Le donne afghane non potranno più cantare, recitare o leggere ad alta voce in pubblico, pena multe severe e l’arresto. I talebani hanno approvato una legge sul “vizio e sulle virtù” che rende ancora più dura la vita della popolazione femminile in Afghanistan, limitandone ulteriormente i diritti e imponendo altre rigide restrizioni sul comportamento, sia in pubblico che in privato.
Secondo l’interpretazione ultra rigorosa della Sharia del governo talebano la voce è considerata un aspetto intimo e non deve essere udita fuori dalle mura domestiche. Sono vietati i video di esseri viventi su computer o cellulari, l’ascolto di musica, l’omosessualità, l’adulterio e il gioco d’azzardo.
La legge voluta dal ministero per la Prevenzione dei vizi e la Promozione delle virtù prevede diverse norme, molte delle quali erano già in vigore da tempo, come l’obbligo di coprire corpo e viso in pubblico, il divieto agli studi e l’accesso ai saloni di bellezza, ma non erano ancora state codificate in un testo unico. Oltre a non poter indossare abiti aderenti o corti, le donne non possono viaggiare senza essere accompagnate da un uomo con cui hanno un legame di sangue e per loro è proibito fare incontri di qualsiasi tipo con uomini che non siano parenti. Al potere dal 21 agosto del 2021, il regime ha dichiarato che vuole aumentare il ruolo del Ministero della Prevenzione dei vizi e della Promozione delle virtù, nonostante gli appelli da parte delle Nazioni Unite, che non riconoscono come legittimo il governo dei Talebani.
Da quando i talebani hanno ripreso il potere in Afghanistan, il 15 agosto del 2021, lo spazio di vita e libertà delle donne è andato via via sempre più restringendosi.
I mullah le vogliono sottomesse, chiuse in casa, coperte dal burqa, cancellate dalla società. Nel disperato tentativo di tenere sotto controllo il loro corpo le hanno estromesse dal lavoro, dalle scuole, dalle università, hanno imposto loro di uscire solo accompagnate, di non viaggiare.
Ora è arrivato l’ennesimo divieto: quello di parola.
In Afghanistan i talebani hanno vietato la voce e il volto scoperto delle donne in pubblico, in base a nuove leggi approvate dalla guida suprema per “combattere il vizio e promuovere la virtù”.
Lo scorso 21 agosto, il leader supremo Hibatullah Akhundzada ha approvato una lunga serie di regole, contenute in un documento di 114 pagine e 35 articoli (che Associated Press ha potuto visionare) e che riguardano aspetti della vita quotidiana come i trasporti pubblici, la musica e le celebrazioni.
In particolare l’articolo 13 riguarda le donne. Stabilisce che, se proprio è necessario uscire di casa, è obbligatorio per una donna velare il proprio corpo, in ogni momento, in pubblico e che una copertura per il viso è essenziale per evitare tentazioni. I vestiti non devono essere sottili, stretti o corti.
Le donne sono obbligate a coprirsi davanti a maschi e femmine non musulmani per evitare di essere corrotte.
La voce della donna è considerata intima e quindi non deve essere sentita cantare, recitare o leggere ad alta voce in pubblico.
È vietato alle donne guardare gli uomini ai quali non sono legate da vincoli di sangue o di matrimonio e viceversa.

Mariangela Galatea Vaglio: «Di tutte le cose che una donna può fare la più eversiva è far sentire la sua voce, diceva Michela Murgia.
Ed è tragicamente vero oggi, perché, a Kabul, i talebani hanno vietato alle donne proprio questo: di far sentire la propria voce.
Le donne non potranno più parlare e cantare. Dopo averle cancellate costringendole a indossare vestiti che le rendono invisibili come fantasmi, ora non potranno più nemmeno scambiare qualche parola, chiacchierare, cantare.
Per evitare all’uomo di “cadere in tentazione” le donne devono essere annullate.
Chi odia le donne odia la vita. È un piccolo uomo spaventato davanti alla potenza del tutto.
E se anche i talebani sono la punta di diamante della misoginia, non è che nell’evoluto Occidente le cose vadano diversamente: controllare le donne, il loro corpo, il loro spirito, limitare la loro capacità di azione e di scelta in tutti i campi, imporre con la paura il silenzio, rifiutare di riconoscere il loro valore, sminuirle, ridurle al silenzio e a ruoli subordinati e ancillari sono cose diffuse e ancora tollerate. Addirittura messe al centro di programmi politici discriminatori in nazioni che si dicono avanzate.»
E finché gli uomini, tutti, non riconosceranno che le società hanno un problema con le donne e con il riconoscimento dei loro elementari diritti purtroppo tutto il mondo sarà un posto peggiore. Per tutti.
L’articolo 13 impone quindi alle donne di non parlare a voce alta in pubblico perché sarebbe un atto da riservare all’intimità. Ma anche l’articolo 19, oltre a vietare la riproduzione della musica, dispone che le donne non possano viaggiare da sole e non possano salire su un mezzo di trasporto occupato anche da uomini che non sono parenti.
A far rispettare le nuove norme ci penserà il Ministero per la Propagazione della Virtù e per la Prevenzione del Vizio, che le ha messe a punto.
Dapprima saranno emessi semplici ammonimenti ma si potrà arrivare anche al carcere.
Quest’istituzione, che si avvale di una polizia morale simile a quella iraniana, è stata recentemente criticata dalle Nazioni Unite perché contribuisce «a creare un clima di paura e intimidazione tra gli afghani».
Il mese scorso, in un rapporto, l’Onu aveva previsto il giro di vite sulla vita pubblica, compresi i media. Ed infatti l’articolo 17 della nuova legge vieta anche la pubblicazione di immagini di esseri viventi, puntando quindi a rafforzare la censura su giornali e tv, tanto da arrivare alla possibile chiusura dei canali televisivi.
Ma al di là «della notevole preoccupazione per tutti gli afghani, in particolare donne e ragazze» espressa da Fiona Frazer, responsabile del servizio per i diritti umani presso la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan rimane il fatto che la comunità internazionale sembra stare a guardare mentre i diritti umani della popolazione, soprattutto femminile, spariscono.
Il 15 agosto, nel terzo anniversario della presa del potere dei talebani, Amnesty International ha duramente criticato il fatto che il governo di Kabul non sia stato chiamato a rispondere delle violazioni e dei crimini commessi. Anzi domenica 30 giugno e lunedì 1° luglio al terzo round negoziale sull’Afghanistan, i delegati delle Nazioni Unite hanno accettato di incontrare i talebani senza che, ovviamente, ci fosse una donna presente, limitandosi poi a ricordare che «l’Afghanistan non può ritornare nella sfera internazionale se viene privato dei contributi e del potenziale di metà della sua popolazione».
Eppure il 22 agosto gli Emirati Arabi Uniti sono stati il secondo Paese dopo la Cina ad accettare le credenziali di un ambasciatore del governo talebano incuranti del trattamento riservato alle donne.
جهان دیگری بسازیم از برابری
به همدلی و خواهری، جهان شاد و بهتری
روزی میرسد که دختران افغانستان و ایران، کمر ظالم را می شکنند و به ظلم و زور پایان میدهند.
«Creiamo un altro mondo fatto di uguaglianza.
Di empatia e di sorellanza, un mondo felice e migliore.
Verrà un giorno in cui le ragazze dell'Afghanistan e dell'Iran spezzeranno le catene dell'oppressore e metteranno fine alla tirannia e alla violenza.»
