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Tempo di lettura: 4 minuti

Questo di cui scrivo oggi è proprio l’argomento che ho trattato per scrivere la mia tesi di laurea dal titolo: “Il monitoraggio e la conservazione della fauna selvatica: come migliorare la raccolta dei dati attraverso l’utilizzo delle fototrappole”.

Cosa sono le fototrappole?

Le fototrappole sono composte da una camera, il flash e la SD card nel caso di un vecchio modello che non dispone di sistemi bluetooth o wi-fi per ricevere direttamente i dati raccolti. Servono per osservare e fotografare gli animali con la minor interferenza umana possibile.

Nel mercato vi sono due categorie: quelle dotate di un sensore di movimento a infrarossi passivi (PIR) o quelle con un sensore a infrarossi attivi (AIR). Quelle attive dispongono di una zona di detenzione paragonabile a una linea dritta che può raggiungere i 60 m; quando un animale passa attraverso questa linea invisibile, la fototrappola si attiva e l’immagine viene catturata. Nel caso di una fototrappola passiva, questa si attiva quando viene percepita una variazione di temperatura. Le lenti presenti all’interno della camera avvertono le variazioni di temperatura come delle onde di radiazioni elettromagnetiche di diverse lunghezze che vanno a produrre un segnale che fa sì che inizi la registrazione di un video, o lo scatto di una foto. Quest’ultime sono le più presenti in commercio. 

Le fototrappole: strumenti complessi e adattabili

Non sono strumenti facili da usare, perciò è importante saperli utilizzare ed impostare per evitare di sprecare tempo collezionando migliaia di video unicamente di foglie che si muovono.

Per scegliere il luogo in cui posizionarle, è importante considerare la taglia e le abitudini della specie che si vuole investigare, le tracce lasciate, così come la presenza di carcasse o pozze d’acqua che potrebbero attirare la presenza degli animali.

Purtroppo, questi strumenti sono anche costosi e metterli un po' troppo in vista potrebbe comportare il loro furto. Ecco quindi perché nuovi sistemi di camouflage o sicurezza sono sempre più adottati.

Quali informazioni possono fornire le fototrappole?

Le fototrappole possono essere utilizzate davvero per tanti studi differenti. Per esempio, per reintrodurre un animale in natura dopo un periodo di riabilitazione in cattività. In questo caso, tali strumenti permettono di monitorare l’animale appena rilasciato per vedere se sviluppa una certa territorialità nel luogo scelto, valutare la distanza che percorre per esplorare e familiarizzare con il nuovo habitat. Ma soprattutto per osservare se l’animale si riproduce ed è in grado di stabilire una popolazione. 

Oppure per avere sottomano dei dati che mettano in luce l’abbondanza di specie in un territorio, così come il numero totale di specie presenti (species diversity): sono informazioni chiave che può fornire una fototrappola. Avere un’idea chiara del territorio che si è scelto per il progetto di ricerca è essenziale e questi strumenti ci danno delle coordinate da seguire. 

Case study: come scegliere il luogo di rilascio di un ocelotto femmina

Nel mio progetto di tesi ho parlato di un case study che ho sviluppato durante il mio tirocinio in Costa Rica presso Alturas Wildlife Sanctuary, in cui ho posizionato sette fototrappole in un’area di 65 ettari, equivalenti a 0,65 km^2.

Le Wosoda Trail camera, il modello che ho utilizzato, servivano per valutare se l’area investigata potesse essere adatta per il rilascio di un ocelotto femmina attualmente presente nel centro di recupero in cui ho lavorato. 

Wosoda Trail camera.

Ovviamente, per scegliere i vari posti in cui fissare le fototrappole, ho tenuto in considerazione alcune caratteristiche di questa specie. Per esempio, il fatto che questi animali sono notturni e solitari, oppure il fatto che il territorio utilizzato durante l’anno varia a seconda del sesso (i maschi necessitano un’area molto più grande rispetto alle femmine, quasi il doppio), la loro dieta, così come la consapevolezza che la loro pelliccia rende possibile l’identificazione di questi animali. 

Sono riuscita a registrare 448 individui che costituivano 17 specie differenti: ocelotti, pecari, puma, coati, opossum, cervi, coioti… Ma solo nel rank abudance curve si comprende al meglio che la distribuzione di queste specie non è omogenea, i pecari rappresentano la specie maggiormente presente nell’area che ho esaminato. Calcolando la diversità di specie, invece, ho concluso che il numero di specie trovate rispecchiasse una buona varietà nel territorio. 

Ovviamente date le ristrette misure dell’area che sono riuscita a osservare (molto minore rispetto al territorio che occupa un ocelotto in natura), maggiori studi sono necessari per stimare se quel luogo può davvero essere utilizzato per rilasciare questo ocelotto di ormai un anno e mezzo che era stata ritrovata al ciglio della strada a Domenical, una città al sud della Costa Rica. Posizionare le fototrappole a diverse altezze rispetto a quanto le avessi messe io (circa 60 cm dal terreno), può assolutamente essere un’idea da considerare, così come fare degli studi aggiuntivi per cercare di riconoscere se vi è stata una sovrastima degli ocelotti presenti nell’area. Oppure un corretto bilancio tra predatori e prede, o la presenza di pozze d’acqua che garantiscono idratazione. 

Tutti questi fattori portano a delle conseguenze che, una volta accertate, riescono a delineare la decisione definitiva ed assicurare un luogo sicuro e ricco di risorse all’animale rilasciato. 

Che cosa mi hanno insegnato le fototrappole?

Implementare l’utilizzo delle fototrappole mi è servito molto soprattutto perché ho capito che sono indispensabili per la maggior parte dei progetti di ricerca per la massima adattabilità che hanno in base ai modelli e il modo in cui vengono usate.

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