In Aleph, da oltre trent’anni, realizziamo laboratori nei quali le ricercatrici e i ricercatori amino lavorare per rendere il mondo un posto migliore. E quello che ti raccontiamo oggi è uno studio davvero speciale!
La gentilezza, l’altruismo e l’empatia nascono come qualità innate ed intuitive nel bambino o si costruiscono in modo deliberato e razionale nel corso della crescita?
Ce lo spiega Elena Nava, ricercatrice di Psicologia dello Sviluppo dell’Università Milano-Bicocca nello studio italiano effettuato in collaborazione con altre università internazionali, tra cui la London School of Economics, l’Università di Stavanger e la Northwestern University.
«Mi occupo di diversi temi di ricerca, tutti accomunati dal mio interesse generale di capire come si modifica la mente e il cervello nel ciclo di vita in diversi domini della conoscenza», racconta la dottoressa Nava.
La ricerca, intitolata Stable intuition and the rise of deliberative prosociality in childhood, è pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Human Behaviour, e indaga la prosocialità nei bambini, ossia i comportamenti empatici volti ad aiutare e comprendere l’altro in maniera del tutto disinteressata e senza aspettarsi ricompense.
«…In buona sostanza faccio esperimenti sugli esseri umani, dai 3 mesi agli 80 anni, spesso utilizzando anche tecniche neurofisiologiche.»
Lo studio nasce originariamente come naturale estensione di un altro già pubblicato precedentemente su Scientific Reports nel 2023 intitolato Age-dependent changes in intuitive and deliberative cooperation, nel quale erano stati indagati cooperazione e altruismo dall’adolescenza all’invecchiamento.
Era stata trovata una bellissima curva, che suggeriva come l’intuizione ad essere più cooperativi e altruisti cresce dall’età adulta all’invecchiamento, ma è il contrario in adolescenza. In buona sostanza, gli adolescenti sono intuitivamente più egoisti, e se ci pensano un attimo di più, diventano anche loro cooperativi e altruisti.
Da lì la domanda: cosa succede prima dell’adolescenza?
Come si sviluppano i due canali decisionali dell’intuizione e della riflessione applicati a decisioni morali quando i bambini sono ancora piccoli?
E questi due canali rimangono stabili nel corso dello sviluppo?
«In altre parole, ci siamo chiesti se il bambino piccolo faccia il bene soprattutto di istinto e se, crescendo, impari progressivamente a incorporare quella stessa disposizione anche nei processi più riflessivi e deliberati. L’aspetto importante era quindi non contrapporre intuizione e ragionamento, ma studiare come il loro rapporto si trasformi tra i 3 e i 10 anni.», spiega Elena Nava.
Ciò che si vuole comprendere è come si sviluppa la prosocialità nelle bambine e nei bambini, in particolare se essa nasca come risposta innata ed intuitiva in tenera età (3-10 anni) per poi costruirsi e strutturarsi in maniera più cosciente e riflessiva nel corso della crescita.
«Per prosocialità si intende l’insieme dei comportamenti orientati a favorire il benessere degli altri o del gruppo: aiutare, condividere, cooperare, consolare, essere onesti, rispettare le regole comuni o rinunciare a un vantaggio personale per evitare un danno agli altri. Tipicamente questi comportamenti, per essere classificati come prosociali, devono essere fatti gratis, senza cioè la necessaria aspettativa di venire reciprocati.»
Sebbene si possa confondere il comportamento prosociale con la gentilezza, la ricercatrice ci ricorda che «Prosocialità e gentilezza non sono sinonimi. Si può essere prosociali senza essere gentili e viceversa. Posso licenziarti gentilmente, aumentarti gentilmente le tasse, insomma danneggiarti gentilmente; così come posso poco gentilmente rifiutare un’offerta ingiusta. La gentilezza non costa nulla (e varrebbe sempre la pena utilizzarla!); il comportamento prosociale invece ha sempre un costo personale, sia questo materiale o anche solo emotivo.
In un talk di qualche tempo fa concludevo con la domanda al pubblico e voi, che tipo di animale morale volete essere?
