Nessuno sceglie il proprio, ma tutti ne hanno uno. Lungo o corto, semplice o complicato, il nome è, per gli esseri umani, il risultato di un accordo implicito: un insieme di lettere e suoni che utilizziamo per rivolgerci a una persona e a una soltanto, e che nella nostra mente è associato a una rappresentazione precisa di quella persona. Esiste qualcosa di analogo nel mondo animale?
L'uso dei nomi sembra essere un'eccezione più che la regola e, al di fuori della nostra specie, è una consuetudine piuttosto rara. Ma non è assente.
I delfini si chiamano tra di loro utilizzando un signature whistle, un «fischio firma» che identifica i singoli individui all'interno di un gruppo. Negli ultimi anni, alcuni esperimenti hanno mostrato che questo fischio potrebbe funzionare a tutti gli effetti come un nome, l'equivalente del nostro «Ehi, Marco!». Forse anche altri animali fanno qualcosa di simile, ma per il momento le evidenze sono ancora troppo poche per dirlo.
Cosa è un nome?
È una domanda che Kelly Jaakkola si pone da anni. Psicologa cognitiva al Dolphin Research Center di Grassy Key, in Florida, Jaakkola studia le capacità cognitive dei delfini: il modo in cui collaborano per risolvere problemi, come interpretano i gesti umani e, soprattutto, come comunicano tra loro.
Da tempo le biologhe e i biologi sanno che ogni delfino sviluppa un proprio «fischio firma», che emerge nei primi mesi di vita e rimane stabile nel tempo. Fino a qualche anno fa, però, non era chiaro se questo fosse un semplice richiamo oppure un nome vero e proprio.
In un’intervista pubblicata lo scorso luglio su Science, Jakkola spiega cosa si intende per “nome” e perché è così raro nel mondo animale. Affinché un richiamo possa essere considerato un nome, infatti, non basta che serva ad attirare l'attenzione di un altro animale. Deve essere un'etichetta simbolica, condivisa all'interno del gruppo, che identifichi uno specifico individuo e che venga appresa nel corso della vita.
I delfini hanno nomi propri
Un indizio sulla natura del signature whistle dei delfini è arrivato da un esperimento piuttosto curioso condotto dal biologo Jason Bruck. Le ricercatrici e i ricercatori sapevano che i delfini possono riconoscersi anche attraverso l'odore: quando un animale urina, gli altri spesso nuotano attraverso la sua scia con la bocca aperta, raccogliendo informazioni chimiche sull'individuo.
Bruck ha allora raccolto campioni di urina di diversi delfini e, separatamente, le registrazioni dei loro signature whistle. Ha poi presentato agli animali le due informazioni in combinazioni diverse: per esempio, l'urina di un delfino insieme al fischio di un altro, oppure l'urina e il fischio dello stesso individuo.
Il risultato è stato che i delfini prestavano più attenzione quando il fischio corrispondeva all'animale a cui apparteneva l'urina. In altre parole, sembravano riconoscere che quel particolare fischio e quella particolare identità chimica appartenevano allo stesso individuo.
L’esperimento dimostra che i delfini sono in grado di associare quel suono al suo proprietario: quando sentono il fischio sanno a chi corrisponde. È proprio questa associazione tra un segnale e un individuo specifico che avvicina il signature whistle al nostro concetto di nome.
E gli altri animali?
Negli ultimi anni diversi studi hanno suggerito che anche altri animali potrebbero usare dei nomi. Elefanti, uistitì e piccoli pappagalli sono stati presentati come possibili candidati. Ma secondo Jaakkola e i suoi colleghi le prove, almeno per ora, non sono abbastanza solide.
Nel caso degli elefanti, per esempio, uno studio ha mostrato che gli individui sembrano rivolgersi ai compagni usando richiami specifici. Nella maggior parte dei casi, però, ogni elefante veniva chiamato soltanto da un singolo individuo. Manca quindi una delle caratteristiche principali del nome: essere un'etichetta condivisa all'interno di un gruppo. Gli elefanti potrebbero avere modi personali di rivolgersi l'uno all'altro, piuttosto che nomi veri e propri.
Ancora diverso è il caso degli uistitì e dei pappagallini (parrotlets). Queste specie comunicano continuamente attraverso richiami di contatto e, negli scambi tra individui, sembrano modificare i propri richiami incorporando elementi di quelli dell'interlocutore. È un comportamento sofisticato, ma non basta ancora per parlare di nomi: animali diversi non usano lo stesso richiamo per riferirsi allo stesso individuo, come ci aspetteremmo invece da un vero nome proprio.
Riconoscersi o chiamarsi per nome?
Ci sono molte altre specie che sembrano riconoscersi attraverso la voce. Nei pipistrelli vampiro, per esempio, i richiami contengono informazioni sufficienti a distinguere un individuo dagli altri. Anche i pinguini africani riescono a riconoscere i propri compagni attraverso le caratteristiche acustiche dei loro richiami.
Ma neanche in questi casi possiamo parlare di nomi. Il fatto che un animale sia in grado di identificare un altro individuo non significa che disponga anche di un suono per riferirsi a lui.
Per dimostrare che un animale possiede davvero dei nomi bisogna mostrare che quel segnale è associato, nella sua mente, a una rappresentazione dell'individuo: il suo aspetto, il suo odore, i ricordi legati a lui. Questo, finora, è stato dimostrato in modo convincente soltanto nei delfini.
«Non significa che gli altri animali sicuramente non abbiano nomi», precisa Jaakkola. «Significa solo che, per ora, non abbiamo ancora le prove».
Cover Foto di Ranae Smith su Unsplash.
