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Esplorando i confini dell’Universo: Sofia Fatigoni, astrofisica al Polo Sud

Nella remota quiete del Polo Sud, dove il gelo avvolge ogni cosa e il cielo si tinge di un azzurro cristallino, Sofia Fatigoni emerge come una delle menti più brillanti dell’astrofisica italiana. A poco più di 30 anni, Sofia ha già affrontato tre missioni in questo ambiente estremo, dedicandosi alla creazione di un telescopio destinato a scrutare i primordi dell’Universo.

Il percorso di Sofia verso l’astrofisica ha avuto inizio durante gli anni di liceo classico, dove la sua curiosità per la fisica ha iniziato a prendere forma. «Ero uno di quei bambini che sognava di diventare astronauta,» ha confessato, riflettendo sulla sua passione radicata per lo spazio sin dalla giovane età.

Dopo aver completato gli studi alla Sapienza di Roma e ottenuto un dottorato alla University of British Columbia, Sofia ha trovato il suo laboratorio ideale nel cuore del Polo Sud, dove ha diretto la costruzione del Bicep Array. Questo strumento avanzato è stato progettato per esaminare la radiazione cosmica di fondo, comunemente definita “la luce più antica dell’universo”.

Il suo obiettivo principale è catturare le tracce delle onde gravitazionali primordiali, fornendo così un cruciale indizio sui primi istanti dell’universo.

Il telescopio Bicep Array

Il Bicep Array, acronimo di “Background Imaging of Cosmic Extragalactic Polarization”, è una rete di telescopi progettata per misurare la polarizzazione del fondo cosmico a microonde. Situato alla Amundsen-Scott South Pole Station, il Bicep Array sfrutta le condizioni uniche del Polo Sud: un ambiente estremamente asciutto e freddo, ideale per osservazioni astronomiche senza interferenze.

«Questo strumento è la nostra finestra sui primi istanti dell’universo,» ha esclamato Sofia con entusiasmo. «Ogni segnale che raccogliamo può rivelare informazioni cruciali sulla formazione delle strutture cosmiche.»

Ma come è vivere alla South Pole Station?

Vivere alla Amundsen-Scott South Pole Station, situata a oltre 3000 metri di altitudine, è un’esperienza estrema e unica. «L’isolamento, il freddo e l’aria rarefatta rendono la vita difficile,» ha ammesso, «ma è anche un ambiente efficiente dove posso concentrarmi solo sulla scienza.» La stazione, gestita dalla National Science Foundation degli Stati Uniti, ospita circa 50 persone durante l’inverno antartico e fino a 150 durante la stagione estiva. È dotata di laboratori scientifici, alloggi, una sala mensa e una piccola clinica medica.

«La routine quotidiana è rigorosamente strutturata,» ha spiegato Sofia. «In inverno, le temperature possono raggiungere i -70°C, e le condizioni meteorologiche possono cambiare rapidamente.» L’accesso alla stazione è limitato a voli stagionali da e per la Nuova Zelanda, rendendo l’approvvigionamento di cibo e materiali una sfida logistica significativa. «Riceviamo rifornimenti una volta all’anno e dobbiamo pianificare ogni dettaglio con cura per sopravvivere in queste condizioni estreme

Durante l’intervista, abbiamo chiesto a Sofia cosa la ispirasse di più nel suo lavoro. «È l’idea di guardare indietro nel tempo,» ha risposto, «e di poter rispondere a domande fondamentali sull’origine dell’universo che mi motiva ogni giorno.»

Ha anche condiviso alcune curiosità sulla radiazione cosmica di fondo, spiegando come questa radiazione sia fondamentale per comprendere la struttura a larga scala dell’universo e come la polarizzazione di questa radiazione possa contenere informazioni preziose sulle onde gravitazionali primordiali, emerse subito dopo il Big Bang.

Il progetto Bicep Array non è solo una missione scientifica, ma un viaggio per rispondere a una delle domande fondamentali dell’umanità: come è iniziato tutto?

«È incredibile che possiamo costruire strumenti che ci permettono di misurare questo passato remoto,» ha esclamato Sofia. «Ogni dato che raccogliamo ci avvicina a comprendere meglio l’universo primordiale.»

Affrontare le sfide al Polo Sud, come la mancanza di risorse e il lavoro fisico estenuante, è parte integrante della vita quotidiana di Sofia. «Spesso passiamo ore a spalare neve per proteggere il telescopio,» ha raccontato, «ma queste difficoltà sono parte del prezzo che paghiamo per cercare di capire l’universo.»

Per Sofia, ogni giorno al Polo Sud è una sfida emotiva e fisica, ma anche un’opportunità di contribuire a un’avventura umana epica. «Siamo come un gruppo di astronauti in viaggio verso Marte,» ha riflettuto. «Qui, possiamo solo contare gli uni sugli altri.»

Il futuro del Bicep Array è promettente: «Stiamo migliorando la sensibilità e raccogliendo dati da anni,» ha spiegato. «Ogni misura, anche se non troviamo nulla, è una scoperta perché ci avvicina alla verità.»

Infine, Sofia ha condiviso la sua prima impressione del Polo Sud: «Non è la Terra,» ha detto con un sorriso. «È un paesaggio alieno che mi ha lasciato senza fiato.»

In un mondo dove il cielo è un’incognita e ogni scoperta solleva nuove domande, Sofia e il suo team continuano a tendere il filo della conoscenza, cercando di rivelare i segreti più profondi dell’universo primordiale.

Chiara DeMarchi
Chiara De Marchi è laureata in Scienze Biologiche, scientific content creator, fotografa e fondatrice di Invisible Body Disabilites, progetto che dà voce a chi vive con disabilità invisibili. Appassionata di stelle e arte, mamma di tre bimbi, ha una sorta di ossessione, una eccessiva -filia verso tutto ciò che riguarda la scienza e l’infilare l’occhio dentro un oculare di un microscopio, telescopio o macchina fotografica che sia. Infatti divulga la scienza astronomica presso l'Osservatorio Astronomico G. Beltrame di Arcugnano e quando non è in cupola, parla la scienza attraverso laboratori STEM nelle scuole primarie e secondarie.

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