Ecco, rimanere prosociali nel tempo è una scelta, e sicuramente una sfida nella nostra società.»
La dott.ssa Nava si è quindi dedicata allo studio di uno degli organi più affascinanti del corpo umano: «Studiare la mente non significa semplicemente ridurre la persona ai suoi neuroni; al contrario, significa aggiungere un livello fondamentale di comprensione all’individuo e alla sua storia. Ci aiuta a formulare domande più precise su chi siamo, su come cambiamo e su perché, di fronte alle stesse esperienze, possiamo diventare persone profondamente diverse.»
La formazione
Elena, tu sei ricercatrice di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Milano-Bicocca. Raccontaci dei tuoi anni in università…
«Ho un percorso un po’ atipico rispetto ad altri colleghi. Per molti anni ho fatto la libraia e mi sono laureata in Storia Medioevale. Poi mi sono laureata in Psicologia (in Bicocca) e subito dopo sono entrata al Cimec, una scuola di dottorato (che si trova a Rovereto ma fa parte dell’Università di Trento), dove ho ottenuto il dottorato di ricerca in Neuroscienze Cognitive nel 2010.
Ho svolto il post-doc all’università di Amburgo (Germania), per poi rientrare dopo 3 anni in Bicocca, prima come assegnista di ricerca, poi come ricercatore, e adesso sono Professore Associato.
Tutti gli studi che svolgo sono di natura sperimentale, quindi.
Ah, e di recente mi sono laureata in Psicologia Giuridica (ho sempre avuto il debole per le scienze forensi).»
Perché ti sei avvicinata allo studio della psicologia?
«Inizialmente – come molti immagino – mi sono avvicinata con l’idea e l’obiettivo di fare la psicanalista. Da giovane confondevo la buona capacità d’ascolto con quella che invece è una carriera che adesso, ad esempio, non potrei mai fare (appunto la psicanalista o la psicoterapeuta).
Scoprendo le neuroscienze e il metodo scientifico, mi si è aperto un mondo completamente nuovo, e ho scoperto qualcosa di me stessa, cioè che mi riesce meglio farmi domande e dare interpretazioni sul mondo e le persone attraverso la sperimentazione.»
Qual è il tuo sogno nel cassetto?
«L’anno prossimo compio 50 anni, quindi – non dico che il cassetto si sia svuotato – ma sicuramente si è ridimensionato rispetto a 30 anni fa. Ho un figlio 14enne e i genitori che invecchiano, quindi al momento ho desideri di felicità per gli altri.
Però posso dirti qual è il mio sogno per la pensione. Da piccola sognavo di fare la giornalista da grande, quindi appena andrò in pensione sogno di prendere un taccuino, una macchina fotografica e andare in giro per il mondo a caccia di storie. Storie di esseri umani, nelle loro uniche e splendide diversità.»
Il tema dello studio e le ipotesi iniziali
Qual è il tema da indagare e quale la vostra ipotesi iniziale?
«Il tema centrale era capire come nasce e se e come si stabilizza la prosocialità durante l’infanzia.
Non volevamo semplicemente chiederci se i bambini siano buoni o egoisti, ma osservare che cosa accade quando devono prendere una decisione sociale rapidamente, quindi intuitivamente, oppure quando hanno il tempo di riflettere.
Ci interessava inoltre capire se comportamenti apparentemente diversi — cooperare, condividere, essere onesti, accettare una proposta svantaggiosa — fossero espressioni isolate o riflettessero una disposizione prosociale più generale.
Più che formulare una previsione rigida, siamo partiti da un’ipotesi evolutiva: la prosocialità potrebbe manifestarsi molto presto come una risposta intuitiva, mentre la capacità di scegliere consapevolmente di essere prosociali potrebbe costruirsi più gradualmente con lo sviluppo.»
Il bene comune tra intuizione e deliberazione: riflessione.
«Penso che il bene comune non nasca esclusivamente dall’istinto né soltanto dalla ragione: probabilmente si costruisce nel dialogo tra entrambi.
