto, ma il giudice unico Chiastrino premia la piccola Caterina, che, a dire il vero, non ha costruito propriamente un capolavoro. E mentre il piccolo Albertocchi piange sconsolato, il boss, vestito di bianco totale come sempre, giustifica la sua decisione con una frase cinica, dicendo che «i bambini devono abituarsi all’ingiustizia, e anche il prima possibile».

Il personaggio di Chiastrino è costruito sulla figura di un noto magnate dell’editoria dell’epoca, una sorta di Citizen Kane all’italiana, se vogliamo. Mentre Albertocchi rappresenta l’italiano medio arrivista che misura la scala sociale sul benessere economico determinato anche dal possedere l’ultimo modello di frigorifero. D’altronde, il film è stato girato alle porte del boom economico e l’Italia stava cercando un equilibrio difficile da trovare.

La scena che a me è piaciuta di più in questo film dal sapore dolce-amaro è quella in cui, poco dopo l’arrivo a Pontorno, Annamaria porta la bambina in spiaggia all’alba e, appoggiandosi a un pattino, le due si addormentano, svegliandosi più tardi con il brusio dei bagnanti che arrivano. Non c’è uno stacco o una dissolvenza tra i due momenti e il passare del tempo è sottolineato soltanto da un impalpabile cambiamento di luce sui loro volti.

Una “transizione” che mette in evidenza il passaggio dalla solitudine alla festosità e che, qualche anno più tardi, verrà utilizzata anche in un altro dei miei film preferiti, Il sorpasso, con Vittorio Gassman e Jean Louis Trintignant.

Magari, la prossima caccia alla location potrebbe essere dalle parti di Castiglioncello!

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