Il nostro studio mostra che, nei bambini più piccoli, la risposta immediata è spesso più prosociale di quella riflessiva: cooperare, condividere ed essere onesti sembrano quindi avere, molto precocemente, una componente spontanea.
Crescendo, questa intuizione non scompare; è piuttosto la prosocialità deliberata ad aumentare, fino a ridurre progressivamente la distanza tra ciò che il bambino fa d’impulso e ciò che sceglie dopo aver riflettuto. Facendomi guidare dai nostri stessi dati, dirò che una società non può affidare il bene comune soltanto alla spontaneità delle persone, ma non può neppure pensare di produrlo esclusivamente attraverso regole e ragionamenti astratti. L’intuizione può darci la prima spinta verso l’altro; la deliberazione permette di trasformare quella spinta in una scelta più consapevole, stabile e capace di resistere anche quando essere prosociali è meno immediato o meno conveniente.
Forse la maturazione morale consiste proprio in questo passaggio: non diventare buoni al posto di esserlo spontaneamente, ma imparare a riconoscere, comprendere e scegliere il valore di ciò che inizialmente facevamo quasi d’istinto. Il bene comune diventa davvero solido quando non dipende più soltanto dall’emozione del momento, ma entra nei criteri attraverso cui decidiamo chi vogliamo essere e quale tipo di convivenza vogliamo costruire.»
Definizione
Cosa si intende per prosocialità?
«Quello che mostrano i diversi paper (anche nel nostro pubblicato su Scientific Reports) è che i nostri comportamenti prosociali sono spesso guidati dalle aspettative di reciprocità.
In questo senso, è importante sottolineare che il comportamento prosociale non coincide semplicemente con la bontà. Lo stesso comportamento può nascere da motivazioni diverse: empatia, senso di giustizia, desiderio di appartenenza, rispetto delle norme, reciprocità ma anche interesse per la propria reputazione. Per questo, nella ricerca psicologica, la prosocialità viene spesso studiata attraverso paradigmi che indagano aspetti e motivazioni diverse, senza metterla in un unico calderone e quindi considerarla come un tratto morale generale.»
Lo studio: campione, materiali, metodi
Descrizione del campione scelto e motivazioni.
«Abbiamo coinvolto 537 bambini di lingua italiana, tra i 3 e i 10 anni, provenienti da scuole dell’infanzia e primarie dell’area milanese. Per ogni età abbiamo esaminato circa 70 partecipanti, distribuendoli casualmente in due condizioni: una in cui dovevano decidere rapidamente, entro dieci secondi, e una in cui dovevano aspettare e riflettere prima di rispondere.
La scelta della fascia 3–10 anni è stata motivata dalla domanda principale di voler indagare come si modifica la decisione morale nello sviluppo. Per far questo, necessariamente serve una traiettoria di sviluppo prolungata.
Inoltre, tra 3 e 10 anni si assiste a cambiamenti enormi a livello cognitivo, sociale ed affettivo. Ad esempio, a tre anni le possibilità di controllare e rielaborare una risposta sono ancora limitate; con l’ingresso a scuola crescono invece l’autoregolazione, il ragionamento, la comprensione delle norme e l’esposizione a contesti sociali più ampi e complessi. Abbiamo quindi scelto bambini di diverse età non perché rappresentino una versione più semplice dell’adulto, ma perché lo sviluppo consente di osservare i processi mentre si stanno formando.
Va naturalmente precisato che il campione proveniva dall’area di Milano e prevalentemente da un contesto socioeconomico medio: è quindi ampio e ben bilanciato per età, ma non rappresenta automaticamente tutti i bambini italiani o appartenenti ad altri contesti culturali.»
Descrizione delle fasi e dei metodi di studio utilizzati
Public Good Game, Dictator Game, Ultimatum Game, Deception Game
«A queste due domande rispondo assieme perché non parlerei di fasi, ma sicuramente della presenza di diversi compiti.
Abbiamo utilizzato cinque paradigmi sperimentali, ciascuno pensato per cogliere una diversa componente delle decisioni sociali. La scelta di impiegare più compiti è importante perché, come dicevo in una delle domande precedenti, la prosocialità non è una qualità unica e indistinta: un bambino può essere cooperativo, ma non particolarmente generoso; può essere onesto, ma reagire con forza alle ingiustizie. Nessun singolo gioco, quindi, sarebbe stato sufficiente a rappresentare la complessità del comportamento sociale.
Il Public Goods Game misurava principalmente la cooperazione. Il bambino partecipava a un gruppo di giocatori (fittizi) e disponeva di alcune caramelle. In ciascuno dei tre turni poteva decidere se investire zero, due oppure quattro caramelle in un fondo comune. Le caramelle versate da tutti venivano raddoppiate e poi distribuite in parti uguali tra i componenti del gruppo.
Contribuire significava quindi rinunciare a una parte del proprio vantaggio immediato per aumentare il beneficio collettivo. Il compito riflette quindi la capacità di cooperare e di investire in una risorsa comune, anche quando sarebbe possibile approfittare dei contributi degli altri senza partecipare personalmente.
Il Dictator Game, o gioco del dittatore, misurava l’altruismo e la condivisione. Il bambino riceveva delle caramelle e, per tre turni, decideva se donarne zero, due oppure quattro a un altro bambino. Il destinatario non poteva rifiutare, ricambiare o influenzare la decisione. Proprio perché non vi erano conseguenze strategiche o possibilità di ottenere qualcosa in cambio, la quantità donata rappresentava una misura relativamente diretta della disponibilità a condividere volontariamente una propria risorsa con un’altra persona (quindi una forma di altruismo “puro”).
L’Ultimatum Game indagava la reazione all’equità e all’ingiustizia. Il bambino ricopriva il ruolo di ricevente e doveva decidere se accettare o rifiutare cinque possibili proposte per dividere quattro caramelle: da una distribuzione completamente svantaggiosa per lui, zero caramelle contro quattro al proponente, fino alla situazione opposta. Se accettava, ciascuno riceveva quanto stabilito; se rifiutava, nessuno riceveva nulla. Questo compito consente di osservare l’avversione alla disuguaglianza e la disponibilità a punire un’offerta ingiusta sostenendo personalmente un costo.
Il Deception Game misurava l’onestà quando dire la verità comportava un costo personale. Il bambino veniva assegnato a uno di due gruppi, e doveva successivamente dichiarare a quale gruppo appartenesse. Dicendo la verità avrebbe ricevuto una caramella, mentre l’altro bambino ne riceveva tre; mentendo, la distribuzione si invertiva e il bambino otteneva il guadagno maggiore. Il compito permetteva quindi di osservare se il bambino fosse disposto a mentire per ottenere un vantaggio personale a discapito dell’altro. Non misurava l’onestà in astratto, ma il conflitto concreto tra verità e interesse personale.
Infine, abbiamo presentato due dilemmi morali, adattati al linguaggio e alla comprensione dei bambini. In entrambi i casi era possibile salvare cinque bambini causando però un danno a un solo bambino.
Nel primo dilemma si poteva deviare una palla verso un percorso sul quale si trovava il singolo bambino; nel secondo bisognava spingerlo direttamente da un ponte per fermare la palla.
Questi dilemmi esploravano il contrasto tra una decisione utilitaristica, orientata a salvare il maggior numero di persone, e una decisione deontologica, fondata sul principio che non sia moralmente accettabile danneggiare direttamente un individuo, anche per ottenere un beneficio complessivo maggiore.
A tutti i giochi i bambini hanno partecipato singolarmente, e alla fine del gioco si sono portati a casa le caramelle come ricompensa per la loro partecipazione.»
Quali metodi statistici o quantitativi avete utilizzato nello studio?
«Abbiamo adottato una strategia quantitativa articolata in più passaggi, perché volevamo studiare sia i singoli comportamenti sia l’eventuale presenza di dimensioni psicologiche comuni.
Il passaggio quantitativamente più innovativo è stato l’impiego dell’analisi fattoriale. Ogni bambino prendeva 19 decisioni distribuite tra i diversi compiti. Invece di presupporre che ogni gioco misurasse un’abilità completamente separata, abbiamo verificato quali risposte tendessero a variare insieme.
L’analisi ha individuato tre fattori latenti, cioè tre dimensioni non direttamente osservabili ma ricostruibili attraverso i comportamenti:
- prosocialità, che riuniva cooperazione, altruismo, onestà e disponibilità a non punire l’altro;
- ottimismo sociale, relativo alle aspettative sulla cooperazione altrui;
- acquiescenza, cioè la tendenza generale ad accettare le proposte ricevute.
Questa scelta ci ha consentito di non frammentare eccessivamente i risultati. Un singolo comportamento può infatti essere influenzato dalle caratteristiche specifiche del compito; osservare ciò che accomuna più decisioni permette invece di identificare disposizioni più generali e di ridurre il “rumore” legato alle singole prove. In buona sostanza, questo approccio ci ha permesso di capire se dietro comportamenti sociali diversi ci siano dimensioni psicologiche comuni.
L’analisi fattoriale permette infatti di documentare se ci sia una disposizione generale a comportarsi in modo prosociale, piuttosto che segregare comportamenti singoli.
Successivamente abbiamo utilizzato modelli di regressione lineare per verificare come queste tre dimensioni variassero in funzione dell’età, della modalità decisionale — intuitiva o deliberativa — e soprattutto dell’interazione tra le due.»
Risultato dello studio
«Il risultato centrale riguarda la prosocialità: a tre anni, i bambini che dovevano decidere rapidamente erano significativamente più prosociali di quelli invitati a riflettere. La prosocialità intuitiva rimaneva poi sostanzialmente stabile con l’età, mentre quella deliberata aumentava progressivamente. Di conseguenza, la distanza tra intuizione e riflessione si riduceva nel corso dello sviluppo, fino a non essere più chiaramente presente tra i 9 e i 10 anni. In altre parole, non sono le intuizioni prosociali a diventare più forti: è la riflessione che, crescendo, diventa progressivamente più capace di sostenere scelte prosociali.
Per l’Ottimismo sociale, invece, non abbiamo trovato differenze significative né in relazione all’età né alla modalità decisionale. I bambini mostravano aspettative relativamente stabili sulla disponibilità degli altri a cooperare. Le analisi bayesiane hanno fornito una forte evidenza a favore dell’assenza di questi effetti: non si trattava quindi semplicemente di un risultato poco preciso o di una mancanza di potenza statistica.
L’Acquiescenza diminuiva invece con l’età, soprattutto quando i bambini avevano il tempo di riflettere. Crescendo, quindi, si diventa meno inclini ad accettare indiscriminatamente qualsiasi proposta, probabilmente perché si sviluppa una maggiore sensibilità all’equità, alla propria capacità di scelta e alla possibilità di opporsi alle decisioni altrui.»
Il risultato finale ha confermato la vostra ipotesi di partenza?
«In sintesi, il risultato principale è che, nei bambini più piccoli, la prosocialità emerge soprattutto come una risposta intuitiva. A tre-quattro anni, quando devono decidere rapidamente, i bambini tendono a essere complessivamente più cooperativi, generosi e onesti rispetto a quando viene chiesto loro di fermarsi e riflettere. Questa prosocialità intuitiva rimane relativamente stabile tra i 3 e i 10 anni. Ciò che cambia con la crescita è invece la prosocialità deliberata, che aumenta progressivamente, fino a raggiungere quella intuitiva intorno ai 9-10 anni.
Questi dati sono in linea con quanto ipotizzato in partenza.»
C’è qualche aspetto che avresti considerato a posteri?
«Mettendo i dati assieme al paper precedente, secondo me il grosso cambiamento avviene tra gli 11 e i 13 – peccato non averli inclusi!»
Obiettivi futuri
Come pensi che possa tornare utile lo studio effettuato? Quali le sue future applicazioni?
«Credo che l’utilità principale dello studio sia offrire una prospettiva diversa sullo sviluppo morale. I risultati suggeriscono che crescere non significhi semplicemente imparare a controllare impulsi inizialmente egoistici. Nei bambini più piccoli, infatti, l’intuizione può già favorire comportamenti cooperativi e onesti; è piuttosto la riflessione che, con l’età, diventa progressivamente capace di sostenere le stesse scelte prosociali. La maturazione morale potrebbe quindi consistere non nel sostituire l’istinto con la ragione, ma nell’integrare una disposizione precoce verso gli altri all’interno di decisioni più consapevoli.
Sul piano educativo, i nostri dati potrebbero suggerire che la naturale intuizione alla cooperazione dovrebbe rappresentare un punto di partenza, quasi un vantaggio per aiutare i bambini a generalizzarle e applicarle anche nelle situazioni più difficili, nelle quali cooperare non è immediatamente conveniente. Attività cooperative, discussioni sui dilemmi sociali, educazione alle emozioni e alla prospettiva dell’altro potrebbero servire non tanto a creare la prosocialità, quanto a trasformarla in una scelta ragionata, stabile e trasferibile a contesti diversi.
Un’altra possibile applicazione riguarda la costruzione dei contesti sociali. Abbiamo osservato che i bambini che si aspettavano maggiore cooperazione dagli altri (nel Public Goods Game chiedevamo ai bambini di dirci quanto, secondo loro, avevano dato gli altri partecipanti) tendevano anche a cooperare di più.
Questo suggerisce che famiglia e scuola non trasmettono soltanto regole, ma contribuiscono a formare aspettative sul comportamento umano. Ambienti percepiti come affidabili, reciproci e cooperativi possono rendere più naturale investire nel bene comune; contesti dominati dalla sfiducia rischiano invece di produrre il processo opposto.»
Riflessione
Come definisci la prosocialità nel bambino e nell’adulto della società attuale?
Il bene comune tra intuizione e deliberazione: riflessione.
Essere gentili anche quando vi è il tempo per riflettere e non solo quando è un’inclinazione naturale e di pancia.
«Definirei la prosocialità come la capacità di includere il benessere degli altri nelle proprie decisioni, andando oltre l'interesse immediato.
Nel bambino la prosocialità è inizialmente molto concreta: condividere una merenda, consolare un compagno, aiutare qualcuno che si è fatto male o includere un compagno nel gioco. Nei primi anni questi comportamenti possono nascere, come abbiamo visto dai nostri studi, da una risposta spontanea, e motivati da empatia o semplice comprensione di un bisogno altrui.
Crescendo la prosocialità diventa più complessa: il bambino impara che essere giusti non significa necessariamente trattare tutti nello stesso modo e che cooperare richiede talvolta di tollerare frustrazioni e rinunciare a un vantaggio personale.
Nell’adulto, la prosocialità dovrebbe estendersi oltre le persone che conosciamo direttamente. Significa rispettare le regole comuni anche quando nessuno ci controlla, non diffondere una notizia falsa, lasciare spazio nel dibattito a chi la pensa diversamente, pagare correttamente le tasse, adottare comportamenti responsabili verso l’ambiente o intervenire quando una persona viene discriminata. Può significare anche, in un contesto lavorativo, condividere informazioni invece di usarle per mantenere un vantaggio, oppure riconoscere il merito di un collega senza percepirlo come una minaccia. È un po’ l’ultimo stadio di cui parlava Kohlberg, quello dell’acquisizione di principi etici universali, in cui l’individuo apprende che ogni singola vita umana è sacra e meritevole di solidarietà, reciprocità, equità, eguaglianza e rispetto.
La difficoltà della società contemporanea è che molte azioni prosociali sono diventate pubbliche, visibili e misurabili attraverso approvazione, reputazione e social media. Per questo è utile distinguere la prosocialità autentica dalla sua rappresentazione: aiutare qualcuno non è la stessa cosa che mostrare di averlo aiutato. Naturalmente anche un comportamento motivato dalla reputazione può produrre conseguenze positive, ma una prosocialità reale dovrebbe restare tale anche quando non porta riconoscimento, consenso o vantaggi personali.»
Cover Foto di note thanun su Unsplash.
